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Full text of "Storia della vita milanese"

S3S" 

V58e 



Ettore Verga 



Storia 



DELLA 



Vita Milanese 

CON 49 ILLUSTRAZIONI INTERCALATE 
E 32 TAVOLE 




MILANO 

Casa Editrice L. F. COGLIATI 

Corso Torta Romana, 17 
1909 



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Ettore Verga 



Storia 



DELLA 



Vita Milanese 

CON 49 ILLUSTRAZIONI INTERCALATE 
E 32 TAVOLE 




MILANO 

Casa Editrice L. F. COGLIATI 

Corso Porta Romana, 17 
1909 



Milano, 1909 - Società per le Arti Grafiche " La Gutenberg ,, Corso Romana, 113 



«I 

E 
E 



Storia della v ita milanese 



4806>?8 



CAPO I 

Le Origini 
Milano sotto la Dominazione dei Romani 



I PH.M! ABITAR! - I L N0MB m ,^ Q _ ^ ^^ 

romana - C. Giulio Cesare e gli asparagi di Va- 
lerio Leonte - Milano municipio romano. 

Quali furono i primi abitatori della regione lombarda 
e quale influsso gli uni sugli altri esercitarono" è u pro- 
blema ancora i nso i u to. Gli antichi italici lasciaron aTalche 
vestigio nelle palafitte, dei Liguri vuol taluno Ware 
un eco n , i di luogo term . nant . . n ™™™l 

d Etruschi parlan sovente gli storici. Nulla di sicuro si 

S Tito al Livr^ d b eÌ - CeltÌ ; ^ ted ™, tóSata 
Kn- ■■■•; ,, ",' attnbmsce la fondazione di Milano ai 
Palli godati da Belloveso; Livio, padovano, viveva in 
un importante centro di stirpi celtiche e poteva riferire 
a ima leggenda locale non priva di fondamento Semb era 
u avia più verosimile che Milano sia sorta a poco a poco 
iall umile origine di piccolo villaggio e probabilmente 



4 — 



assai prima della venuta dei Galli, come lascian credere 
le scoperte archeologiche fatte nel secolo XIX. 

Anche sul nome della Metropoli lombarda la leggenda 
ha intessuto parecchie favole: s'è parlato d'un capitano 
Medo e d'un altro Olano che avrebbero disegnato la città ; 
s'è parlato, opinione cara anche a S. Ambrogio, di un 
porco mezzo lanuto, trovato sul posto dove sorse Milano, 
detto per ciò in medio lanae ; s' è parlato perfino di Medo 
e Javane, figli di Jafet, ai quali la nostra città dovrebbe 
l'esser suo e il nome. 

Ma l'esistenza accertata di altri Mediolanum, special- 
mente in Francia, hanno indotto la critica moderna a 
questa conclusione : ogni Nazione aveva un centro politico 
e religioso chiamato il Mezzo; e Mediolanum, colla fusione 
del medio latino, corrispondente alla voce gallica dello 
stesso significato, e del gallico lan indicante la terra, per 
antonomasia, significò il centro insubre, il Mediolanum 
Insubrum, come c'era il Mediolanum Eburovicum, (Milano 
degli Eburovici) il Mediolanum Sequanorum (Milano dei 
Sequani) e via discorrendo. 

Della dominazione gallica nuli' altro sappiamo se 
non quello che ci hanno rivelato gli oggetti scavati nel 
sottosuolo Milanese attestanti un certo grado di civiltà e 
di ricchezza, e quello che ci lasciano intravvedere gli 
storici romani: ahimè! scarse notizie le quali non ci per- 
mettono di uscire dal campo delle ipotesi. Dove sorgeva 
la città? Il nucleo centrale della città gallica sembra fosse 
dov'è quello della città odierna: la piazza del Duomo e 
le adiacenze: quivi sembra sorgesse il tempio d'una divi- 
nità gallica, che Polibio identifica colla greca Atena o 
Minerva, dove era la custodia delle sacre insegne guer- 
resche degli Insubri, dette le immobili. Il tempio gallico 
avrebbe ceduto più tardi il posto a quello romano dedi- 
cato a Minerva, e sull'area di questo sarebbe poi sorta la 
chiesa capitolare milanese dedicata a Maria e da ultimo 
il Duomo. 



Intorno al borgo gallico si stendeva il piano già fino 
d'allora fecondo, se dobbiam credere a Polibio, che, verso 
la metà del secondo secolo avanti Cristo percorreva la 
regione lombarda e notava con meraviglia il mite prezzo 
dei cereali sui nostri mercati, e l'abbondanza del bestiame 
che si esportava in quasi tutta l'Italia. 

Nel mi avanti Cristo i Galli insubri si trovaron per 
la prima volta di fronte le legioni conquistatrici di Roma; 
la lotta fu disperata; i consoli Gneo Cornelio Scipione e 
M. Claudio Marcello entrarono vittoriosi in Milano; ma fu 
quella più la ricognizione d'un paese che la debellazione 
d'un nemico; molto tempo doveva passare prima che gli 
Insubri potessero dirsi domati. 

Non ci è dato sapere quando precisamente l'Insubria 
fu ridotta a Provincia romana; per un lunghissimo periodo 
la stona non fa neppure il nome della città nostra, o se, 
m epoca abbastanza recente si parla, ad esempio, del sog- 
giorno di C. Giulio Cesare, quale Governatore della Gallia 
cisalpina, è per dirci che il suo seguito, ospitato con lui 
dal Milanese Valerio Leonte, trovò detestabile un piatto 
d'asparagi conditi con un certo unguento ignoto ai Ro- 
mani; tutti se ne astennero nauseati; solo il grande ca- 
pitano vinse, per cortesia verso l'ospite, la naturai ripu- 
gnanza. L'aneddoto ci dice che il burro (altro non poteva 
essere l'unguento) ignoto ancora alla cucina romana era 
già comunissimo in Lombardia. Di siffatte notizie dobbiamo 
accontentarci perchè la Storia, capricciosa, non ci vuol 
lire altro. 

Milano si andava a poco a poco romanizzando, e tacita 
5i preparava ai destini futuri. La Gallia Cisalpina fu per 
ungo tempo Provincia romana governata, per via di pro- 
consoli, dal potere centrale; ma, quando la romanizzazione 
u compiuta, cominciò ad agitarsi per avere la cittadinanza 
J con essa l'autonomia e il diritto di partecipare alla cosa 
pubblica. La ottenne da Giulio Cesare nel 49 avanti Cristo 



Milano divenne un Municipio romano; ebbe così i suoi 
magistrati eletti dal popolo, ebbe il suo Consiglio Munici- 
pale formato da quanti magistrati uscivan di carica, col 
nome di decurioni, a vita, e costituenti la nobiltà cittadina, 
ebbe infine la libera amministrazione delle finanze: i cit- 
tadini, divisi per Curie, divennero elettori nei consigli. 

Durante tutto il periodo della repubblica si cercherebbe 
indarno negli scrittori qualche notizia ampia e precisa 
sulla capitale dell' Tnsubria ; ed anche nei primi secoli 
dell'età imperiale essa non attira gran fatto l'attenzione 
degli scrittori che percorrono la regione padana ; solo Plinio 
ne parla come d'un centro di studi ove accorrevano i gio- 
vani dalle città vicine, e Tacito l'annovera, con espres- 
sione troppo generica, tra i più forti municipi della Gallia 
transpadana. 





PI 






SlTULA IN BRONZO CON FIGURE 
SCOPERTA NELLA TOMBA GALLO-ITALICA DI SESTO CALENDE. 



IL 



Milano al tempo dell'Impero — Estensione della citta 
— Monumenti — Che cosa ci dicono i marmi del 
Museo archeologico — Corporazioni — Il calzolaio 
Atilio, il tintore Novellio, il mimo Pilade, il gla- 
diatore Urbico — Industriali e negozianti. 

Milano entra si può dire nella storia nel IV secolo, 
quando gli Imperatori, primo Massimiano Erculeo, per esser 
più vicini alle Alpi, minacciate dai barbari, vi trasportaron 
la sede. Allora, capitale dell' Occidente, divenne una delle 
prime città del mondo romano: Massimiano la predilesse, 
si ritiene la cingesse di nuove mura (altre più antiche, e 
pur romane, dovevan preesistere): la ornò di superbi edi- 
fìci. Delle prime non restano, e sono ancor residui di dub- 
bia autenticità, che la Torre del Monastero maggiore ed 
un Arco a S. Giovanni sul Muro, degli altri le Colonne di 
S. Lorenzo, le quali dovevano costituire il peristilio delle 
grandiose Terme che dell'Imperatore portavano il nome. 
La capitale lombarda fu allora chiamata seconda Roma, 
e il poeta Ausonio, che nel IV secolo la visitava, espri- 
meva in versi, rimasti famosi, la sua ammirazione pei pa- 
lazzi, pel circo, pel teatro, per la doppia cerchia di mura, 
per l'abbondanza di tutto quanto gli uomini possono de- 
siderare. 

Grande era dunque Milano per fasto, per ricchezza, 
per genialità di vita: ma non per estensione: i diametri mag- 
giori della cerchia entro la quale la città era compresa, 



— 8 — 

sono dalla via Croce Rossa all'angolo della via Disciplini, 
dall'incontro di via Durini e S. Zeno (Cavallotti) allo 
sbocco di via Bernardino Luini: onde è da supporre che, 
pur esistendo sontuosi edifici eccitanti la meraviglia del 
forestiero, il popolo minuto doveva ammucchiarsi entro 
case mal costrutte, in vie anguste prive d'aria e di luce. 
Tanto gli antichi erano lontani da quei bisogni, da quei 
principii di comodità e d'igiene che regolano la vita mo- 
derna. 

Ben pochi ruderi, dicemmo, degli antichi edilìzi ci son 
rimasti e insufficienti pur troppo e darci un'idea dell'a- 
spetto di questa nostra seconda Roma durante la splendida 
epoca imperiale: ci avesse almeno la storia tramandato 
copiose notizie della vita che si agitava entro le mura 
della città che era centro militare e politico di tanta parte 
dell'Impero e sede di una Corte che aveva adottato il fasto 
delle Corti orientali! ma no; gli storici si soffermano ai 
grandi avvenimenti politici e militari, ma della cittadi- 
nanza non parlano, essa resta sempre nell'ombra: solo i 
marmi raccolti nel patrio museo d'archeologia ci danno 
qualche lume per ricomporre la vita interna del Municipio 
Milanese. 

Quei marmi, nel loro frammentario linguaggio, ci atte- 
stano l'esistenza di corporazioni religiose e profane e ci 
provano che, come nelle altre città dell'Impero, era anche 
in Milano viva la tendenza delle varie classi della cittadi- 
nanza a organizzarsi in associazioni professionali, a scopo 
di solidarietà e di mutuo soccorso. 

Delle Corporazioni milanesi le iscrizioni ci ricordano : 
i mulattieri; i fabri e i centonari, operai costruttori i primi, 
fabbricanti i secondi di panni o coltroni messi insieme con 
vari pezzi di stoffa (centoni) ; gli erari, o lavoratori del 
metallo; le confraternite dei Martensi, cittadini sembra o 
veterani associati nel culto di Marte, dei denaro fori e 
canno fori, cioè « portatori di alberi » e portatori di canne, 



9 



nelle processioni e nelle cerimonie che si facevano in 
onore della Gran Madre degli Dei. 

Alcune di queste Società avevano una vasta organiz- 
zazione : quella dei fabri e centenari, per esempio, sembra 
constasse di 12 centurie, nelle quali erano ammesse anche 
le donne, e di 12 centurie constava anche quella degli 
erari ; numeroso era quindi il ceto operaio, e, quel che più 
importa, non era disprezzato, come in Roma antica, il lavoro, 
era anzi fonte di stima e di ricchezza; infatti il calzolaio 
Giusto Atilio volle lasciare nel suo epitaffio l'immagine del 
suo deschetto, il tintore Novellio si faceva riprodurre sul 
marmo in atto di sciorinare un panno, un padrone faceva 
scolpire sulla tomba di un liberto « che nell'arte sua 
quel che fece male nessuno fece meglio, quel che bene 
non altri come lui »; le epigrafi infine ci parlano di 
sagarii e castrensarii, cioè fabbricanti di panni militari e 
linarii o fabbricanti di tela, sì da lasciarci conoscere che 
già a quei tempi Milano fosse, come fu nel Medio evo e 
come è oggi, un centro importante per l'industria tessile. 

Ma accanto a questa classe fiorente d'artefici, un'altra 
non meno operosa cooperava alla prosperità di Milano, 
quella dei negozianti; le iscrizioni ci parlano d'un che si 
dice negoziante della Cisalpina e della Transalpina, patrono 
dei battellieri di Como, di un dell' Apulia trafficante in 
panni militari, d'uno di Ravenna che trattava articoli da 
calzolaio, d'un Publio Giulio Macedone e d'un oriundo di 
Metz specialmente dedicati al commercio delle pelli e dei 
panni militari; molti forestieri dunque che qui conveni- 
vano come ad un centro d'affari più che regionale. 

Una vita laboriosa ferveva in Milano nel quarto secolo, 
ma anche allora, come oggi, i Milanesi alternavano vo- 
lentieri il godimento al lavoro intenso e fecondo : v'era 
un circo, v'era un teatro, v'era un anfiteatro; mimi ed 
attori di cartello dovevan qui convenire; come il panto- 
mimo Pilade, scolpito in effigie su un cippo, che si con- 



10 



serva presso la Biblioteca Ambrosiana, sotto le spoglie di 
due personaggi della tragedia di Euripide in atto di levarsi 
la maschera, quasi a mostrare il volto al popolo plau- 
dente; come Urbico, il gladiatore fiorentino, qui morto 
a 22 anni, pur effigiato sulla pietra dell'epitaffio colla 
sua armatura gladiatoria e con accanto il suo cane. 




Lapide di Urbico gladiatore. 



11 — 



III. 



Il cristianesimo — -'■ Influenza di S. Ambrogio — Feste 
religiose — le nuove basiliche — i nuovi riti — 
Attila a Milano — Le litanie ambrosiane. 

Coi progressi del Cristianesimo Milano divenne anche 
il principal centro religioso, cosicché il nostro Vescovo 
Metropolita aveva sotto di sé i Vescovi di ventuna città ; la 
Chiesa Milanese come fu grande per ampiezza di giurisdi- 
zione lo fu per splendore di dignità dopo che S. Ambrogio 
(►£ 397) la ebbe col suo genio illustrata. 

Ambrogio era divenuto il padre del suo popolo « il 
consigliere e l'amico degli imperatori e dei, principi, l'av- 
versario invitto dei tiranni, il difensore imperterrito dei 
diritti così della sua chiesa, come dei poveri e degli 
oppressi ». Ambrogio dissipò gli ultimi resti del Pagane- 
simo, fiaccò la baldanza della setta ariana; a mano a 
mano che il prestigio dell'autorità imperiale decadeva, 
cresceva per opera di lui quello dell'autorità ecclesiastica 
sì che S. Ambrogio potè resistere anche all'Imperatore, 
come vindice della moralità e della giustizia e, dolcemente 
svincolandosi dalle dipendenze del Pontefice di Roma, dare 
alla Diocesi di Milano una costituzione quasi autonoma, 
le cui tracce nel rito e nella forma duran tuttora. 

Si allentavano i vincoli che legavano il popolo al 
Governo e in compenso altri se ne stringevano fra popolo 
e Chiesa; ai tempi di Ambrogio cominciò quell'accordo 
che rese al popolo lombardo men dura l'oppressione dei 
barbari prima e dei signori feudali più tardi, e, come 



— m — 

vedremo, lo mise in grado di scuotere il giogo degli 
oppressori. 

L'esempio e l' influenza di Ambrogio fa sì che la vita 
sia assorbita dalla preoccupazione religiosa : religiosi sono 
in gran parte i festeggiamenti pubblici: il trasporto dei 
corpi di S. Gervaso e Pro taso dalla basilica Naboriana, 
dove S. Ambrogio li scoperse, a quella di Fausto, e il 
trasporto del corpo di S. Nazaro dalla località detta Tres 
Mores alla basilica dei SS. Apostoli, che di quel santo 
prese poi il nome, sono avvenimenti che interessano e 
commuovono il popolo intero; gli edifici sacri crescono 
di numero e di importanza; mentre prima le basiliche 
eran relegate fuori delle mura, ora cominciano ad erigersi 
anche in città, e Ambrogio parla della basilica nuova, 
grande, interiore, quella che prese poi il nome di Mag- 
giore e di S. Maria, e doveva poi essere sostituita dal 
nostro Duomo; parla della basilica Ambrosiana da lui 
stesso edificata, che porta ancora il suo nome. Nelle chiese 
si radunano i fedeli alla Messa in aurora, ai frequenti 
sermoni. Ad allietare e ad edificare le sacre adunanze, si 
introduce il canto alternato dei salmi, degli inni e delle 
melodie : di molti fra questi componimenti, e dei più belli, 
è autore lo stesso Ambrogio. Le Vergini consacrate a Dio 
hanno un posto d'onore e le signore milanesi vanno a 
gara a riceverne l'amplesso; tanto è il fascino della parola 
di Ambrogio che la fama ne vola lontano, e da paesi 
stranieri accorrono fanciulle a prendere il velo da lui, sì 
che le madri ne sono sgomente. 

Mentre Ambrogio rinnovava così la coscienza del 
popolo coi principii più puri della religione cristiana, già 
venivano d'oltr'alpe le prime minaccie dei barbari, già il 
colosso dell'Impero romano d'Occidente trema nelle fonda- 
menta : si direbbe che il Vescovo di Milano, presago delle 
prossime sventure che prima avrebbero colpito la città sua 



13 



diletta, preparasse il suo popolo a sostenerle serenamente 
coi conforti d'una fede sincera e profonda. 

E infatti, posta ai piedi delle Alpi, Milano fu tra le 
prime travolta dal torrente barbarico; non eran passati 
sessantanni dalla morte di S. Ambrogio, che Attila, chia- 
mato il flagello di Dio, piombava sulla Metropoli lombarda, 
e se non la distruggeva dalle fondamenta, come vuole la 
tradizione, le portava tali danni che non potè più essere 
sede imperiale. 

Gonfortatrice in tanta sventura dovette allora ben 
presentarsi alla mente dei milanesi la cara immagine 
paterna di S. Ambrogio! Fu allora che si instituirono le 
litanie ambrosiane: tre giorni consacrati al digiuno, alla 
orazione e a processioni: il clero e il popolo, guidati dal 
Vescovo, recavansi fuori della città, dove maggiore era 
stata la rovina, pregando il Cielo per la preservazione da 
invasioni straniere; quella cerimonia fu conservata per 
secoli come cara tradizione; col tempo non si parlò più 
di stranieri, ma si invocò la benedizione sui campi, e la 
processione durò all'aperto fin verso la metà del secolo XIX, 
quando i nuovi ordinamenti civili la relegarono in chiesa. 




Atilio Giusto calzolaio caligario. 




Effigie di S. Ambrogio. 



CAPO IL 

Milano sotto il Dominio dei Barbari 
e nell'Epoca Feudale 

L 

I Goti - Vendetta di Vitige contro i milanesi - La di- 
struzione di Uraja - Conquista dei langobardi - Con- 
dizione DEI MILANESI SOTTO I MEDESIMI. 

Sotto il mite dominio dei Goti Milano potè riaversi 
alquanto, durante il regno di Teodorico, di Amalassunta, 
di Teodato, e riprese, con Vitige, il posto di prima città 
dell'Occidente dopo Roma; ma un infelice atto dei suoi 
cittadini fu causa di nuove e più gravi iatture. Era sbar- 
cato in Sicilia Belisario, generale dell'Imperatore d'Oriente, 
col disegno di riconquistare l'Italia; i Milanesi implorarono 
il suo aiuto contro i barbari : di ciò Vitige volle vendicarsi : 
mandò il nipote Uraja ad assediar Milano e [Jraja la prese e 
l'abbandonò alla distruzione (539); non totale per certo, 
ma pur così grande che ne durò per secoli la tradizione; 
la città fu ridotta a tal punto che in seguito i Langobardi 
ad essa non badarono e posero la loro capitale a Pavia. 

Riuscirono le armi imperiali a liberar F Italia dai Goti 
e a ristabilirvi il dominio dell' Imperatore d' Oriente ; ma 



16 



spentosi il glorioso Narsete, ch'era successo a Belisario, e 
nella riorganizzazione del dominio imperiale in Italia 
aveva avuto la massima parte, una nuova gente del Nord 
varcava le Alpi e conquistava quasi tutta la Penisola (569). 
I Langobardi, che dominaron tra noi per ducentocinque 
anni, e alla nostra bella e ricca regione lasciarono il loro 
barbaro nome. 

Milano fu data ad un Duca (una piazza ne ricorda 
ancora la residenza, il Cordusio: Curia Ducis, che vuol 
dire appunto Corte del Duca), e senza dubbio, per quanto 
riguarda il governo civile e politico, subì la sorte dei 
vinti; perchè sulle condizioni degli italiani sotto questi 
conquistatori non è ancor dato esprimere un giudizio sicuro: 
furono gli italiani, durante due secoli di dominio lango- 
bardo, trattati sempre ed oppressi come servi, oppure vin- 
citori e vinti si fusero in una gente sola? Furon talora gli 
italiani chiamati a parte del Governo o ne furon sempre 
inesorabilmente 68011181? Conservarono l'uso delle antiche 
leggi, gli antichi ordinamenti municipali, o furono in tutto 
sottomessi alle leggi dei dominatori? Sono tutte domande 
che aspettano ancora una risposta definitiva. Senonchè, 
osserva un chiaro erudito milanese, il dott. Achille Ratti : 
« Indizi positivi fanno sembrare assai più probabile che 
qualche cosa dell'antico e dell' indigeno restasse, come 
germe destinato a svolgersi ed a maturare in tempi migliori. 
Non fosse che negli ordinamenti ecclesiastici e nelle private 
Associazioni dei negozianti e degli artieri, illustre tra queste 
ultime quella dei Maestri Comacini, e tanto ragguardevole 
da essere contemplata nelle stesse leggi langobarde. » 
Questi Maestri Comacini sono una gloria tutta nostra 
lombarda: muratori e architetti nel tempo stesso, si spar- 
sero non solo per tutta l'Italia a costruire quei monumenti 
di architettura lombarda di cui ancora rimangono splendidi 
esempì a Brescia, a Pavia, a Verona, ma disseminarono 
le loro opere in molte contrade d'Europa. 




La torre ni Ansperto in via Bernardino Luini 




.: ... \. ..' 

- 




Tomba di Ariberto in Dromo 



17 



IL 



Conquista di Carlo Magno - Organizzazione feudale - 
I Conti e i Vescovi - Il popolo di Milano e l' Ar- 
civescovo Ariberto - Le lotte contro i nobili. 

Nel 774 i Franchi, guidati da Carlo Magno, cacciarono 
i Langobardi e si impadronirono dell'Italia. La conquista 
di Carlo Magno portò un ordinamento più elaborato 
e organico, un Governo più illuminato che favorì, o per 
lo meno non inceppò, lo svolgimento di quei germi che 
produssero più tardi la rigenerazione del popolo italiano 
col regime comunale. 

L'organizzazione feudale assegnò Milano a un Conte, 
meno indipendente dal potere supremo che non fosse il 
Duca langobardo, quantunque avesse potere politico, giu- 
diziario e militare: spartì le terre in tre ordini di feuda- 
tari; capitani, valvassori e militi, fieramente tiranni; tante 
erano le prerogative, i diritti, le competenze assolute e 
dispotiche, spesso strane e feroci, che il diritto feudale 
loro accordava e delle quali si valevano senza discrezione 
ad opprimere il popolo : le abitazioni e le strade, i pascoli 
e gli animali, i campi e le derrate, le monete e le misure, 
le cose e le persone, tutto era abbandonato, e particolar- 
mente nelle campagne, all'arbitrio del feudatario. 

Ma, per compenso, l'ordinamento di Carlo Magno con- 
sentiva che accanto a quella del Conte andasse crescendo 
un'altra autorità, la quale presto avrebbe soppiantato la 
prima, il Vescovo. Carlo e i suoi successori avevan bisogno 
dei sacerdoti per consolidare il loro dominio: i missi 



18 



dominici, una specie di ispettori supremi che percorrevano 
quattro volte l'anno l' Impero, invigilando l'esecuzione 
delle leggi (Capitolari), controllando l'amministrazione, 
il governo delle Contee, rendendo giustizia, avevano, tra 
le altre attribuzioni, quella di procurare la concordia tra 
i Conti e i Vescovi : pari in dignità ai Principi che si 
trovavano al sommo della gerarchia feudale, i Vescovi 
dipendevano direttamente dall'Imperatore, erano ammessi 
alle Assemblee nazionali (campi di maggio), dove tratta- 
vansi gli interessi generali e si facevano le leggi. 

Così il popolo aveva aperta una via per sottrarsi alla 
oppressione dei feudatari, o ascrivendosi al clero, o dandosi 
in soggezione alle chiese, dove trovava facili difensori: 
le ampie immunità concesse al Vescovo su molti beni 
facevan passare nelle sue mani gran parte della giurisdi- 
zione prima spettante al Conte o ai Signori: e il popolo 
favoriva questo incremento, perchè l'autorità vescovile, 
oltreché non straniera, era più umana e più giusta. Tra il 
clero e il popolo si andavano stringendo sempre più saldi 
vincoli, perchè solo tra il clero trovava quest'ultimo chi 
ne compiangesse i dolori e ne comprendesse i bisogni. 
Valga l'esempio dell'Arciprete Dateo, che nel 787 lasciava 
di che fondare un Ospizio pei trovatelli, il primo al mondo, 
dicono, di questo genere. 

Già l'Arcivescovo Ansperto (868-881) aveva raccolto 
intorno a sé molte aspirazioni popolari, e sotto di lui Milano 
aveva veduto sorgere begli edifici ed utili istituzioni, come 
la basilica e l'ospedale di S. Satiro, ristorate e rafforzate 
le mura, sì che la popolazione dalle campagne poteva fidu- 
ciosa ridursi nella città ben difesa e portare ai cittadini un 
valido aiuto di braccia e di volontà. Già ai tempi di An- 
sperto non si parla quasi più del Conte, e quand' esso 
compare è solo dopo l'Arcivescovo, quand'esso opera è 
sotto la sorveglianza di lui. E in seguito l'influenza del 
Capo della Chiesa milanese, che in questi tempi comincia 



19 - 



a chiamarsi Arcivescovo, va sempre più allargandosi, 
mentre coi deboli successori di Carlo Magno e cogli im- 
peratori tedeschi, eredi di quella Corona, in balìa dei 
partiti locali, scema il prestigio e scema la forza dell'auto- 
rità imperiale. 

Il nostro Metropolita, arbitro oramai anche della 
Corona d' Italia, che gli imperatori dovevan ricevere in 
Milano dalle sue mani, a poco a poco diventò il capo di un 
vero ed assoluto Principato di carattere feudale. Le tumul- 
tuarie elezioni dei Vescovi, fatte ab antiquo dal clero e dal 
popolo, cominciarono ad abituare quest'ultimo ad interes- 
sarsi alla cosa pubblica, a dargli coscienza dell'esser suo 
e della sua forza e lo resero maturo agli avvenimenti che 
si svolsero durante il Principato di Ariberto da Intimiano 
(1018-1045), quando il potere politico del Metropolita am- 
brosiano toccò il suo apogeo, e Milano, spinta e guidata 
da quello, iniziò con meravigliosa vigorìa l'edifìcio della 
sua storia. 

L'Arcivescovo Ariberto è una delle figure più caratte- 
ristiche, se non delle più grandi, del medio evo ; invaso da 
un'ambizione senza freno, lottò con tutti: coli' Imperatore, 
col Papa, colla nobiltà, col popolo. Egli voleva ridurre 
vassalli della Mensa arcivescovile i feudatari vicini, solo 
perchè da quella avevano ricevuto in feudo alcuni beni; 
i nobili maggiori (capitani) aderirono nella speranza di 
potere, coll'appoggio di lui, soperchiare gli altri, ma i 
vassalli minori si opposero e presero le armi. Ariberto 
organizzò una forte milizia popolare e disperse i ribelli a 
Campomalo (1036). 

Ma l'ardire dei feudatari non è domato: amico del- 
l'Imperatore Corrado, Ariberto lo invita a venire in Italia 
per frenare la nobiltà prepotente. Corrado viene, ma, o 
geloso per la potenza del clero, o debole dinnanzi ai 
reclami e alle insinuazioni dei Signori, imprigiona il Ve- 
scovo soldato e assedia la città. Una fuga romanzesca 



— 20 — 

riconduce Ariberto in Milano; il popolo, entusiasta, gli si 
stringe intorno e, già abituato alle armi per virtù di lui, 
resiste all'Imperatore e lo forza ad abbandonare l'assedio. 
Corrado semina, col concedere insidiosi privilegi, la dis- 
cordia tra le varie classi sociali, scatena tutti i vassalli 
contro l'audace; ma Ariberto raccoglie le sue fide milizie 
intorno al Carroccio: quel carro tirato da bianchi buoi, 
« coll'asta sublime », scrive il Ratti, « coi candidi veli, 
colla grande croce e l'immagine del Crocefisso che stende 
le braccia sulle schiere adunate intorno e in ogni evento 
le conforta, quel carro che moveva dalla Cattedrale, presso 
la quale anche custodivasi, era bene l'insegna che con ve- 
ni vasi ad un popolo, il quale sorgeva nel nome di S. Am- 
brogio e con a capo il suo Vescovo ». Il popolo vince la 
lega dei feudatari e li costringe a rientrare in città e a 
sottoporsi alla legge comune ; e del Comune politico mila- 
nese questi sono i primordi. 

Se Ariberto in queste lotte fosse stato guidato solo 
dall'amore della giustizia sarebbe davvero uno degli uomini 
più grandi che la storia ricordi; ma egli era più preoc- 
cupato dell' ingrandimento della sua potenza che non del- 
l'elevazione delle classi popolari; lo provano le contrad- 
dizioni degli ultimi anni della sua vita, quando abbandonò 
la causa del popolo e gli si fece, se non aperto, non dubbio 
nemico. Ma al popolo oppresso aveva egli, anche senza 
volerlo, recato immensi benefizi; gli aveva dato la coscienza 
del diritto, la dignità morale, lo spirito militare: gli aveva 
dato il criterio della disciplina, il talento dell'organizza- 
zione. Così poteva bene Ariberto abdicare oramai alla sua 
missione, recarsi in Germania a giurar fedeltà al figlio 
dell' Imperatore Corrado, che aveva così accanitamente 
osteggiato, ricollocarsi meschinamente a capo dei nobili ; 
il popolo non aveva più bisogno di lui, aveva imparato 
a fare da sé, e poteva affrontare, con fiducia di vittoria, 
l'eterna sua nemica, la nobiltà che già rialzava la testa. 



CAPO III. 

Milano nell'Epoca Comunale 



I. 

Risorgimento del popolo milanese - Lanzone da Corte 

E LE VITTORIE POPOLARI CONTRO LA NOBILTÀ - Il POPOLO 
DURANTE LE LOTTE RELIGIOSE. PRETI RICCHI E PRETI PO- 
VERI - ARI ALDO ED Erlembaldo. 

Nel 1042 cominciò questa rivoluzione; per la prima 
volta si trovava di fronte in aperta lotta l'elemento romano 
rappresentato dal popolo, e l'elemento germanico rappre- 
sentato dalla nobiltà feudale; giacché non è questa sola- 
mente una lotta fra oppressi ed oppressori, ma anche una 
vera e grandiosa lotta di razza. 

Lanzone da Corte, un nobile, sembra, sinceramente 
convertito alla causa popolare è l'eroe di questo episodio ; 
le schiere popolari stavan già per soccombere quando egli 
intervenne a raccoglierle e a spingerle in un estremo assalto 
vittorioso. I nobili furon cacciati dalla città, ma fortificatisi 
in sei borghi, da loro stessi costruiti nella circostante 
campagna, ed aiutati dagli abitanti dei Contadi del Seprio 



— m — 

e della Martesana, molestarono con frequenti assalti i di- 
fensori delle mura. Fu un vero assedio che durò tre anni, 
i Milanesi eran già presso a cedere alla fame; ma Lan- 
zone, con accorta politica, seppe ben ventilare la minaccia 
d'un intervento armato dell' Imperatore sì che i Signori, 
impauriti, si lasciarono indurre e rientrare in città e ad 
accettare le modificazioni d'ordinamento imposte dai nuovi 
tempi; vale a dire la compartecipazione del popolo nel 
governo comune. 

Era la prima volta che, nella piena coscienza del suo 
forte diritto, la borghesia di Milano provvedeva in comune 
ai propri interessi come ceto distinto ; onde in questa tregua 
molti scrittori hanno veduto le origini del Comune, rite- 
nendo eh' esso si costituisse allora con capi scelti dai vari 
ordini della cittadinanza. Ma se i documenti del tempo, 
pur mostrandoci quegli ordini, clero, nobiltà e popolo, più 
nettamente delineati è più avvicinati tra loro, non permet- 
tono di asserire che così d'un tratto si costituisse il nuovo 
stato politico colla piena partecipazione del popolo al go- 
verno, è certo che questo aveva fatto un gran passo verso 
la conquista dei suoi diritti. Le grandi questioni non si 
dibattevano più solamente fra Arcivescovo, Imperatore, 
Capitani e Valvassori. 

Quanto oramai potesse questo nuovo elemento che 
entrava a far parte della vita pubblica, il popolo, si vide 
nelle lotte religiose, le quali seguirono immediatamente 
ai rivolgimenti provocati da Lanzone e furono qui in 
Lombardia un drammatico episodio della famosa lotta per 
le investiture dibattuta fra il Papato e l' Impero. 

Una profonda corruzione aveva intaccato l'alto clero 
il quale nella vita privata macchiava la sua dignità col 
concubinato e nella pubblica colla simonia, cioè colla ven- 
dita delle alte cariche ecclesiastiche. Il clero minore pro- 
testava contro gli scandali, e si formaron così, verso la metà 
del secolo XI, due grandi fazioni, fieramente avverse; 



— 23 — 

l'una dei preti ricchi e titolati, che avevano per naturale 
alleata la nobiltà, alla quale molti appartenevano; l'altra 
dei preti poveri, fautori di una radicale riforma che si 
appoggiavano e trovavano potenti mezzi d'azione nel po- 
polo: la seconda fazione era chiamata dagli avversari pa- 
taria, quasi a dire « accolta di straccioni » per dispettosa 
ironia non già perchè solo l' infima plebe sostenesse il 
partito dell'ordine e delle riforme. La simonia era così 
strettamente legata colle investiture dei vescovadi, di cui 
l'Impero voleva essere unico dispensatore, che i Pontefici 
romani sostennero naturalmente i patarini, e l'Imperatore 
la nobiltà e il clero simoniaco. Di questo atteggiamento 
diede manifesta prova Enrico III, coli' imporre alla sede 
arcivescovile di Milano, appena morto Ariberto, Guido da 
Velate, un prete di scarsa scienza e di dubbi costumi, 1045. 
Queste lotte, spesso terribili e sanguinose, durate un 
mezzo secolo, mutarono profondamente le condizioni poli- 
tiche e sociali di Milano. Mentre prima l'Arcivescovo, giunto 
all'apogeo della sua potenza erasi fatto il protettore, l'al- 
leato del popolo e con esso aveva fiaccato la baldanza 
della nobiltà e dell' Imperatore medesimo , ora da quella 
potenza rapidamente decade, diviene strumento dell' impero 
e dei nobili, difende il clero simoniaco contro il Papa e 
questa politica ambigua maschera col pretesto di difendere 
l'autonomia della chiesa Ambrosiana contro quella di Roma 
che tende ad assorbirla; il popolo infervorato dapprima 
da quell'uomo di abilissimo ingegno e di ferrea tempra che 
si chiamava Ildebrando, e fu poi papa Gregorio VII, e 
guidato poi da convinti apostoli della causa dell'ordine 
e della disciplina, Anselmo da Baggio, Arialdo ed Erlem- 
baldo, il popolo sta col Pontefice, si scaglia ora contro 
quelle bandiere sotto le quali aveva prima militato e si avvia 
a scuotere anche il giogo dell'Arcivescovo che prima lo 
aveva messo sulla via delle conquiste. 



— 24 — 



IL 

La prima costituzione del comune di Milano — Ostilità 
dei milanesi contro le altre città — federico bar- 
barossa contro milano — la distruzione — i quattro 
borghi — Persecuzioni — La riscossa contro l'Im- 
pero — Ritorno dei milanesi in città — La scultura 
di Porta Romana. 

L'aspra guerra terminò, verso la fine del secolo, col 
trionfo della Pataria, e coli' assoggettamento della Chiesa 
Milanese alla Romana. A suggellare la vittoria Arialdo ed 
Erlembaldo furono proclamati Santi, qui in Milano, fra 
l'universale esultanza; l'autorità papale divenne qui arbitra 
delle elezioni e la chiesa Milanese fu costretta ad abban- 
donare il terreno politico per ritirarsi, fatta più pura, nel 
Santuario ; il popolo usciva dalla lotta rafforzato dal pre- 
stigio della vittoria e reso esperto dal rapido avvicendarsi 
degli eventi. 

Da queste lotte il Comune stesso dovette uscire più 
organicamente e più solidamente costituito, e tale ci appare 
già nel 1117, quando i 18 Consoli (ora per la prima volta se 
ne fa il nome) convocano in Milano, insieme all'Arcivescovo 
Giordano, un primo congresso di città lombarde e lo pre- 
siedono ; assemblea nella quale si proclamano le franchigie 
acquistate dal popolo, quasi come sfida all'Imperatore En- 
rico V lottante di nuovo contro la Chiesa. Nel 1125 è l'as- 
semblea composta di tutti i cittadini che riconosce come 
Re d'Italia Corrado di Svevia e gli decreta le onoranze; 
oramai il Consiglio è arbitro delle pubbliche cose anche 
in confronto dell'Imperatore e dell'Arcivescovo. 



— 25 — 

Inebbriati dai felici successi, arricchiti dai già fiorenti 
collimerei, i Milanesi cominciarono a tormentare le altre 
città vicine, che con movimento analogo si erano sottratte 
al giogo della feudalità; distrassero Lodi, diroccarono Como, 
osteggiarono Cremona e Pavia (1111-1127). 

Ma nel 1152 era salito sul trono imperiale un uomo 
robusto d' ingegno e gran maestro di guerra, Federico Bar- 
barossa; egli accolse ben volentieri i lamenti delle città 
lombarde, come pretesto a restaurare il decaduto prestigio 
dell' Impero ed ingaggiò una lotta ventenne ricca di dram- 
matici episodi. Milano sostenne un crudelissimo assedio 
di dieci mesi. Il governo comunale fece quanto era possibile 
per alleviare le durezze della carestia, ma invano : i milanesi 
dovettero rendersi e la loro città, dicono le cronache, fu 
distrutta ; per meglio umiliarla, lo sterminio venne affidato, 
più che ai soldati alemanni, agli ausiliari delle città lom- 
barde che erano state osteggiate dai milanesi e avevano 
seguito le sorti dell'Imperatore. 

La distruzione tuttavia fu lungi dall'essere completa, 
come gli scrittori del tempo, naturalmente portati ad esage- 
rare, ci han fatto credere. Per distruggere una città vasta 
come era allora la capitale lombarda ci sarebbe voluto assai 
più tempo e assai maggior numero di sterminatori. E non 
parliamo della leggenda dell'aratro che avrebbe rotto le 
contrade della città e del sale che vi sarebbe stato semi- 
nato. Costava troppo allora il sale perchè l'Imperatore, 
sempre a corto di quattrini, si prendesse il divertimento di 
profonderlo in così strana seminagione. Innanzi tutto furon 
salve le chiese; la Metropolitana rovinò in parte perchè 
si volle abbattere il campanile altissimo che le sorgeva a 
lato; furon salvi i palazzi di quei nobili che eran passati 
sotto le bandiere imperiali; quello che si volle radere al 
suolo furon le torri, le muraglie, i luoghi alti e muniti 
che potevano servire a difesa o ad offesa. La cronaca di 
Buonaccorso ci dice infatti che la città era circondata da 



— 26 — 

un muro molto alto, e non molto grosso, lungo il quale si 
ergevano cento torri. In generale le fondamenta, e forse i 
primi piani degli edifici, dovettero rimanere intatti; altri- 
menti come avrebbero potuto i cittadini e i loro alleati 
rifabbricare e fortificare la città in quattro mesi? 

Ma non per questo fu la jattura men grave. Com'era 
allora costume dei conquistatori, Federigo costrinse i Mi- 
lanesi ad abitare in quattro borghi costrutti alla meglio 
fuori della città, con mattoni, con travi, con paglia, con 
fango; là vissero stipati cinque anni, coltivando a stento 
gli squallidi campi, perseguitati dai luogotenenti che l'Im- 
peratore aveva lasciato, i quali spingevano le angherie 
fino a impedir loro di ripetere i loro crediti da persone 
bene accette ai prefetti imperiali e ad abbruciare i docu- 
menti delle loro ragioni, dal che nacque una tale confu- 
sione nei rapporti della proprietà che ancora nel 1216, 
quando la prima volta si raccolsero in un codice le antiche 
consuetudini, si dovette includere una disposizione speciale 
per identificare le proprietà intorno alle quali non esistes- 
sero più documenti scritti, e ciò, dice la legge « per la 
sventura che tanto ai cittadini, quanto ai contadini, ac- 
cadde al tempo della guerra e della persecuzione di Fede- 
rigo Imperatore ». 

Ma sì feroce oppressione mutò completamente lo spi- 
rito pubblico. La sventura è prodiga agli uomini di utili 
insegnamenti; i Milanesi costretti a tanto misera vita co- 
mune dimenticarono le antiche querele; le città lombarde 
videro nell'Imperatore il nemico comune, dimenticarono 
le discordie di campanile, e s'accordarono con Milano per 
la comune difesa. Mentre Federigo scorrazzava l'Italia per 
prevenire i maneggi del Pontefice contro, di lui, una fìtta 
rete di cospirazioni avvolgeva la parte settentrionale della 
penisola. Si costituiva la Lega lombarda. 

Le città si ribellavano e cacciavano i governatori 
imperiali; i bergamaschi, i bresciani, i cremonesi, i man- 



37 



tovani, già fattisi liberi, accorrevano in aiuto di Milano che 
più di tutte era stata colpita dall'ira imperiale; i Milanesi 
abbandonavano i borghi e aiutati dai fratelli si davano a 
rifabbricare la loro città. Una rozza pietra scolpita, già 
posta sull'antica Porta Romana ed ora conservata nel Museo 
archeologico, nel Castello sforzesco, ci riproduce questo 
commovente episodio della nostra storia; quelle sculture 
rappresentano appunto il ritorno dei Milanesi in patria, 
preceduti da un Frate Jacopo, che alcuni pensano fosse 
l'Abate del Monastero di Pontida dove la tradizione vuole 
siasi costituita La Lega Lomhar&aì e seguito dai cittadini 
delle città amiche, Bergamo, Brescia e Cremona. 




Ritorno dei Milanesi in patria: (bassorilievi al ponte di P. Romana). 



28 



UT. 

Estensione di Milano prima del Barbarossa. Monumenti 
superstiti - Chiese, monasteri, ospedali, luoghi pii - 
La battaglia di Legnano - La città ricostrutta - 
Edipici e canali - Disordine politico nel Comune - Il 
primo protettore del popolo. 

Apriamo ora una parentesi, per vedere quale fosse 
l'estensione di Milano prima della distruzione del Barba- 
rossa. Le mura che la cingevano erano ancora quelle di 
Massimiano, coli' ampliamento fatto dal Vescovo Ansperto, 
verso Porta Vercellina, per inchiudervi il Monastero 
Maggiore, l'antico Monastero di S. Maurizio, già fin dal 
secolo IX menzionato nei documenti. 

Seguiamo il Padre Fumagalli, il quale nel secolo XVIII, 
con mirabile erudizione, seppe ricostruire la topografìa di 
Milano in quei tempi. La Porta Romana che in antico era 
presso la chiesetta di S. Vittorello, (non rimane oggi che 
il nome alla via) era stata trasportata a S. Nazaro : quindi 
le mura raggiungevano il Bottonuto, dov'era una pusterla, 
e S. Stefano, allo sbocco della via S. Clemente, dov'era 
un'altra pusterla ; di là. sporgendo un poco in fuori, giun- 
gevano alla porta, o pusterla che fosse, chiamata Tosa 
(Tonsa) che si trovava allo sbocco dell'odierna via Ca- 
vallotti, già S. Zeno. La Porta Orientale doveva essere 
dove il corso s'incrocicchia colla via Durini e la via Monte 
Napoleone ; le serviva di succursale una pusterla quasi di 
contro alla chiesa di S. Andrea; e tra la via Croce Rossa 
e la via Monte Napoleone era la Porta Nuova, sussidiata 



29 



dalla Pusterla d'Algiso o della Brera del Guercio, allo 
sbocco di via Monte di Pietà e dell'Orso in via Brera; 
poco più giù della chiesetta di S. Marcellino la porta Co- 
masina, dove termina la via S. Vicenzino ; in faccia al 
Castello la Porta Giovia, e poco distante dalla chiesa di 
S. Maria alla Porta, la Porta Vercellina. 

Di là diparti vasi il nuovo Muro d'Ansperto che ter- 
minava presso la chiesa di S. Maria al Cerchio, ricordata 
dall'odierna via Circo, d'onde proseguiva l'antico fino a 
Porta Ticinese, posta al Carrobbio, alla pusterla di San 
Lorenzo, presso S. Michele alla Chiusa, e a quella di San- 
t' Eufemia, presso allo sbocco di via della Maddalena; e 
di lì andava a raggiungere la Porta Romana. In tutto 
quindici tra porte e pusterle. 

Al di là di queste mura dovevano essere già sorti po- 
polosi quartieri, giacché alla città nuova vollero dare una 
cerchia fortificata assai più ampia, col largo fossato che 
corrisponde all'odierno giro del Naviglio interno; le nuove 
porte vennero a trovarsi dove ora sono i ponti; i Portoni 
di Porta Nuova, l'Arco di Porta Ticinese, sono le uniche 
superstiti delle porte allora costrutte : la pusterla dei Fab- 
bri fu improvvidamente abbattuta pochi anni or sono; 
della Porta Romana, dell'Orientale e d'altre ci serban 
ricordo le vecchie stampe. 

Il numero delle chiese e monasteri (il Fumagalli ne 
conta più di cento) ci dà un'idea della ricchezza a cui già 
doveva essere giunta la città; ma quello che più ci sorprende 
è la frequenza degli Ospedali e dei Luoghi Pii; l'ospe- 
dale di Dateo, quello dei lebbrosi o di S. Lazzaro a Porta 
Romana, di cui si parla già nel 1087, quello di Guifredo o 
di S. Barnaba, fondato da Goffredo di Busserò nel 1145; 
l'ospedale del Brolio, fuso nel 1157 col precedente, l'ospe- 
dale dei Vecchioni, che l'Arcivescovo Ansperto aveva fon- 
dato nell'879, prescrivendo ai ricoverati l'obbligo di offrire 
il pane e il vino al celebrante nella Metropolitana (l'uso 



30 



dura tuttora) ; lo spedale di S. Dionisio fondato da Ariberto 
nel 1023, quello di S. Cosimo e Damiano, lo spedale pei 
pellagrosi e infermi eretto presso S. Simpliciano nel 1039, 
lo spedale di S. Ambrogio, presso S. Vittore; infine il 
Luogo pio elemosiniero delle Quattro Marie, il più antico 
istituto di questo genere in Milano, fondato nel secolo XI, 
allo scopo di provvedere ai poveri vesti e cibo, con elar- 
gizioni di nobili milanesi che partivano per la crociata. 
Son dunque ben antiche le tradizioni di quella benefi- 
cenza che è tuttora la gloria più luminosa della città 
nostra. 

La lega Lombarda trionfò delle armi imperiali nella 
famosa battaglia di Legnano, 29 Maggio 1176; colla pace 
di Gostanza Federigo abdicò alle sue pretese, riconobbe 
l'autonomia dei Comuni coi diritti sovrani, e gli antichi 
privilegi, riservato solo all'Imperatore un tributo annuo, 
come riconoscimento di un'alta sovranità, la quale fu poi 
sempre più ideale che di fatto. Questo è importante no- 
tare, perchè i Comuni non vollero fare una rivoluzione 
radicale, come, per esempio, voleva essere quella del 1848, 
alla quale molto mal a proposito fu tante volte parago- 
nata, ma solo conservare l'autonomia e i privilegi col 
consenso dell'Imperatore, la cui supremazia nessuno allora 
si sognava di discutere. 

Milano ricostrutta, ingrandita, abbellita riprendeva la 
sua libera vita comunale: i nostri mercanti già frequen- 
tavano i principali centri d'Europa, già fiorivano le indu- 
strie, prima quella della lana, importata dai frati Umi- 
liati che nel Convento di Brera avevano impiantato le 
loro officine, e quella delle armi, per cui Milano andò 
famosa durante tutto il Medio evo; se per rifabbricare la 
Metropolitana era stato necessario che le signore milanesi 
si privassero dei loro gioielli, in breve si fu in grado di 
profondere tesori in un'impresa colossale come quella del 
Naviglio Grande che portava da noi le acque del Ticino e 



— 31 — 

fecondava tutte le interposte campagne : e nel primo quarto 
del secolo XIII si poneva mano al palazzo del Comune, 
che ancor oggi vediamo in Piazza Mercanti. Quel palazzo 
doveva essere la sede del Gran Consiglio, e intorno ad 
esso dovevano raggrupparsi tutti gli altri edifìci che co- 
stituirono il Broletto, o il Foro cittadino. 

Ma la costituzione del Comune, incerta ed instabile 
(gli studiosi di storia non sono ancora riusciti a formarsene 
una idea chiara) non impediva, anzi favoriva il risorgere 
delle discordie civili ; e per un secolo durarono quelle lotte 
sanguinose che condussero fatalmente ad una forma più 
perfetta di Governo, alla Signoria. La nobiltà maggiore 
stava a sé, rappresentata da un proprio Consiglio; la mi- 
nore formava un altro corpo (la Motta), con Consiglio 
proprio; il popolo, con tutte le sue compatte e già fiorenti 
corporazioni d'arti e mestieri, un terzo, con un Consiglio 
detto Credenza di S. Ambrogio. Erano- insomma tre Stati 
nello Stato, e siccome la sovranità risiedeva nei tre Con- 
sigli riuniti, si comprende attraverso quali sbalzi il Governo 
dovesse procedere. 

I Consoli erano stati sostituiti da un Podestà, fore- 
stiero, perchè fosse estraneo agli interessi e alle ire dei 
partiti : ottima innovazione per sé stessa, ma poiché questi 
partiti erano sempre intransigenti, avveniva che ciascuno 
eleggesse un proprio Podestà, e Dio sa come gli eletti 
potevano mettersi d'accordo. Stanchi del Podestà si tor- 
nava talora ai Consoli; ma ora erano due, ora tre, ora 
dodici; ora erano eletti dai nobili, ora dal popolo, ora 
designati da quelli uscenti di carica: poi dai Consoli si 
tornava ancora ai Podestà. Ciascuna di queste rappresen- 
tanze deliberava per proprio conto, e quella deliberazione 
prevaleva che era con maggior violenza imposta : onde era 
un. continuo alternarsi di guerra e di pace tra le varie 
classi della cittadinanza, nel quale si andavano logorando 
le risorse di quel popolo giovane e forte. 



32 



E il popolo lavoratore, stanco delle soperchierie dei 
nobili, stanco del disordine e della confusione, per raffor- 
zarsi di fronte alle altre classi si scelse un protettore in 
Pagano della Torre, un feudatario della Valsassina. Pagano 
aveva saputo conciliarsi F affetto universale amorosamente 
ospitando ne' suoi fondi i miserandi avanzi dell'esercito mi- 
lanese, disfatto a Cortenuova dall'Imperatore Federigo II, 
quando questi aveva voluto ritentare la prova del nonno, 
(1237). Nel 1240 lo invitarono a fissare la sua dimora in 
Milano e lo nominarono Podestà del Popolo: il nome non 
era nuovo, ma la cosa era nuova; « si voleva » adoperiamo 
le parole del Bontadini, « si voleva un uomo, una fami- 
glia, una tradizione che, identificandosi con quanto comin- 
ciava allora confusamente a sembrare uno Stato, traeva 
dalla medesima ambizione sua la volontà e la forza di 
rendere stabili gli ordini e i diritti di tutti. Era una so- 
cietà stanca di secoli d'anarchia, disillusa di libertà ipo- 
crite ed omicide, soltanto abborrente da dominazioni stra- 
niere, che aspirava a qualche 
nuova forma di potere diri- 
gente; una reazione popolare 
contro istituzioni dentro le 
quali ogni arbitrio era la- 
sciato ai potenti ed agli avidi, 
ai malvagi ed ai furbi ». Que- 
sto primo accenno a un potere 
monarchico fu un primo passo 
verso la Signoria. 



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Antica Porta Romana. 






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Un FOGLIO DELLA MATRICOLA DEI MERCANTI DI LANA. SECOLO XIV 



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Pianta di Milano nel 1420 



CAPO IV. 

La Signoria dei Torriani e dei primi Visconti 



i. 

Politica della famiglia Della Torre — Arti e lusso — 
Margherita di Borgogna, il Re dt Francia, il Re 
d'Inghilterra e Papa Gregorio a Milano — Prime 
lotte era torriani e visconti — ottone visconti 
Arcivescovo — Rovina dei Torriani — Matteo Vi- 
sconti: Signore di Milano. 

I nobili ben compresero dove il popolo mirava e la 
preponderanza che per quella via avrebbe senza dubbio 
raggiunta, e, quantunque il Della Torre uscisse dalle loro 
file, subito lo osteggiarono e neramente si mantennero 
avversi a quella famiglia fino a che riunirono per cac- 
ciarla, come vedremo, tutti i loro sforzi. Martino, successo 
a Pagano, ebbe senz'altro il titolo di Anziano, Filippo 
quello di Podestà perpetuo del Popolo. La famiglia Tor- 
riana crebbe d'influenza ed accentrò di fatto, senza però, 
per buona politica, volerlo fare di nome, le funzioni prima 
disperse nelle molteplici magistrature comunali; così su- 
bentrò l'ordine, crebbe la popolazione, sorsero, o furon 
continuati edifìci importanti, si iniziò la lastricatura delle 



— 34 — 

strade, si portarono le acque del Naviglio Grande fino alla 
fossa interna con immenso vantaggio delle campagne adia- 
centi, si fece il primo catasto prediale per un'equa ripar- 
tizione dei tributi, per l' innanzi lasciata all'arbitrio di 
Consoli o di Podestà. Napoleone ordinò nel 1266 il primo 
censimento di popolazione, e si trovarono diciannovemila 
famiglie ; si costituì un esercito abbastanza stabile e rego- 
lare di 28.000 soldati. 

I Torriani favorivano lo sviluppo delle arti e dei me- 
stieri, incoraggiando il lusso, e quelle abitudini di ospita- 
lità grandiosa e spendereccia che divenne quasi eccessiva 
sotto i Visconti, e fu poi sempre una fra le più distinte 
caratteristiche dell'indole de' Milanesi. Ci descrive il Co- 
rio i ricevimenti fatti a Margherita di Borgogna nel 1268, 
quando passò da Milano per andar sposa in Sicilia a Carlo 
d'Angiò; sulla strada novarese, per lo spazio di cinque 
miglia, furon piantati padiglioni e trabacche ; tutti i citta- 
dini di Milano le andarono incontro con vessilli, ciaramelle 
e trombe; né si dimenticò il carroccio. La principessa fu 
ricevuta sotto un baldacchino serico portato da dodici 
primati : « intorno eranvi quattro, vestiti alla foggia del 
baldacchino, tenenti larga la via colle verghe in mano, e 
di dietro e davanti del medesimo si facevano dai più ono- 
rati cittadini continui torneamenti ». Francesco Della Torre 
tenne corte bandita nel palazzo del nuovo Broletto, cioè 
nel Palazzo della Ragione in Piazza Mercanti, che s'era 
cominciato a costrurre nel 1228, ed ivi furono arrostiti dei 
buoi ripieni di carne porcina e di montone, di che tremila 
persone si satollarono. 

II 3 Aprile del 1271, con ventiquattro primari, moveva 
incontro a Re Filippo III di Francia reduce d'Africa, lo 
invitava ad onorare Milano, e lo ospitava nel palazzo dei 
Torriani in Porta Nuova; il Comune offriva al Re dodici 
cavalli montati da cavalieri armati di tutto punto ; in pa- 
recchi luoghi della città erano imbandite mense popolari. 



— 35 — 

Due anni dopo Raimondo Della Torre ospitava il Re Edoardo 
d' Inghilterra, e la Regina Eleonora e Papa Gregorio visi- 
tavano con gran pompa Milano. 

Cominciava dunque per Milano un'era di splendore; 
l'indirizzo di governo più sicuro e più stabile che era 
consentito dal concentrarsi dei poteri nelle mani d'un solo, 
cominciava a produrre i suoi effetti; si andava diffondendo 
l'agiatezza a mano a mano che i cittadini, meno distratti 

amareggiati dalle discordie civili e dalle aspre lotte 
per la supremazia politica, potevano raccogliersi nel lavoro 
e dedicarsi allo svolgimento di feconde iniziative. 

Non crediamo però che tutto fosse pace, ora che la 
somma della cosa pubblica era nelle mani dei Torriani. 
Numerosi nemici molestavan Milano, onde l'esercito del 
Comune, al quale già andavano aggiungendosi milizie 
mercenarie, doveva ben sovente uscire per combattere or 
questa or quella città. Nell'interno la nobiltà sempre turbo- 
lenta dava filo da torcere ai reggitori della Repubblica. Il 
Papa stesso, avverso alla crescente potenza della famiglia 
Torriana, approfittava di ogni circostanza per intralciarne 
l'azione. E poiché un'altra famiglia andava acquistando 
credito e ricchezza, quella dei Visconti, Urbano IV impose 
nel 1262 l'elezione d'Ottone Visconti ad Arcivescovo di 
Milano, nell'intento di bilanciare l'influenza degli altri. 

1 Della Torre indussero il popolo a non ricevere l'eletto, 
pur affrontando la scomunica, e sequestrarono i beni arcive- 
scovili; Ottone dovette aspettare quindici anni prima di 
occupare la sua sede. 

Frattanto la carica di Podestà perpetuo del Popolo 
era toccata a Napoleone Della Torre; con lui la potenza 
della famiglia raggiunse il massimo grado ; egli seppe 
stringere amichevoli rapporti col Re di Francia, ottenere 
dell'Imperatore il titolo di Vicario Imperiale: tuttavia o la 
dignità consentitagli dall' Imperatore insinuasse nel popolo 
il sospetto che egli volesse assoggettarlo del tutto, o la 



— 36 — 

crudeltà con cui, specialmente negli ultimi anni, perseguitò 
i propri nemici, lo indisponesse, il favor popolare andò 
intorno a lui declinando : di ciò fu pronta ad approfittare 
la nobiltà, fremente sempre per lo scemato suo potere; e 
come, nel 1240, il popolo, per sottrarsi alla soggezione dei 
nobili, s'era creato un protettore in Pagano della Torre, 
ora i nobili si raccolsero anch'essi intorno ad un uomo: 
Ottone Visconti, l'Arcivescovo esule e perseguitato, si fece 
interprete e vindice dei loro interessi: messosi egli stesso 
a capo dei fuorusciti, ai quali prestaron man forte le città 
di Novara, di Pavia e di Como, rivali di Milano, il 21 Gen- 
naio del 1277 disperse, nella famosa battaglia di Desio, le 
milizie dei Torriani, ed entrò in Milano, Arcivescovo ad 
un tempo e Signore. 

Ottone rimase arbitro di Milano: le forme del reggi- 
mento comunale col Podestà e il Consiglio furono man- 
tenute, ma restarono pure forme. Uomo violento, mancator 
di fede, più adatto a guidar soldati sul campo^ che alle 
arti di governo, Ottone seppe ritirarsi a tempo, prima che 
una sollevazione di popolo ve lo costringesse, e cedere il 
governo a persona ben più degna, a quel Matteo, che ebbe, 
e si meritò, l'epiteto di Magno (1287), tanti furono gli osta- 
coli che attraversarono i suoi disegni, e tanta fu la forza di 
volontà colla quale li vinse. 

Uomo politico abilissimo Matteo Visconti sapeva es- 
sere in sostanza padrone senza sembrarlo, e s'era già ac- 
quistato tanto credito che Veneziani e Genovesi lo vole- 
vano arbitro di loro contestazioni. Se non che la restau- 
rata fortuna dei Torriani, che, spalleggiati da parecchie città 
lombarde e dal Marchese di Monferrato, minacciavano ad ogni 
ora Milano, e l'esito infelice di alcune spedizioni militari 
contro Pavia, comandate dal figlio di lui Galeazzo, 
gli alienarono l'opinione pubblica. Piuttosto che conti- 
nuare in una lotta di dubbio esito, Matteo preferì abban- 
donare Milano, ritirarsi a vita privata e lasciare che Guido 



37 



della Torre tornasse dopo 25 anni d'esilio a dominare la 
città (1302). Frattanto nel silenzio egli avrebbe meditato 
la rivincita: e non passarono otto anni, che coli' aiuto 
dell' Imperatore, abilmente guadagnato alla sua causa, 
tornava a riprendere il suo posto e a stabilire con mag- 
giore saldezza la signoria Viscontea. 

Le forme repubblicane vanno a mano a mano scom- 
parendo e tutto si concentra nelle mani del Signore : quella 
che fu per tanto tempo, e con dispregio ripugnante alla 
verità, chiamata tirannide, segnò in Milano, e dovunque in 
Italia, un grande progresso dal disordine caotico del Co- 
mune alla organizzazione compatta dello Stato moderno. 
Sotto questa tirannide Milano progrediva a tal punto da 
diventare, verso la fine del Secolo XV, una delle prime città 
d'Europa. 




Sepolcro dell' Arcivescovo Ottone Visconti in Duomo 



- 38 — 



II- 

Mtlano nel Secolo XIII — Le descrizioni di Bonvicino 
della Riva e di Galvano Fiamma: Popolazione, edi- 
fici, PARROCCHIE, OSPEDALI : COMMERCIO DI COMMESTI- 
BILI : Alberghi: Industrie: Medici-Chirurghi e Pro- 
fessori: Il territorio e i suoi prodotti — Edilizia: 
I Coperti. 

Ma soffermiamoci a considerare qnal fosse Milano ai 
tempi di Matteo Visconti, quando la Signoria era ancora ai 
suoi inizi, e cominciava appena, in mezzo a tanti ostacoli, 
il diffìcile suo lavoro di organizzazione. 

Lo studioso della storia Milanese ha su questo punto 
la fortuna di poter sfruttare uua vera monografìa storico- 
statistica di Milano; tale può dirsi la preziosa opera che 
Bonvicino della Riva, un fraticello maestro di scuola, scri- 
veva nel 1^88 col titolo : « Le grandezze della Città di 
Milano » (De Magnalibus urbis Mediolani). Amatore ardente 
della città sua Bonvicino mira a far risaltare tutto quanto 
vi ha in essa di bello e di buono, tutte le virtù, e son 
molte a parer suo, dei cittadini ; tace prudentemente quello 
che non gioverebbe ad onorare o l'ima o gli altri, come 
il rapido passare da un reggimento all'altro, e lo scoppio 
continuo di sanguinose gare di partito: o se agli odi civili 
timidamente accenna, è per giustificarli come inevitabile 
malanno inerente all' umana natura ; tuttavia Bonvicino è 
autore degno di fede, tanta è in lui la diligenza nel pro- 
curarsi le fonti più accreditate, la cura nell' a stenersi dai 
racconti favolosi, così cari ai suoi contemporanei, tanto 



— 39 — 

l*acume di critica e lo zelo di verità nel raccogliere i dati 
per una descrizione topografica, demografica ed edilizia di 
Milano. 

Milano, dice il nostro autore, ha duecentomila abitanti 
essendo provato che si consumano ogni giorno nel suo 
recinto 1200 moggia di grano; più di quarantamila risul- 
tano di conseguenza gli uomini atti a militare come fanti e 
dieci mila son quelli che possono far parte della cavalleria. 
Egli esagera un poco probabilmente il numero degli atti 
alle armi, ma non quello complessivo degli abitanti il quale 
concorda colle indicazioni di altri scrittori. La città è cir- 
condata da un fossato largo 38 braccia, di gran bellezza, 
pieno d'acqua corrente, ricco di pesci, (quello costrutto 
dai Milanesi nel 1156), cinto da un forte muro della lun- 
ghezza di braccia 10.141 ; vi sono sei porte principali e sei 
pusterle, fiancheggiate le prime da forti torri, non però 
finite. Il suolo è abbondante di sorgenti sicché in ogni 
casa decente v'ha un pozzo, e in tutta la città se ne nu- 
merano più di seimila ; le acque gustose, sottili, sane, dige- 
ribili, freschissime. 

Le nobiltà delle fabbriche è altro argomento della 
superiorità di Milano; elove abbondano, oltre i palazzi, le 
case private che ammontano a circa 12500 tutte gremite 
di abitatori. La Corte del Comune è amplissima, racchiude 
nel centro un mirabil palazzo ed una torre, ed è chiusa 
ad oriente da un secondo palazzo con una cappella, a set- 
tentrione e ad occidente da altri due edifìzi; a mezzodì un 
atrio ne segna l'ingresso. È questa la piazza dei Mercanti, 
col palazzo centrale o della Ragione, colla torre dell'oro- 
logio, eretto da Napoleone della Torre, nel 1272, che si 
eleva ancor oggi sopra il Palazzo dei giureconsulti, colla 
casa del Podestà ; essa piazza, dove si agitava tutta la vita 
pubblica milanese, era ai tempi di Bonvicino, in forma- 
zione; non era ancora decorata dagli edifìci fatti fabbri- 
care dai Visconti, che descriveremo più innanzi. 



— 40 — 

La città è divisa in 115 parrocchie, delle quali molte 
comprendono circa 500 famiglie e talune anche mille; le 
chiese son 200 circa con 480 altari: bellissima, tra l'altre, 
quella di San Lorenzo; 36 son dedicate alla Vergine; 120 
campanili con più di duecento campane; le chiese del 
Contado superano la cifra di 2050 con più di 2600 altari; 
240 son dedicate alla Vergine. 

E i conventi? Il secondo ordine degli Umiliati conta 
nel territorio milanese 220 case ; principale quella di 
Brera, sede d'una fiorente industria della lana ; sessanta 
conventi vi possiede l'ordine degli Agostiniani; l'ordine 
dei Predicatori ha un convento in città, un altro quello 
dei Minori con nove case nel contado e vi hanno pure 
dentro le mura molti altri monasteri che ricettano più di 
400 religiosi. Tra i monasteri di donne, cospicuo quello 
di S. Apollinare; degli altri ordini basti dire che contano 
fuori e dentro più di settecento affiliati; si può quindi 
affermare, conclude Bon vicino, che più di diecimila reli- 
giosi vivano in Milano a spese del pubblico, senza contare 
le donne. Un numero strabocchevole! Eppure per Bon vicino 
la frequenza dei conventi che coprivano la città e il Con- 
tado di Milano era prova evidente della bontà dei cittadini ! 

Miglior prova di questa bontà sarà invece per noi il 
numero e la qualità degli ospedali. Son dieci in città nel 
1288, ed è primo per antichità e ricchezza quello di Santo 
Stefano nel Brolo, capace di accogliere, in determinati 
tempi dell'anno, anche più di mille ammalati; esso dispone 
di cinquecento letti e provvede all'allevamento di più che 
trecentocinquanta lattanti ; vi ha un'ospedale apposito pei 
lebbrosi; nel contado si numerali quindici ospedali; gli 
infermi bisognosi son curati da tre chirurghi stipendiati 
dal Comune. 

Carne, pane e vino abbondano in Milano; i macellai, 
quando è lecito mangiar di grasso, ammazzano circa 70 
buoi al giorno; il numero dei majali, delle pecore, dei 



- 41 - 

montoni e capretti uccisi dai cittadini ogni dì è incalco- 
labile, non men di quello dei volatili domestici e selvatici. 
Abbondano pure in città, oltreché i latticini, i prodotti 
della pesca; così di gamberi, nella stagion loro, ne son 
recati ogni giorno a Milano più di sette moggi, d'otto 
staja l'uno ; i pesci grossi e piccoli d'ogni qualità vengono 
pure a ornar le tavole milanesi, durante la quaresima, dai 
laghi e dai fiumi del territorio. 

Sono aperti al pubblico trecento forni; quelli privati 
assommano a cento e più; 150 gli alberghi; (di un solo tra 
essi, posseduto nel 1301 da un tal Antonio Gallina, ci è 
noto il nome: il Cappello rosso). Le botteghe dove si ven- 
dono merci svariatissime superano il migliaio. Delle indu- 
strie milanesi poco dice pur troppo Bonvicino ; non tralascia 
tuttavia di accennare a quella principale, delle armi; i 
fabbricanti di corazze, dic'egli, son più di cento e tengono 
tutti ai loro servizi moltissimi operai intenti al mirabile 
artifizio delle « macchie », ciò è a dire delle figure incise 
sull'acciaio; coloro che fanno scudi ed armi d'altro genere 
sono innumerevoli. Un' industria pur tutta milanese è 
quella delle campanelle per cavalli che escono dalle offi- 
cine di trenta fonditori. 

Numerosi e valenti i professionisti; la città vanta un 
collegio di giureconsulti celeberrimo, composto di 120 
membri ; ha millecinquecento notai, %S medici e loO chi- 
rurghi famosi in tutta la Lombardia, quindici dottori di 
canto ambrosiano; otto soli professori di grammatica ma, 
in compenso, son più di settanta le scuole elementari; qua- 
ranta copisti. 

Tanto in città quanto nel contado, continua Bonvicino, 
è numerosissima la nobiltà : una gran parte di nobili si dicon 
valvassori, altri di più alto grado capitani; e all' infuori 
di questi vi è pur gran numero di nobili parentele. Se ne 
volete una prova eloquente, sappiate che fra i nobili della 
città e del contado più di cento ve n'ha che si dedicano 



- m - 

air allevamento d' astori e di falconi. Dei sparvieri noi! 
saprei né pur dirvi il numero. Abbiam qui un preciso ac- 
cenno alla passione che i milanesi nutrivano per la caccia 
cogli uccelli da rapina; altri ne troveremo più innanzi. 
Bonvicino sembra quasi voglia fare una curiosa distinzione 
gerargica tra la caccia coli' astore e col falcone, riserbata 
ai nobili di più alto grado, e quella collo sparviero concessa 
ai minori. 

Nel contado si annoverano cinquanta borghi tra i 
quali precipuo Monza; le ville, con castelli soggetti al 
Comune, ascendono a centocinquanta ; abitate non solo da 
agricoltori e da artigiani ma anche da nobili famiglie. 

Mirabile è l'ubertosità del territorio: vi si raccoglie 
ogni sorta di grano e di legumi in tanta abbondanza da 
provvedere al sostentamento di molti altri paesi, tra i quali 
Como, così al di qua come al di là delle Alpi. Ne è prova 
il fatto che più di trentamila paia di buoi sono impie- 
gati a coltivare il contado. Si ricavano pure dai campi 
rape e navoni nonché lino in gran copia, dagli orti e dai 
frutteti frutti di ogni natura; le ciliegie, così dolci come 
agriotte, sono in tal quantità che a volte ne son recate in 
città più di sessanta carri al giorno; lo stesso dicasi di 
tutte le altre frutta e specialmente delle noci, d'onde si 
trae olio eccellente e copioso. \ prati producono ottimo fieno 
per gli armenti con siffatta profusione che il solo convento 
di Chiaravalle ne raccoglie ogni anno tremila carri; tutto 
il contado ne fornisce più di duecentomila. Si aggiungano 
le bestie da ingrasso, il latte, il miele, la lana. 

Le vigne producono vino in tanta copia che, a tacer 
d'altro, in una buona annata, ne sono mandati a Milano 
più di 600.000 carri. Le selve, i boschi e le rive dei fiumi 
danno legname per ogni uso, sicché soltanto di legna da ar- 
dere son portati in città, ogni anno, più di 150.000 carri. 

11 territorio è irrigato da abbondantissime acque, le 
quali, oltreché col nutrir pesci e coll'irrigar i prati, giovano 



— 43 — 

a far girare i molini, che son più di 900 ed hanno 3000 
ruote e più. ognuna delle quali può al giorno macinar 
tanto da fornire il pane a 400 bocche ; e si consideri pure 
che, oltre a questo, si fa largo uso di castagne, fagiuoli e 
panico. 

Confluiscono in Milano, portativi dai mercanti, pesci 
in salamoia, sale, pepe, spezie e merci d'ogni genere ; di 
sale entrano ogni anno 55.830 staia, e una buona metà è 
consumata dai cittadini. 

Si tengono in città quattro grandi fiere ogni anno fre- 
quentatissime, nelle ricorrenze di S. Ambrogio, di S. Lo- 
renzo, dell'Assunzione della Vergine, di S. Bartolomeo. 
Si hanno due volte per settimana, il venerdì e il sabato, 
de' mercati in varie parti della città ; molte fiere annuali 
e settimanali nel contado. 

Non molto tempo dopo, sul principio, cioè, del se- 
colo XIV, un cronista milanese, Galvano Fiamma, in un 
suo zibaldone intitolato « Ghronicon extravagans » faceva 
una nuova descrizione di Milano ripetendo, in gran parte, 
le notizie di Bon vicino, ma aggiungendo in qualche punto 
statistiche più ampie e precise. Tra le industrie milanesi 
anche il Fiamma esalta su tutte quella delle armi, ma si 
sofferma anche su altre. A Milano, die' egli, si tingono e 
si tessono lane fiamminghe ed inglesi che i nostri mercanti 
importano in gran copia; i nostri tessuti vanno per tutta 
l'Italia; a Milano si concentra pure un grande commercio 
di panni stranieri; e di qui vengon poi diramati in tutta 
la penisola. I panni ordinari e le ottime tele di lino delle 
nostre fabbriche son ricercate fin nel paese dei Tartari. A 
Milano il principal traffico dei vini, degli olii, dei pesci 
salati, delle spezierie; e il principal commercio dei cavalli 
il quale dà vita a parecchie altre industrie quali sono le 
fabbriche di sonagli, di sproni, di freni clorati, di barda- 
ture e di coperte di seta, d'argento, di cuoio. Anche Gal- 
vano insiste sull' abbondanza di falconi, d' astori e di 



_ 44 — 

girifalchi, e questa insistenza ci persuade che la caccia era 
il divertimento e l'esercizio preferito dai milanesi; egli no- 
vera ottomila destrieri e centomila cani, destinati la mag- 
gior parte alle caccie dei nobili. La vita è rude ancora; 
alacri gli spiriti, ma incolti; gli artefici lavorano febbril- 
mente nelle officine ; i mercanti percorrono 1' Europa pei 
negozi; i nobili si occupano di caccie; ai bisogni della 
coltura intellettuale basta una dozzina di maestri di gram- 
matica. 

Le case, continua Galvano, sono ampie, arieggiate, co- 
mode, con spaziosi solai, con saloni riccamente istoriati; 
nei giorni festivi dame e fanciulle seggon sulle porte delle 
loro case, adorne di tanti gioielli da sembrar regine o figlie 
di re. Davanti ad esse tumultuano bambini e monelli. Sotto 
i coperti e le loggie si soffermano i nobili intenti al giuoco 
degli scacchi. 

Questi coperti caratteristici dell' edilizia medioevale, 
erano assai frequenti in Milano come a Venezia. Bonvi- 
cino ne aveva contati sessanta, il Fiamma ne conta set- 
tanta. Eran piazzette davanti alle case dei principali no- 
bili con atrii o portici, donde il nome. Di parecchi ci han 
conservato memoria le antiche carte. Un coperto dei Ca- 
stani era sulla strada tra il Carrobbio e il Convento di 
Santa Marta ; il Coperto dei Figini fu fatto alzare da Pietro 
Fighi o in omaggio alle nozze di G. Galeazzo Visconti con 
Isabella di Francia: esso fu l' ultimo a scomparire; fu ab- 
battuto non molti anni or sono per far posto alla Galleria 
Vittorio Emanuele ed ai Portici Settentrionali. In Porta 
Romana era un coperto di S. Vittore ed uno dei Baroni era 
in Parrocchia di S. Giovanni in Conca. I documenti parlano 
ancora d'un coperto di S. Fedele, d'uno dei Zavattari, d'uno 
di S. Sebastiano (1217), di S. Marcellino (1217). Sul Corso 
di Porta Ticinese esisteva ancora nel 1470 un antichissimo 
coperto di diretto dominio dei Parrocchiani di S. Sisto. 
Sull'ingresso della contrada dei vairari, o lavoratori di 



— 45 — 

vaio, presso il Broletto Nuovo, era molto frequentato il 
Portico dei Giordani. La maggior parte dovettero scompa- 
rire nel secolo XVI quando il Governatore Ferrante Gon- 
zaga lece un repulisti dell'antica Milano. Lo storico Ripa- 
monti parla d'una vera strage di portici e di poggi che 
impedivano la circolazione. 



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L'antico Palazzo del Comune 



— 46 



III. 

Vita pacifica dei Milanesi ai tempi di Matteo — Super- 
stizioni religiose : Idee e vicende di Guglielmina 
Boema — Successori di Matteo. 

Tale era Milano quando Matteo Visconti imprendeva 
a dominarla. 

Una città già innanzi sulla via del progresso ; un 
popolo che a poco a poco si va allontanando dalla politica; 
dacché la Signoria ha sostituito le guerre esterne per 
l'ingrandimento dei suoi domini alle guerre civili che per 
l'addietro paralizzavano ogni energia. Di quelle guerre, 
oramai affidate a soldati di ventura, il popolo non si 
preoccupa gran latto, ma preferisce raccogliersi tutto nel 
lavoro o distrarsi nei piaceri che la crescente ricchezza 
gli procura. Se qualche cosa lo appassiona sono gli avve- 
nimenti che lo toccano nella sua fede religiosa; e sotto 
questo riguardo nessun periodo della storia milanese fu 
così ricco di episodi drammatici quanto quello che si 
intitola da Matteo Visconti per la guerra accanita che a 
lui, e a Milano stessa, moveva il Pontefice, ostinato nel 
disegno di fiaccare la potenza viscontea. 

Di questi episodi, il più caratteristico, il più curioso è 
quello della Guglielmina boema. Chi era dessa? La ritene- 
vano, non si sa con qual fondamento, figlia di Princislao, 
re di Boemia; era ad ogni modo una straniera, venuta a 
Milano verso il 1271, quando le profezie di Gioacchino 
eccitavano ancora i creduli spiriti, sebbene nulla di nuovo 
fosse avvenuto nel 1260, Tanno in cui, secondo quel 
popolare profeta, il clero si sarebbe spogliato delle male 



— 47 — 

acquistate ricchezze e la legge d'amore avrebbe davvero 
governato la società umana. 

Dalle speranze e dai timori suscitati dalla profezia di 
Gioacchino avevano rampollato varie sètte eretiche: i 
beghini, i fraticelli, gli apostolici e così via, congiunte, 
sebbene diverse fra loro, da un nesso comune: la visione 
d'un rinnovamento morale e religioso nell'età futura. D'una 
di queste sètte fu fondatrice in Milano la Guglielmina ; questa 
donna che aveva certo una ben forte personalità ed era 
fornita di doti non comuni per essere ascoltata, e da 
molti creduta e venerata, concepiva in tal modo la sua 
dottrina. Poiché l'incarnazione della seconda persona della 
Trinità non ha servito a nulla, tanto è vero che il mondo 
va innanzi tale e quale come in passato, si incarnerà la 
terza; e poiché il Verbo si incarnò allora in un uomo, 
questa volta, per cambiare, lo Spirito Santo si incarnerà 
in una donna, in Guglielmina. Essa risorgerà, dopo morta, 
sarà assunta al Cielo e lascerà in terra una sua vicaria, 
Maifreda, che andrà al posto abusivamente occupato da 
papa Bonifazio Vili. Allora il genere umano formerà una 
sola famiglia governata dall'amore e ubbidiente all'essere 
in cui l'amore s'impersona: alla donna. 

L'eresia di Guglielmina conteneva qualche cosa di 
veramente nuovo e di singolarmente audace : nessuno 
aveva fin allora pensato che la mutazione di dominio 
presupponesse una nuova incarnazione della Trinità; e 
quasi ciò non bastasse, a questo nuovo mistero la cu- 
riosa donna ne aggiungeva un altro, il cambiamento di 
sesso, e un terzo ancora, la identità del corpo della se- 
conda incarnazione con quello di Gesù. Il mio corpo, 
diceva Guglielmina, non è diverso da quello di Gesù, e 
chiamava le stimmate a testimonio. 

Queste novità, più strane che geniali — nei rimanente 
non si faceva che ripetere la storia del Cristianesimo — 
sedussero molti milanesi, e persino illustri personalità pò- 



— 48 — 

litiche come Francesco da Garbagnate, e uomini di alta 
coltura come il dottore Ferno. 

La Guglielmina era morta fin dal 128l2. Ella abitava 
nella Parrocchia di S. Pietro all'Orto e in quella chiesa 
era stata sepolta. Ma, non contenti di sì poco onore, i 
suoi seguaci avevano cominciato a raccontare di miracoli 
che pretendevano essere avvenuti per intercessione di lei, 
e tanto avevan fatto che il cadavere era stato levato 
dalla tomba, portato con grande solennità al Monastero 
di Chiara valle e ivi deposto in particolare sepolcro. Vi fu 
chi le fece il panegirico come a santa. 

L'amica di Guglielma, Maifreda, una monaca Umi- 
liata, che era, niente meno; cugina di Matteo Visconti, 
una suor Giacoma e un certo Andrea Saramita, continua- 
rono a far propaganda delle dottrine Guglielmite, non 
senza aggiungervi i più eretici fronzoli. Tenevano essi 
frequenti conciliaboli, sia nel chiostro di Chiara valle che 
in quello delle Umiliate di S. Caterina in Brera; vi inter- 
venivano uomini e donne d'ogni età e condizione. Maifreda 
parlava di religione, predicava, componeva litanie ; e anzi, 
narra qualche storico, nel dì di Pasqua del 1:299 vesti vasi, 
con alcune sue compagne, di abiti pontificali. Celebrò una 
Messa in casa del dottor Ferno, con Vangelo cantato dal 
Saramita e da lui composto. Se non che, accortosi di 
questo scandalo il Tribunale dell'Inquisizione, che da non 
molti anni Papa Innocenzo IV aveva istituito in Milano 
nel Convento di S. Eustorgio, istruì rigorosi processi. 
Maifreda, il Saramita e altri seguaci furono mandati al rogo. 

Questo processo dovette commuovere grandemente l'opi- 
nione pubblica in Milano, non solo per il tragico esito, 
quanto perchè lo stesso Matteo Visconti assunse un atteg- 
giamento ostile di fronte agii Inquisitori ; cercò di ostaco- 
larne i lavori e tentò ogni via per salvare almeno Maifreda. 
Non l'avesse mai fatto: il Pontefice, che già gli era ne- 
mico, scagliò contro di lui tutti i suoi fulmini, Piovvero 




Statuti dei Negozianti di Mii ano - Codice dkl secolo XV 



— 49 - 

su Matteo, e sulla città di Milano, gli interdetti e le sco- 
muniche; lo si fece passare per nemico della Chiesa, 
per eretico dichiarato; si istruì in Valenza, dal Tribu- 
nale dell' Inquisizione, un processo contro di lui e lo si 
condannò come reo di venticinque delitti contro la Chiesa 
e le dottrine cattoliche; si predicò una crociata contro 
la sua famiglia. 

Il fondatore della potenza viscontea, avvilito per tante 
ingiuste persecuzioni, rinunciò il Governo nelle mani del 
figlio Galeazzo, e morì pochi mesi dopo quella sentenza 
che, nel 1341, papa Benedetto XII doveva dichiarare iniqua 
e nulla. 

Riprendiamo il filo della storia. 

Galeazzo I (1322-1328) non fu all'altezza del padre; 
ma Azzone (1329-1339) restaurò la fortuna e il nome di casa 
Visconti ; respinto l' imperatore Lodovico il Bavaro, che 
attaccava Milano, vinto a Parabiago il parente Lodrisio, 
che gli si era dichiarato ribelle, in una battaglia, dove la 
leggenda vuole sia apparso S. Ambrogio a incoraggiare 
i soldati d' Azzone, divenuto per tali successi popolaris- 
simo, si diede ad abbellire la città: edificò le mura 
lungo il fossato costrutto ai tempi del Barbarossa ; eresse 
un palazzo lungo il fianco meridionale della piazza Mer- 
canti, accanto alla Loggia degli Osii, edificata da Mat- 
teo, e sul posto ove sorgono oggi le Scuole Palatine; 
ricostrusse il palazzo di sua residenza e lo ornò in modo 
meraviglioso per quei tempi : ce lo descrive il cronista 
milanese Galvano Fiamma, come fornito di numerose sale 
e stanze tutte fregiate di mirabili dipinti. Un gran salone 
era sopratutto ammirato per la pittura eccellente: azzurro 
il fondo, d'oro le figure e gli ornati ; quel salone rappre- 
sentava il tempio della Gloria: Ettore ed Attila, Carlo 
Magno ed Enea, Ercole ed Azzone Visconti vi si vedevano 
effigiati ; strano accoppiamento di personaggi , esempio 



t- 50 — 

della coltura farraginosa del medio evo. Giotto probabil- 
mente vi lavorò, che, a dir del Vasari, era venuto da 
Firenze a Milano ad eseguirvi opere meravigliose. 

A incoraggiar la scultura Azzone chiamò un artefice 
insigne qua! era Bald uccio da Pisa, l'autore dell'urna di 
S. Pietro martire che ammiriamo in S. Eustorgio; al Peco- 
raro da Cremona affidò la costruzione della torre di S. Got- 
tardo. Lui morto, seguirono il Vescovo Giovanni e Luchino, 
principe quest'ultimo crudele nel domare e distruggere i 
rh^ali e i ribelli, ma operosissimo nel garantire la tran- 
quillità e l'ordine con un seguito di sapienti riforme; la 
miglior lode alla sua operosità è contenuta nell'espressione 
dell' Azario: « Ostendebat de paucis curare et de multis 
curabat »: « fingeva di occuparsi di poche cose e si occu- 
pava di molte » . 

Giovanni (1349-1354) fu ad un tempo Arcivescovo e 
Signore, uomo piacevole e liberale, amico di artisti e 
letterati, ospite del Cantore di Laura. Quindi Matteo II, 
Bernabò e Galeazzo, che si divisero il dominio. 

Galeazzo e Bernabò (Matteo morì quasi subito) son due 
caratteristiche figure di principi del medioevo. Il primo 
d'animo mite e di malferma salute, si teneva in disparte 
chiuso in se stesso: un po' per diffidenza, un po' per 
avarizia, non teneva né corte, né cortigiani: sparagnava da 
una parte per profondere somme enormi nel giuoco e nelle 
costruzioni edilizie. Senza criteri ben definiti, dice l'Azario, 
il diligente biografo contemporaneo dei Visconti, faceva eri- 
gere muri, pareti e volte, appena un muro era finito e de- 
corato lo faceva distruggere per farne un altro. Ciò non 
toglie che i suoi capricci dessero origine a edifici grandiosi : 
sorsero per lui il Castello di Porta Giovia in Milano e s il 
Castello di Pavia. Quest' ultimo d' una magnificenza che 
stupiva i visitatori paesani e stranieri : lo descrive un 
francese, il De Commynes: ottanta sale tutte splendida- 
mente decorate : un salone del primo piano, lungo sessanta 



- 51 — 

brama, riceveva luce da un finestrone grandissimo spòr- 
gente sul fossato in modo da poter accogliere nel vano le 
mense della Corte. Un'altra sala era tutta rivestita di 
specchi dal pavimento alla volta, sì che, battendovi il 
sole, pareva che tutta fiammeggiasse. 

Ben diverso era Bernabò: forte di corpo e di spirito, 
amava la schiettezza e la giustizia fino ad esser crudele, 
e per questo suscitò intorno a sé odi e tempeste fin nel- 
l'esercizio del bene. Tenace, impaziente, furibondo, solo 
la buona sua consorte Regina della Scala aveva potere di 
frenarlo quand'era in preda all'ira. Amava la caccia, i 
cani, le facezie e le donne: e ne' suoi palazzi di S. Gio- 
vanni in Conca abbondavan per questo, cani, donne e buf- 
foni. Allegro, mattacchione, strano e capriccioso, svillaneg- 
giava gli ambasciatori, si burlava dei dotti : si comprende 
come questa figura abbia interessato i cronisti e special- 
mente i novellieri, che gareggiavan nel descrivere, con 
tutta la piacevolezza dello stile trecentesco, le sue stram- 
berie. Medesina da Desio, il Trota, il Fiandra, il Caval- 
leria, Messer Dolcibene, Bindo di Fucecchio, tutti giullari 
e cantastorie favoriti nella sua Corte, divennero, mercè le 
novelle, popolari in tutta Italia. 

Tuttavia Bernabò fu principe molto abile, specialmente 
nel fondare, coi matrimoni delle sue undici figliuole, pre- 
ziose alleanze in quasi tutte le Corti d'Europa. E meritava 
una fine migliore. 

Nel 1379, a Galeazzo II, era successo Giovanni Ga- 
leazzo Visconti, Conte di Virtù, e il dominio di Milano 
aveva continuato ad esser diviso fra lui e lo zio Bernabò. 
Ma, pochi anni dopo, una di quelle tragedie famigliari, che 
in quel secolo non erano rare, mutò le condizioni politiche 
dello Stato milanese. Il 5 Maggio del 1385 G. Galeazzo, 
sotto pretesto di recarsi in pellegrinaggio al Santuario di 
Santa Maria del Monte presso Varese, partiva dal Castello 
di Pavia con quattrocento lancieri, gentiluomini e corti- 



m 



giani bene armati. Saputo del loro arrivo a Milano, Ber- 
nabò andò incontro al nipote fuori di Porta Vercellina; 
mentre i due « si facevano molti abbracciamenti e carezze » 
i cavalieri di G. Galeazzo circondavano la brigata di Ber- 
nabò, disarmavano lui stesso e lo facevan prigione. 11 
colpo di stato era compiuto : i fautori del traditore si die- 
dero a galoppare per le vie di Milano gridando che le im- 
poste erano abolite e si apriva una nuova era di prospe- 
rità. Bernabò fu rinchiuso nel Castello di Trezzo, dove 
morì pochi mesi dopo di crepacuore, se non di veleno, e 
Gian Galeazzo Visconti, rimase unico Signore. 




hMÌ 







La Statua di Bernabò Visconti 



CAPO V. 

Il secondo periodo della Signoria Viscontea 



i. 

Milano ai tempi di G. Galeazzo Visconti 
e i suoi Statuti — I notai falsari 

CAMBISTI, CIARLATANI. 



Il Broletto 
- Banchieri, 



Gian Galeazzo Visconti fu il più grande, senza dubbio, 
della sua stirpe. Trovò uno Stato già ampio, composto di 
molte città dell'Alta Italia, frutto delle faticose conquiste 
dei suoi antecessori; con somma sapienza politica seppe 
allargarlo, fino a far credere volesse rendersi padrone di 
tutta la penisola. Alla organizzazione di questo Stato fece 
fare mirabili progressi, sistemando le confuse attribuzioni 
delle magistrature, rafforzando la disciplina, collegando le 
varie parti al centro ; se non iniziò, almeno determinò più 
chiaramente la separazione tra il potere politico e l'ammi- 
nistrativo, affidando quest'ultimo al Vicario e ai XII di 
Provvisione; gloriosa magistratura civica che visse più di 
quattrocent'anni, e solo dinnanzi a Napoleone Bonaparte 
depose quel potere che aveva ricevuto dal Conte di 
Virtù, Il Tribunale di Provvisione installò nel Broletto 



— 54 — 

nuovo, o Piazza dei Mercanti, che è oramai tempo di 
descrivere. 

Il Broletto era l'antico fóro milanese, il vero cuore di 
Milano ; durante un mezzo millennio raccolse e irradiò 
tutta la vita cittadina; nel Broletto tutte le funzioni del 
vivere civile si muovevano, si intrecciavano, si armonizza- 
vano; ivi la scienza giuridica, dottamente manipolata nel 
Collegio dei Giureconsulti, passava dalla teoria alla pra- 
tica nella Gasa del Podestà, il capo del potere giudiziario ; 
saliva severa alle Scuole Palatine, ove professóri famosi la 
svolgevano a numerosa gioventù, per ridiscendere umile 
sulla piazza, dove uno sciame di notai e di avvocati, dai 
loro banchetti, l'adattavano cavillando a servizio dei liti- 
ganti ; ivi, nell'ampio salone del palazzo centrale, occupato 
ora dall'Archivio notarile, s'adunava il Gran Consiglio dei 
Novecento; ivi, infine, aveva la sua sede la florida e po- 
tente Badia dei Mercanti. Non fa dunque meraviglia che 
questo venerando Broletto abbia acquistata 1' importanza 
di una istituzione ed avuto l'onore di una lunga rubrica 
nel più grande monumento della sapienza giuridica mila- 
nese, negli statuti fatti compilare da G. G. Visconti nel 1386. 

Prescrivevano quegli statuti che il Broletto rimanesse, 
sotto i portici, libero da qualsiasi ingombro, cosicché e 
nobili e mercanti, e cittadini e forestieri potessero passeg- 
giarvi e intrattener visi a conversare; solo, curiosa licenza, 
si permetteva che sotto le vòlte del palazzo centrale si 
ponessero alcune pertiche con falconi, astori, avoltoi ed 
altri uccelli a scacho, cioè da rapina : altro accenno allo 
sport preferito dai milanesi. 

La Badia dei Mercanti, antenata gloriosa della odierna 
Camera di commercio, la quale prima occupava un loca- 
luccio attiguo alla bella loggetta degli Osii, ebbe nuova e 
più degna sede nelle camere sottostanti al portone, detto 
dei Ratti, vale a dire nel fabbricato a portici fatto costruire 
da Azzone Visconti nel 1336, sull'area dove sorsero poi le 



— 00 — 

Scuole Palatine architettate dal Seregni e recentemente 
restaurate dalia Camera di commercio. Al Collegio dei 
Giureconsulti si dava il pianterreno dell'antico palazzo 
della Credenza, il quale, piegando in angolo, si estendeva 
dal portone di Porta Nuova o di S. Margherita a quello di 
Porta Comasina o dei Pustagnari. I locali superiori furono 
assegnati al già menzionato Tribunale di Provvisione. I 
Giureconsulti occuparono il posto stabilito dagli statuti 
fino al 1564, allorché passarono nel sontuoso palazzo 
l'atto erigere per loro da papa Pio IV, quel palazzo mede- 
simo dove furon, sino a poco tempo fa, la Borsa e il 
Telegrafo. 

A quel tempo i notai, strano costume, tenevano ufficio 
per la strada, e loro bastava una sedia e un tavolino, 
come oggi ancora ai pubblici scrivani in qualche quartiere 
popolare di Napoli; e anche a questi ambulanti ufficiali 
pubblici pensavano gli Statuti del Broletto, prescrivendo 
che disponessero i loro tavoli (dischi, banchi) e le loro 
tettoie (tectamina) fra il portone dei Fustagnari e quello di 
S. Margherita, con facoltà di spingersi, quando la frequenza 
degli affari lo richiedesse, fino al Campanile: (eretto da 
Napoleone della Torre nel 1272). 

E degli affari molta era, senza dubbio, la frequenza: 
nulla si faceva a quei tempi senza l'intervento del notaio, 
neppure un contratto di dieci soldi; onde, nel gran nu- 
mero di notai che occorrevano alle faccende quotidiane 
d'una città cosi operosa (già Bon vicino ne contava mil- 
lecinquecento) dovevano pullulare gli imbroglioni del 
credulo volgo. Della poca moralità dei nostri a quel tempo 
è giunto a noi qualche curioso documento. Nelle sentenze 
criminali dei Podestà di Milano del 1390 un notaio, reo 
d'aver fatto un istrumento falso di rinuncia ad eredità, è 
condannato in contumacia all' amputazione della mano 
destra e alla privazione dell'ufficio, un altro alla mede- 
sima pena per aver falsificato non uno, ma parecchi istru- 



— 56 — 

menti, un terzo, recidivo, è condannato ad essere abbru- 
ciato. Sulla parete del Palazzo pubblico erano dipinte alcune 
immagini simboliche a confnsion dei falsari, e i ritratti 
stessi dei falsari condannati. Gli Statuti ordinarono che 
quelle pitture fossero cancellate, perchè i forestieri non 
credessero che gran parte della città fosse infetta da siffatte 
colpe, ma il Governo era pur sempre costretto a emanare 
frequenti decreti contro quella genia. 

Intimavano inoltre gli Statuti che nessuna parte del 
Broletto potesse donarsi od affittarsi ad alcuno, ma esso 
rimanesse libero ad uso del Podestà e dei suoi ufficiali, 
degli avvocati e dei litiganti, dei cavalieri, dei mercanti e 
di tutti gli interessati negli affari forensi. Solo era lecito 
ai banchieri o cambisti {campsores) di tenere, sull'esempio 
dei notai, i loro tavoli davanti la loggia degli Osii. Un 
ordine rigorosissimo prescriveva la riparazione e l'abbelli- 
mento della casa del Podestà. Questa, che si chiamava 
anche casa della Piccardia, edificata verso il 1250, e ra- 
dicalmente restaurata nel 1326, occupava colle annesse car- 
ceri tutto il lato orientale della Piazza e con due ale late- 
rali si protendeva da una parte dove è ora la Camera di 
Commercio, dall'altra dov'è il palazzo dei giureconsulti. 

Altre prescrizioni riguardavano l'ordine e la polizia. 
Il Broletto nuovo doveva essere impenetrabile alle donne 
di mal affare, ai ciarlatani e mercanti girovaghi d'ogni 
genere. Speciale menzione è fatta per gli averitatores cor- 
regiolae et pulveretae, espressioni che il Muratori trova 
oscure ma che possono spiegarsi così: i ciarlatani della 
correggiola e della polveretta, vale a dire i furbi che, con due 
giuochi così chiamati, traevano in inganno gli ingenui 
popolani; d'altri ciarlatani si parla che andavano spac- 
ciando l'erba di S. Paolo o di S. Apollonio, o quegli amu- 
leti contro le malattie che si appendevano al collo; tutti 
sfruttatori della ingenuità popolare contro i quali aveva 
alzato la voce lo stesso S. Agostino, 



— 57 



IL 

Milano ai tempi di G. G. Visconti — Giustizia Civile e 
Criminale — Delinquenza e processi — Processi di 
streghe: Sibillta e Pierina seguaci di Diana e di 
Erodiade. 

Di tratto in tratto la piazza dei Mercanti era affollata 
di popolo che si accalcava per udire la lettura delle sen- 
tenze criminali fatta dal Podestà dal balconcino marmoreo 
della Loggia degli Osii. Sette registri di quelle sentenze 
sono pervenuti fino a noi, pochi pur troppo, ma pur suf- 
ficienti per farci intendere come qui si amministrasse la 
giustizia. 

I processi criminali istruivansi il più sovente in seguito 
a denuncia degli Anziani delle Parrocchie, o in seguito a 
querela della parte offesa. Gli Anziani avevan l'obbligò di 
denunciare i malefizi di qualunque genere, si trattasse pur 
solo d'un' ingiuria; la negligenza era punita con gravi pene. 
La contumacia provava senz'altro la verità dell'accusa; ma 
quando, presente l'accusato, l'accusatore non fosse riuscito 
a provarne la colpa, quest'ultimo diventava passibile di 
pena. Quelli che si presentavano in giudizio avevan natu- 
ralmente il diritto di farsi difendere, ma a legger le nostre 
sentenze ci vien fatto di domandare a che cosa servissero gli 
avvocati, che pur erano a Milano in buon numero, giacché 
non troviamo in quei sette volumi neppure un condannato 
che abbia avuto un difensore. Gli è che se l'accusato non 
aveva di che pagarsi l'avvocato, doveva farne senza. Il 
condannato a pena pecuniaria, se presentava uno o più 



— 58 — 

fideiussori era rilasciato, se no mandato subito alle car- 
ceri della Malastalla. 

Neil' attribuzione delle pene c'è molta varietà: l'omi- 
cidio è punito colla morte mediante decapitazione, né si 
fa distinzione se involontario o accidentale; pel furto si 
distingue sempre se violento o clandestino, il primo è pu- 
nito colla forca, l'altro colla perforazione delle orecchie 
con ferro rovente, e colla fustigazione in pubblico. I pic- 
coli furti si trattano con pene pecuniarie, da una lira ìd 
avanti o, talora, in caso di mancato pagamento, coll'am- 
putazione d'un piede. Pene terribili sono applicate senza 
misericordia ai reati di falso; già vedemmo come fossero 
trattati i notai falsificatori di istrumenti; i testimoni falsi 
han mozza la lingua ed una mano: e in questo caso il 
Comune paga le spese di medicatura. 

Alle violenze in genere ed alle offese corporali toccali 
pene pecuniarie di varia entità ; le minaccie, con o senza 
armi, vediamo punite ordinariamente con multe da cinque 
a cento lire; le bastonate da dieci a cento; per pugni, 
schiatti, percosse una scala da cinque a cento lire; le fe- 
rite con pietre si pagan da dieci a sessanta, con istrumenti 
domestici o da lavoro da venti tino a novecentocinquanta, 
con armi tino a millenovecento. Le ingiurie son punite con 
multe da una a dieci lire e spesso colla berlina, in caso 
d'insolvibilità: l'augurio di vermecane, appunto perchè 
una delle ingiurie più abusate dal volgo nel Medio evo 
(« ti venga il vermocane! »), ha una sanzione speciale in 
una multa di dieci lire o nella fustigazione. 

Per quanto i sette registri di sentenze criminali su- 
perstiti comprendano 2937 accusati complessivamente di 
3023 reati, non bastano a giustificare un serio studio sta- 
tistico: tuttavia il numero è abbastanza ragguardevole per 
darci un' idea, sia pur vaga, della natura della delinquenza 
in quel tempo: gli omicidi son quasi tutti commessi in 
seguito a diverbio o a provocazione, solo in pochissimi 



— 59 — 

casi- trattasi di una aggressione. Anche i numerosi reati 
di violenza ci fan pensare a un popolo (si tratta quasi 
sempre di popolani) facile a menar le mani ma non feroce 
o malvagio. Son minaccie con o senz' armi , bastonate 
cruente o incruente, il più delle volte in occasione di risse. 
Del resto non vi è traccia di quei feroci delitti inspirati 
dagli odi di parte, così frequenti per esempio, a Bologna 
nel due o trecento; consolidata la Signoria, posan tra noi 
le fazioni; la guerra stessa divien monopolio delle milizie 
mercenarie, e il popolo, tutto dedito ornai ad arti pacifiche, 
non sente più gii stimoli sanguinari d'un tempo. 

Nel secolo antecedente il popolo milanese erasi appas- 
sionato alle vicende di Maifreda e degli altri propagatori 
delle dottrine eretiche di Guglieimina Boema; non minore 
doveva essere la sua meraviglia, quando nel 1390 il Po- 
destà, dal balconcino della Loggia degli Osii, lesse la sen- 
tenza di morte contro Sibillia e contro Pierina di Brivio, 
colpevoli d' un' altra forma d' eresia che faceva pur allora 
capolino in Milano. 

Sibillia e Pierina non erano fondatrici di dottrine, 
erano piuttosto maghe o streghe che eretiche; nell'istru- 
zione del processo avevano confessato cose straordinarie: 
avevan detto d'essersi recate ogni settimana a radunanze 
presiedute da Diana o da Erodiade, radunanze alle quali 
prende van parte anche tutti gli animali, eccettuato l'asino, 
perchè porta la croce (s'intende la croce nera che ha 
sul dorso). Diana, Erodiade, od Oriente, anche questo 
nome portava la maestra, istruivano gli intervenuti su 
qualunque dubbio, intorno alle malattie, ai furti, ai ma- 
lefici, predicavano il futuro, svelavan le cose occulte: risu- 
scitavano animali morti e già mangiati nell' adunanza 
stessa. Diana, Erodiade, od Oriente, vanno per le case 
dei ricchi, dove mangiano e bevono, e quando trovano 
abitazioni bene spaziate e ordinate le benedicono. Quando 
vogiion recarsi alla Società chiamano lo spirito Lucifero 



— 60 — • 

che subito si presenta loro, in forma d' uomo, e le porta 
al Giuoco. Pierina, che ha cominciato a frequentare le adu- 
nanze di Diana a sedici anni, giunta a trenta, ha stretto 
un patto con Lucifero e da quel giorno non ha potuto più 
confessarsi. 

Siamo dinanzi ad una delle più antiche e delle più 
caratteristiche forme della stregheria, di quella potente 
allucinazione che nel secolo XVI e nel XVil intorbidò tante 
menti, obbrobrioso episodio nella storia dell'umanità. I 
caratteri essenziali della stregheria propriamente detta, nei 
due secoli in cui raggiunse la sua orribile maturità, erano 
la palese e solenne rinuncia a Dio e l'omaggio reso al 
Demonio, la parodia dei riti cristiani nelle supposte adu- 
nanze presiedute dal Diavolo che cantaA^a la Messa, parodia 
che si chiudeva col calpestare e contaminare la Croce, 
coli' offrire al Demonio l'Ostia avuta con frode dal confes- 
sore, con danze oscene eseguite intorno ai simboli cristiani. 

Nei racconti di Sibillia e di Pierina nulla, o quasi, di 
tutto questo ; esse si radunano intorno ad uno spirito 
buono; intorno a Diana, che anche gli antichi veneravano 
sotto il nome di Ecate con riti strani e misteriosi, come dea 
della magia, oppure intomo ad Erodiade, la figlia di Erode, 
spesso chiamata nel medio evo col nome della madre 
invece che col proprio Salomè, della quale s'andavano 
narrando strane leggende; nelle adunanze si attende ad 
operazioni di magia e si va per le case benedicendo quelle 
bene ordinate, ma non si fa alcuna solenne rinuncia a 
Dio né alcuna offesa alle cristiane insegne. Il diavolo non 
fa che una timida comparsa limitata ad una relazione 
privata di Pierina, non accettata solennemente nella so- 
cietà la quale anzi è affatto indipendente dal demonio, 
perchè Pierina dice di essersi data a lui solo a trent'anni 
mentre fin dai sedici frequentava la società dianiana. 

Queste superstizioni dunque, che andavano serpeg- 
giando per Milano sulla fine del secolo XIV, ci rappre- 






- ()1 



sentano V anello di transizione fra le miti leggende delle 
fate (Diana ed Erodiade in sostanza non sono altro) e 
quelle della stregheria malefica che cominciarono a dif- 
fondersi sulla fine del secolo XV e raggiunsero nel XVI [ 
il loro pieno e terribile sviluppo. 




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L'antica Loggia degli Osii 



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tu. 

Milano ai tempi di G. G. Visconti — Progressi economici 

— T MERCANTI MILANESI SUI MERCATI D'EUROPA -- La 
FABBRICA DEL DUOMO : IL VICARIO E IL PODESTÀ SI FANNO 
MURATORI : Le COLLETTE E LE « CENTEGORE » : Le FESTE 
A BENEFICIO DEL DUOMO : I BENEFATTORI : La CACCIA 
ALLE EREDITÀ : UNA BIBLIOTECA PUBBLICA IN DUOMO. 

Ed ora torniamo al nostro grand' uomo. Con G. Ga- 
leazzo Visconti, neir ultimo ventennio del secolo XIV, lo 
svolgimento politico ed economico di Milano era giunto al 
colmo della sua parabola; politicamente la Signoria, la 
quale già fin dalle sue origini segnava un grande progresso 
di fronte al Comune, come il Comune lo aveva, a suo 
tempo, segnato di fronte all' ordinamento feudale, la Si- 
gnoria era già fortemente organizzata e, grazie al genio del 
Conte di Virtù, prendeva la solidità e la forma dello Stato 
moderno. 

Economicamente il progresso era ancora più grande 
e più palese; la grande attività lombarda aveva tro- 
vato modo d' espandersi anche in mezzo ai disordini del 
reggimento Comunale e nel periodo di transizione, quando 
le opposte parti dei Torriani e dei Visconti cercavano a 
gara di raccogliere e disciplinare le disperse correnti po- 
polari anche a costo di arrossarle di sangue; già fin d' al- 
lora il commercio milanese aveva voce ed autorità nel 
mondo; già fin d'allora la Universitas Mercatorum, (la 
Corporazione dei Mercanti) nelle cui mani tutto, si può 






m 

dire, rompe nel lavasi, partecipava agli interessi dei più 
grandi mercati, trattava direttamente coi Principi per otte- 
nere facilitazioni, per sollecitare trattati, per promuovere 
la costruzione di strade, difendere gli interesssi dei citta- 
dini di Milano che percorrevano in tutti i sensi l' Europa. 
All'apertura della via del Gottardo i nostri mercanti con- 
tribuiron non poco, e dopo averla ottenuta fecero sforzi 
inauditi per sottrarla ai capricci della politica che ogni 
tanto la avrebbe voluta chiusa ai traffici. Nei mercati della 
Germania, nelle famose fiere della Champagne e di Brie i 
nostri mercanti erano famigliari; non parliamo dei ban- 
chieri lombardi, che a Londra erano così numerosi e 
così potenti da dare il nome ad una via, che ancor oggi 
lo conserva: « Lombard Street», al modo stesso che a Co- 
lonia, ad Ulma, a Basilea località varie prendono il nome 
dalla città nostra. 

Col consolidarsi della Signoria questa floridezza eco- 
nomica non cessò, anzi crebbe di molto; il nuovo Princi- 
pato andava allargando ognor più le sue attribuzioni e 
anche gli interessi commerciali divennero, in certo qual 
modo, appartenenza del Principe; ma il commercio, e 
tutte in genere le classi lavoratrici, ebbero sempre nei 
Sovrani benevoli alleati e solleciti cooperatori ; l' opera che 
essi prima compievano da soli rafforzavasi ora coli' auto- 
rità del Signore e più pronti piegavan gli ostacoli di fronte 
alle due volontà. Così quando e dovunque la lotta è più 
viva i mercanti di Milano sono in prima linea. 

Verso il 1386 Milano era dunque forte, rispettata e 
ricca. Le tre classi che di tanto sangue avevano tinto il 
vessillo del Comune, che pur era vessillo di libertà, ven- 
nero, grazie all' organizzazione del nuovo Stato, in un 
accordo che favoriva la prosperità. 

Il lusso cominciava ormai a sfolgorare : la lana cedeva 
il posto alla seta, che qui non si fabbricava ancora ma si 
importava in gran copia; gemme e perle adornavano le 



— 64 — 

ricche mercantesse, i notai sudavano a stendere istromenti 
per cospicui matrimoni, per ricche doti, per lasciti con- 
siderevoli alle già floride Opere pie. Già Milano s'era, come 
abbiam veduto abbellita, ingrandita : ma tutto questo non 
bastava al grasso popolo milanese, ci voleva qualche cosa 
di veramente meraviglioso che attestasse al mondo la con- 
quistata grandezza della Metropoli lombarda. Che mai 
poteva fare per questo il popolo milanese? Non altro che 
una cattedrale : null'altro avrebbe suggerito L'atteggiamento 
universale delle coscienze in quei tempi, quando, nelle di- 
verse parti del mondo cattolico, gli animi profondamente 
religiosi, le energie, le intelligenze si raccoglievano intorno 
a un gigantesco e meraviglioso simbolo marmoreo. 

Non mancava Milano di cattedrale, anzi ne aveva due: 
l'una di S. Maria Maggiore, al posto del Duomo odierno, 
e la chiamavano iemale perchè vi si officiava d'inverno; 
l'altra, situata in modo da volgere il fianco alla facciata 
della prima e la fronte al punto dove ora s'apre la via 
Torino, ed era detta estiva perchè vi si officiava d'estate. 
La domenica di Pasqua tutto il clero maggiore passava 
in solenne processione dalla prima alla seconda, dove 
officiavasi fino alla terza domenica d'ottobre, processione 
di cui ci ha lasciato un ricordo l'anonimo scultore del 
bassorilievo che si conserva in S. Maria Beltrade. 

Due cattedrali aveva dunque Milano, ma si voleva il 
grande, l' insuperabile monumento ! L'ora era quanto mai 
opportuna : si poteva contare sull'aiuto del principe G. Ga- 
leazzo che, agli inizi del suo dominio, era voglioso di con- 
quistarsi le simpatie dei sudditi ancora un po' attoniti 
pel modo con cui aveva trattato lo zio. Infatti egli e la 
moglie Caterina secondarono con amore, si può dire con 
entusiasmo, l'iniziativa e nel 1386 il grande sogno co- 
minciò ad effettuarsi. La cittadinanza tutta si consacrò 
con un fervore senza esempio alla impresa immane. Non 
v' è lettura più commovente di quella dei primi libri 



— 65 — 

l'entrata e uscita del Duomo di Milano: in quei lunghi 
elenchi di offerte, ora cospicue ora meschine, si vede 
il mirabile accordo che univa in una idea grande e 
veramente patriottica, oltreché religiosa, tutte le classi, dal 
proletario al ricco e potente signore di feudi e di. castella. 

Il maggior fervore cominciò coli' aprirsi del 1387 : per- 
sone ordinariamente occupate in ben altre faccende vengono 
a lavorare gratis ; le corporazioni dei pellicciai e dei ramai, 
dei calzolai e cent'altre; non solo, ma notai, avvocati e 
perfino il Vicario di Provvisione, che è come dire il Capo 
del Comune, e il Podestà, con tutta la sua Curia, vengono 
a portar la gerla e a maneggiar la cazzuola. La nobiltà di 
Milano, che pur Galvano Fiamma, lo storico, ci dipingeva 
effeminata ed oziosa, si raccoglie in compagnie che si al- 
ternano nel lavoro gratuito. 

Dovunque si facevan collette : i parrocchiani delle sin- 
gole parrocchie portavano in corpo il loro obolo: altre 
volte gli abitanti d'un intero quartiere si univano in 
questo scopo. Nuclei speciali formavano le signore d'un 
dato quartiere, o i bambini o le fanciulle d'una porta o 
d'una parrocchia. Tommaso da Magnago, maestro di gram- 
matica, raccolse, fra i suoi scolari, 162 lire imperiali, circa 
tre mila, secondo i calcoli, delle nostre, e le portò sull'altare. 

Per far danari si organizzavano questue in tutto lo 
Stato e anche fuori : in Piemonte, per esempio, e nel- 
l'Emilia: una forma di questua assai caratteristica era 
quella delle cantegore che noi potremmo benissimo chia- 
mare, con espressione moderna, passeggiate di beneficenza. 
Eran lunghe processioni di fanciulle vestite di bianco che, 
accompagnate da pifferi e trombe, andavano cantando e 
limosinando. Di tratto in tratto si organizzava, a quello 
scopo, qualche cerimonia straordinaria ; le signore di Porta 
Vercellina, combinarono, negli ultimi anni del Trecento, 
un quadro plastico, rappresentante i casi di Giasone e 
di Medea. Altre feste si improvvisavano per ricevere quei 



— 66 — 

di fuori: ora i Varesotti, ora gli abitanti di Gernusco Asi- 
nario, ora altri da ogni parte della Lombardia. 

Ma le offerte individuali erano incessanti: si racco- 
glievano, si accatastavano sull'altare della vecchia, basilica. 
Si incontrano oblazioni cospicue di ricchi pietosi: gioielli, 
abiti sontuosi, ricche botoniere d'argento e d'oro, tanto 
favorite allora dalla moda, pelliccie, biancheria ; abbon- 
dantissimi i veli, allora tanto in voga che l'amministra- 
zione dovette fabbricare casse apposite per conservarli. 
Fioccavano le offerte in formaggi, grano, miglio, farina. 
Si portavano all'altare perfino gli asini. L'Amministra- 
zione della Fabbrica vendeva tutto all'asta e, quando le 
offerte in oggetti crebbero a dismisura, istituì una bottega 
apposta per questa rivendita, detta Fatarla. 

I registri delle oblazioni ci rivelano anche scenette 
curiose: una poverella, Caterina de Abiate, con generoso 
slancio, depone sull'altare il suo logoro mantello: un 
pietoso valentuomo ricompra la veste e la ripone sulle 
spalle della poverella. Una guardia del palazzo del Comune 
trova danari nel borsello d'un corriere morto improvvisa- 
mente nel Broletto e li porta subito alla fabbrica ; una 
dama lascia il suo patrimonio alla Fabbrica a patto che 
essa provveda all'allattamento del bimbo d'una sua dome- 
stica, ed ecco gli amministratori comperar fascie, cami- 
ciuoie, calzettine ed altri indumenti infantili. 

La grande impresa sta fin dai primi tempi fìssa nella 
mente di chi si sente prossimo a lasciare la vita : fin dagli 
inizi cominciano le eredità, i legati, le donazioni: spon- 
tanee le più, non v'ha dubbio, ma pur taluna ottenuta con 
arte, tanta era la sagacia degli amministratori ! Un bel 
giorno quella brava gente promette di far la dote alla 
figlia d'un tale se riuscirà a procurare alla Fabbrica un 
legato di sei mila fiorini ; un altra volta incaricano certo Mi- 
cherio di indurre il bolognese Giovanni Caccianemici a far 
donazione al Duomo della roba sua, e vi riescono; si 



67 



pregano i notai a insinuar nell'animo dei testatori l'idea 
di beneficare la cattedrale, si organizza un servizio d'in- 
formazioni per sapere dove c'è un gruzzolo da accaparrare; 
perfino un buon diavolo che muore a Buda in Ungheria 
non sfugge alle loro indagini: si indaga nelle coscienze, e 
se a qualcuno si scorge in viso una ruga che riveli un 
rimorso, quel rimorso si sfrutta : un tale fu indotto a cedere 
alla Fabbrica una somma guadagnata in un saccheggio! 

Qual complesso di aspirazioni si appunta sulla catte- 
drale sorgente! essa non deve essere solo il tempio mas- 
simo, si vuole sia anche un focolare di coltura; poco dopo 
il 1395 già si forma un primo organismo di cappella mu- 
sicale, di quella cappella che doveva salire in tanta fama. 
Non appena ; le sacrestie offrono un posto adattabile, a che 
cosa si pensa? a istituire una biblioteca: l'amministrazione 
e il Capitolo dei canonici possedeva già un piccolo nucleo 
di buoni codici; si diramarono inviti ai cittadini perchè lo 
accrescessero e le offerte, anche di libri preziosi, vennero 
in copia. Giovanni De Boni d'Arezzo, poeta e cortigiano 
di G. Galeazzo, sul quale tor- 
neremo più avanti, si offerse a 
tener pubbliche lezioni, ed ecco 
istituita nel Domo, in mezzo, al 
frastuono dei lavori, una catte- 
dra di letteratura nella sala della 
nuova biblioteca. Quel Giovan- 
ni, bibliotecario e professore, 
era poco esigente; gli bastavan 
due quartini di vino al giorno 
e un modesto alloggio per esser 
più vicino alla sua sede: e pure 
quanta attività se, come pare, 
giunse perfino a organizzare il 
prestito dei libri a domicilio! 




V;/j/jr/j;s //>////sJ77? 



La facciata dell'antica Cattedrale 
(S. M. Maggiore) 



68 



IV. 
Milano ai tempi di G. G. Visconti. Il lusso e le leggi 
per frenarlo: perle, guarnizioni, bottoniere, pel- 

LICCIEI I CORREDI NUZIALI E I COFANI: La BIANCHERIA. 

— Le «revertalie» e gli usi nuziali. — I successosi 
di G. Galeazzo. 

Abbiam detto poc'anzi che nel secolo XIV, insieme colla 
ricchezza, era cresciuto in Milano il lusso, e anche qui da 
noi, com'era costume dappertutto, il Governo emanò decreti 
per frenarlo. Ignari delle leggi economiche onde anche 
il lusso è governato, credevano che allo Stato spettasse 
moderare il preteso sperpero ; e questo falso concetto durò 
fin quasi al giorno in cui Bonaparte varcò per la prima 
volta le Alpi. 

L'esame di queste prime leggi suntuarie, inserite nel 
Corpo degli Statuti del Comune raccolti nel 1396 per 
ordine di G. Galeazzo Visconti, ci permette di osservare 
anche sotto un'altro aspetto la vita milanese di quel tempo. 

Si cominciò col proibire o limitare l'uso delle perle, 
delle quali si abusava in modo che sopra alcune vesti, 
a dir del cronista de Mussis, se ne ponevano da tre a 
cinque oncie, del valore di dieci fiorini l'oncia: insieme 
colle perle eran banditi gli ornamenti posticci riportati 
sopra gli abiti, ornamenti di varie forme e diverse materie, 
per lo più d'argento e d'oro, favoritissimi dalla moda anche 
per tutto il secolo XV; e con essi anche i bottoni dorati, 
che eran privilegio dei dottori di collegio e dei fisici, ai 
quali eran pur riservate le guarnizioni in pelli di vaio e 
di ermellino. 



— 69 — 

La legge colpiva le stoffe conteste d'oro e d'argento, 
e quelle di velluto, quando non fossero destinate a vestire 
i soliti privilegiati o le loro mogli; permesso il taffetà e 
lo zendale, due leggerissimi tessuti di seta, anche con 
qualche pagliuzza d'oro o d'argento, nelle fodere. Fodere 
di zendale compaiono a Milano fin dal 12103, il che mostra 
come la seta vi fosse già comune, a pochi anni di distanza 
dalla sua introduzione in Sicilia. Un ornamento femminile 
di gran lusso era la gorgiera, destinata a coprire la ecces- 
siva scollatura di certe vesti chiamate cipriane; era fatta 
d'una mousseline finissima che si importava dall'Oriente, 
ricamata a leggeri disegni d'oro; attaccata al copricapo, 
copriva il collo e le spalle e si congiungeva all'incollatura 
della veste. 

Lo Statuto suntuario continuava limitando le spese 
nei corredi nuziali, e qui era un po' rigoroso, pretendendo 
che la sposa non portasse più di due cofani e due casse 
di roba; e, di biancheria, sei asciugamani, sei asciugatesta, 
due paia di lenzuola e una tovaglia. Quanto ai cofani la 
restrizione si comprende perchè nei cassoni nuziali già 
molto nel secolo XIV, e più assai nel XV, si sfoggiava, 
sia nella qualità del legno, sia in ornamenti e pitture di 
finissimo lavoro, come provano i notevoli esemplari che 
si conservano nei musei di Milano e presso i nobili signori 
Bagatti Valsecchi. 

Più strana è la disposizione relativa alla biancheria, 
giacché si è sempre detto e ripetuto che nel medio evo 
di biancheria, e specialmente di quella di dosso, si faceva 
pochissimo uso. In questa opinione furono indotti taluni 
vedendo che nei corredi e negli inventari si registrano, 
durante tutto il Rinascimento, ben pochi capi, in propor- 
zione alla ricchezza e alla qualità delle persone. Ma è pur 
dimostrato da altri che in quei documenti si teneva conto 
solo dei capi di maggior valore, di quelli diremo così di 
parata; mentre la biancheria ordinaria si preparava in 



— 70 — 

casa di mano in mano che occorreva. Ad Ogni modo in 
Milano Fuso di questa suppellettile, così necessaria alla 
gente pulita, doveva già essere abbastanza largo se lo 
Statuto suntuario pensava a moderarlo. 

Le feste nuziali dovevan compiersi in un giorno solo 
affinchè non si avesse ad eccedere nelle spese. Proibite erano 
le revertalie; o che eran desse? Nuli' altro probabilmente 
se non quello che in Toscana si chiama ricorteo o ritornata, 
e cioè il ritorno della sposa alla casa paterna dopo otto 
giorni di matrimonio, accompagnata da feste e da ban- 
chetti solenni ; costume allora diffuso in parecchie regioni 
italiane. Altre prescrizioni son per noi prezioso indizio di 
costumi peculiari della Lombardia: come quella che non 
più di sei donne vadano ad accompagnare la giovane che 
si fa monaca, ne' l'assistano alle cerimonie della vesti- 
zione, o quella che non vuol si portino a seppellire cada- 
veri scoperti, né che ai funerali si facciano piagnistei né 
si battan le palme, in segno di lutto, (v'eran anche nel 
medioevo le prefiche) o quella infine che bandisce i ban- 
chetti funerari, se non fra stretti parenti. 

Tale era, nei suoi capi essenziali, la prima legge sun- 
tuaria milanese che è giunta completa fino a noi. Con 
siffatti decreti il Governo credeva allora, e continuò a credere 
per parecchi secoli, di compiere un sacrosanto dovere, 
invigilando con paterne cure che i cittadini non spendes- 
sero troppo ; era, ripetiamo, un' illusione svanita non ap- 
pena si cominciarono a studiare sul serio le leggi dell'eco- 
nomia pubblica: non si pensava allora che tali provvedi- 
menti erano un'attentato alla libertà dei cittadini, erano un 
ostacolo alla libertà del commercio; e se non recavano danni 
enormi era solo perchè non venivano osservati. Alcune città 
esagerarono tal legislazione in modo singolare : a Lucca, a 
Bologna, a Perugia si istituirono speciali magistrature per 
bollare le vesti, non ammettendo se non quelle che rispon- 
dessero alle prescrizioni suntuarie e così gli uffici del Co- 



— 71 — 

mime si cambiavano in magazzini di mode! A Milano 
queste leggi invece si compilarono tardi, appaiono assai 
più indulgenti di quelle di molte altre città, non scendono 
a ridicoli particolari; Milano non ebbe mài simpatia per 
questo inutile zelo. 

Nel 1395 G. Galeazzo Visconti era al colmo della sua 
potenza ; l' Imperatore Venceslao lo aveva anche creato 
Duca, e Milano, orgogliosa di tanto splendore, celebrò l'av- 
venimento con feste di cui per tutta Europa si sparse la 
fama. Convennero, per l' incoronazione, nella Metropoli 
lombarda rappresentanti di tutti i principali governi ; con- 
vennero i vescovi di tutte le diocesi lombarde. Pietro Filargo, 
che fu poi Papa col nome di Alessandro V, lesse 1' ora- 
zione augurale. 

Sette anni dopo il grande Visconti moriva. L'immenso 
edifìcio politico da lui costrutto minacciò di crollare sotto il 
pazzo governo del figlio Giovanni Maria (1402-1412) che, 
ad una ad una, perdette quasi tutte le città, o sottratte al 
dominio visconteo per opera di tiranni locali, o ingoiate 
da quel potente capitano di ventura che fu Facino Cane; 
ma Filippo Maria (1412-1447) collo sposare la vedova di 
Facino, Beatrice di Tenda, riebbe una gran parte dei dominii 
perduti e l'altra parte riconquistò coll'aiuto di Francesco 
Carmagnola, altro capitano di quelle milizie mercenarie 
che da oltre un secolo eran diventate il principal sostegno 
dei Principi. 

La vedova di Facino Cane aveva portato in dote a 
Filippo un ricco stato, un tesoro in gioie e danaro, un 
poderoso esercito: quand'egli la sposò stava per divenir 
vittima de' suoi nemici ; ma, tenero com'era per una concu- 
bina, Agnese del Maino, l'ebbe presto in uggia, e con un 
sistema, che nel Quattrocento si adottava con disinvoltura, 
se ne liberò ; le intentò un processo per adulterio ; i giudici 
compiacenti la condannarono e la poveretta fu decapitata 
nel Castello di Binasco il 13 Settembre del 1418. 



— n — 

Il periodo di quest'ultimo Visconti fu dei più agitati; 
un continuo succedersi di guerre, fomentate dalle compa- 
gnie di ventura e dalla Repubblica di Venezia che si dava 
alla pericolosa politica di espansione in terra ferma. Non 
inetto al governo, ma superstizioso e sospettoso, Filippo 
Maria si guastò col Carmagnola, che passò allo stipendio 
dei Veneziani, e allora cominciò la sua decadenza con un 
seguito di sfortunatissime guerre. 

Tuttavia, in mezzo a tante agitazioni esterne, Milano 
assorta nelle industrie e nei commerci, continuava a pro- 
gredire: la ricchezza era tale che all'incalzar dei disastri 
politici e militari, i nobili milanesi poterono offrire al Duca 
diecimila cavalli e altrettanti pedoni a loro spese, e due 
soli negozianti offrivano di armare diecimila uomini! 




Filippo Maria Visconti 



— 73 — 



V. 

Lettere ed arti in Milano nell'epoca Viscontea — Fran- 
cesco Petrarca a Milano. Poeti cortigiani: Mar- 

CHIONNE, VANNOZZO, De BONI, GALLIANO — L' ARCHI- 
TETTURA, la Pittura, la Scultura: I Campionesi e 
Balduccio da Pisa. 

Fu detto da non pochi storici che i Visconti non 
seppero mai offrire ai letterati ed agli artisti quella cortese 
e liberale ospitalità ch'essi trovavano in Firenze e in altre 
città italiane più avanzate nella civiltà. Nelle aule dei 
palazzi di S. Giovanni in Conca o in quelle del Castello di 
Pavia non sarebbero stati accolti che giullari e buffoni. 
Giudizi così unilaterali ed ingiusti eran comuni quando si 
faceva la storia senza perfetta conoscenza delle fonti 
genuine, o lo storico era inspirato da preconcetti politici 
anziché da criteri scientifici. Allo stesso modo nei Visconti, 
come in altri Principi del Medioevo, non si vedevano che 
volgari tiranni anche quando erano, come Gian Galeazzo, 
eminenti uomini di Stato. Gli studi recenti hanno invece 
dimostrato che i Visconti seppero tener alto il prestigio 
della coltura non meno d'altri sovrani loro contemporanei. 

Avrebbe potuto Francesco Petrarca vivere così lieto e 
soddisfatto in Milano fra gente rozza e dispregiatrice del 
sapere? Il Petrarca fu amico sincero e costante dei Visconti 
e la sua dimora di parecchi anni nella Metropoli lombarda 
lasciò nell'animo suo le più gradite, le più dolci impres- 
sioni. A Luchino era largo di elogi non inspirati da cor- 
tigianeria: lo chiamava il maggiore degli italiani, a cui, 
per esser re, non mancava che il titolo; e aveva ragione. 



— 74 — 

Venne a Milano nel 1353, dominante l'Arcivescovo Giovanni, 
così per fare una breve gita, e finì per restarvi a lungo, 
sedotto dall'amabilità del Signore; vi restò, sfidando l'ira 
dei Fiorentini, gli accaniti nemici del biscione visconteo. 
Morto lo splendido Arcivescovo, mantenne la sua amicizia 
ai successori che lo colmarono di benevolenza e lo vollero 
oratore ufficiale in solenni occasioni : a Galeazzo egli fu 
specialmente affezionato, perchè ne apprezzava la bontà 
dell'animo e la purità dei costumi. Quando si celebrò il 
matrimonio di Violante Visconti con Leonello, della Casa 
Reale d'Inghilterra, Francesco Petrarca sedeva alla tavola 
d'onore, oggetto di alta reverenza, tra lo sposo e il Conte 
di Savoia. Per compiacere Gian Galeazzo, che aveva cono- 
sciuto fanciullo alla Corte pavese, inventò la divisa colla 
tortora nel radiante e il motto: « a bon droit », che il Conte 
di Virtù tenne sempre carissima. Nella villa, da lui chia- 
mata Linterno, adiacente alla Certosa di Garegnano, presso 
Musocco, egli passò giorni felici, dei quali ad ogni tratto 
rinnova il ricordo nelle sue epistole famigliari. 

La Corte dei Visconti fu per lungo tempo ambito 
rifugio non solo di giullari, ma anche di poeti che, quan- 
tunque lontani dall'altezza del Petrarca, poterono tuttavia 
esercitare qualche benefico influsso sulla cultura lombarda: 
particolarmente per questo che in maggioranza eran toscani, 
e fiorentini, preferiti per la loro arguzia e per la dolcezza 
della favella. 

La tragica fine di Bernabò colpì la fantasia dei con- 
temporanei ; il popolo trovò per un pezzo nei casi di lui 
un pascolo gradito alla fervida immaginazione e per gran 
tempo furon ripetuti sulle piazze di Milano e d'altre città 
lombarde, dedicati allo sventurato Principe, molti di quei 
« Lamenti » che sono una caratteristica della letteratura 
medioevale. Prima a commuoversi fu naturalmente la Musa 
di quelli che lo avevan conosciuto e ne avevan goduto i 
favori: Braccio de' Bracci d'Arezzo, in una curiosa finzione 



— 75 — 

poetica, diede a credere d'avere, in sogno, preveduto i 
fatti ; Marchionne Arrighi introduceva in un suo compo- 
nimento Bernabò stesso a rinfacciare al nèpote gli infrànti 
vincoli del sangue ; generoso coraggio in prò d'un caduto. 

La tragedia del Castello di Trezzo non impedì che 
quando Gian Galeazzo, da trionfatore, ebbe preso possesso 
del Governo, i poeti gareggiassero nell'esaltarlo e nello 
incitarlo a grandi imprese. Quando, vinti gli Scaligeri, il 
Biscione si piantava sugli spalti di Verona, scoppiò un 
delirio di ammirazione : Giovanni Manzini intesseva su 
quegli avvenimenti il canovaccio d'una tragedia. Pochi 
mesi dopo era la volta dei Carrara; ornai tutta la Lom- 
bardia ubbidiva al gran Principe. Il poeta Francesco di 
Vannozzo, tra ì migliori d'allora, scriveva una celebre 
cantilena in otto sonetti, dove le città italiane invocavano 
l'uomo mandato da Dio a portare all'Italia la pace e la 
felicità. 

Amico del Vannozzo, viveva pure alla Corte di Milano 
Pier della Rocca, appartenente ad una delle più cospicue 
famiglie pisane proscritte in seguito alle lotte civili; e con 
lui l'aretino Giovanni De Boni, curioso e singoiar corti- 
giano: fu accolto da Gian Galeazzo nel 1385 e non lo 
abbandonò più fino alla morte, cantandone in versi volgari 
e latini la magnificenza e le imprese. Era ad un tempo un 
poeta e un dotto ; a Milano compiè studi eruditi, trascrisse 
molti codici, scrisse epistole latine a retori e grammatici 
ed ai più celebri personaggi della Corte Viscontea; a lui 
nel 1404 fu, come vedemmo, affidata la prima biblioteca 
pubblica sorta in Milano, quella presso la Fabbrica del 
Duomo. Ma sopratutto il De Boni merita d'esser ricordato 
per un singolare canzoniere composto di canzoni e ballate 
sopra argomenti storici, politici, religiosi, morali e d' into- 
nazione scherzosa intorno ad aneddoti della Corte e fatte- 
relli della vita privata; uno specchio, insomma, vivo e 
fedele, della vita cortigiana d'allora. 



— 76 — 

Giuliano da Galliano infine componeva una frottola, 
divenuta popolare, con melanconiche riflessioni sulla cor- 
ruzione serpeggiante fra i cortigiani del Conte di Virtù. 
Piacevole componimento dove sfilano soldati ubbriachi, 
gabellieri e ufficiali sonnecchianti sui loro scanni, mate- 
matici e astrologi macchinanti intrighi e mariuolerie, con- 
siglieri interessati, ministri « succhioni »... e così via di- 
scorrendo. 

L'Arte del Trecento fece il suo massimo sforzo, e quale 
sforzo ! colla costruzione del Duomo. Ma l'incoraggiamento 
dei Principi e la potenza economica di floride corporazioni 
religiose fecero sorgere molte delle più notevoli chiese 
di Milano giunte in buona parte fino a noi, pur troppo 
deturpate da rifacimenti e restauri. 

Durante il dominio visconteo fu abbellito e ingrandito 
l'antico tempio di Sant' Eustorgio, dove nel VW1 avevan 
preso dimora i Domenicani. Numerose famiglie vi fondaron 
cappelle gentilizie e Gian Galeazzo Visconti donò quella 
magnifica pala marmorea che oggi si ammira sull' aitar 
maggiore, scolpita in nove riquadri rappresentanti scene 
della Passione. Si continuò la costruzione della bella basi- 
lica di S. Marco, incominciata a mezzo il secolo XIV; 
ebbero compimento la volta, la facciata, il portale e la 
grande cella campanaria a bifore che è la parte più ricca 
e più caratteristica del monumento. In alcuni altri cam- 
panili spiegò l'arte lombarda le sue eleganze: in quello di 
S. Antonio, dalle bifore archiacute mirabilmente decorate 
ad archetti e nella torre ottagona di S. Gottardo, disegnata 
dal cremonese Francesco Pecorari : una delle più gustose 
creazioni del periodo di transizione tra l'arte lombarda e 
la gotica: a vari piani, quasi lisci i primi due, con belle 
finestre rettangolari bifore il terzo, il quarto reso leggero 
da una serie ingegnosa di archetti sovrapposti, l'ultimo, 
più sottile, su cui posa la cuspide, costituito da un 



— 77 — 

piano a finestre e da uno a loggiato, e per tutta l'al- 
tezza un delizioso innesto di marmi e di terre cotte orna- 
mentali. 

L'Architettura lombarda trecentesca ha lasciato monu- 
menti insigni nella Piazza dei Mercanti, la quale è, secondo 
il Malaguzzi, e anche secondo noi, tra le più suggestive 
d'Italia: il Palazzetto dei Notai colle belle finestre ogivali, 
la casa dei Panigarola col pittoresco portico rialzato dalle 
belle arcate a sesto acuto, e quel gioiello che è la Loggia 
degli Osii. 

La Pittura, finché gli immediati predecessori di Leo- 
nardo da Vinci non inaugurarono lo studio costante del 
vero, rimase povera e scolorita. Una certa fama si guadagnò 
Giovanni da Milano, che lavorò dal 1365 in avanti e fu 
chiamato anche in Toscana, d'onde trasse una certa sua 
maniera che sta fra la senese e la fiorentina. Le pitture a 
fresco sulla porta della chiesetta di S. Cristoforo, lungo il 
Naviglio fuori di Porta Ticinese, eseguite da un Bonirolo 
de Goaretis, interessano in quanto riflettono una certa 
influenza giottesca, la quale in ogni modo non ebbe grande 
efficacia in Lombardia; migliori esempi di quell'arte sono 
nell'Abbazia di Chiaravalle. Ma a chi vuol formarsi un'idea 
più chiara del genio pittorico lombardo, in quel tempo, 
meglio varrà l'esame delle miniature; sia di quelle che 
adornano il Plinio, conservato nella Biblioteca Ambrosiana, 
come di quelle che il Lombardo Annovello da Imbonate 
eseguì sul famoso messale donato da Gian Galeazzo Visconti 
al Monastero di S. Ambrogio o men celebri artisti traccia- 
rono in codici disseminati per la Lombardia. 

Ben altrimenti va giudicata la scultura. Rozza nei se- 
coli precedenti, quale si presenta nei bassorilievi dell'an- 
tica Porta Romana, si va nel trecento rapidamente perfe- 
zionando. Presso la Fabbrica del Duomo, e anche presso 
la Certosa di Pavia, si forma una scuola che, per secoli , 
produrrà valentissimi artisti. Nelle statue destinate a or- 



— 78 — 

nare gli angoli più riposti del tempio e sulle decorazioni 
scultorie delle porte e delle finestre si va spiegando un'arte 
sempre più raffinata collo studio del vero, mentre nei doc- 
cioni, corre sbrigliata la fantasia in rappresentazioni di 
.mostri e di animali. Paolino di Montorfano, con vena ine- 
sauribile, va disegnando giganti, sirene, draghi, cacciatori, 
paggi, araldi; e creazioni mirabili escono dallo scalpello di 
Iacopino da Tradate, di Alberto e di Bartolo da Campione. 

I Gampionesi, che prendono il nome da una terra adia- 
cente al lago di Lugano, furon per lungo tempo i capiscuola 
della scultura lombarda. All' arte loro si devono i monu- 
menti a Bernabò Visconti ed, a Regina della Scala, già 
nella chiesa di S. Giovanni in Conca, ora nel Castello 
Sforzesco, il primo, eseguito mentr'era ancor vivo il Signore, 
tra il 1360 e il 1370, porta ancora le tracce della decora- 
zione pittorica in oro, favorita dall'arte di quel tempo; fu 
eseguito da Bonino da Campione, autore del monumento 
a Cansignorio in Verona, che adornò il sarcofago di note- 
voli scolture rappresentanti il Crocifisso al quale S. Giorgio 
presenta Bernabò fra santi e sante, F incoronazione della 
Vergine ed altre scene. Campionese è il bell'altare nella 
Chiesa di Carpiano con scene de' Vangeli, scolpite con arte 
egregia, il monumento ad Azzone Visconti di cui si conser- 
vano i frammenti nel Palazzo Trivulzio, l'urna colla statua 
giacente del buon Marco Carelli, in Duomo, ed altre opere 
minori conservate nei civici musei. 

Al perfezionamento della scultura lombarda dovette 
senza dubbio giovare l'esempio del Balduccio di Pisa che 
aveva sfoggiato tutte, le seduzioni dell'arte toscana nel- 
l'urna di S. Pietro Martire e aveva decorato la facciata 
della Chiesa di S. Maria di Brera, sciaguratamente di- 
strutta a mezzo il Secolo XIX! L'influenza di lui si rav- 
visa in qualche statua trecentesca del Duomo, in quella, 
per esempio, della Madonna, nel . grandioso monumento 
alla famiglia Rusca di Como, ora conservato nel museo 



79 



del Castello, e toscana squisitezza di forme si scorge nei 
sarcofagi di Salvarino Aliprandi e di Lanfranco Settala in 
San Marco. 

Filippo Maria legò il proprio nome alla storia dell'arte 
per il fatto d'aver chiamato presso di sé, fra altri artisti, 
il Branelleschi. Nulla rimane ad attestarci l'influenza che 
l'autore della Cupola di S. Maria del. Fiore può aver eser- 
citato sull'arte lombarda; ma nulla pure ci autorizza ad 
accettare il giudizio del Muntz, secondo il quale Filippo 
avrebbe chiamato il grande artista per la vanità di avere 
intorno a se un uomo celebre di più, se non perchè gli rin- 
forzasse il Castello dove viveva appartato e sospettoso. 




Bassorilievo dell'altare di Carpiano 



— 80 — 



VI. ' 

Intermezzo repubblicano - La Repubblica Ambrosiana: 
università e lotteria. 

Morto il 13 d'Agosto del 1447 Filippo Maria, senza eredi 
maschili, un nugolo di pretendenti si levò a reclamare il 
Ducato, tra gli altri Francesco Sforza, marito di una figlia 
dell' ultimo Duca, Bianca Maria. Ma i milanesi, sedotti 
dall' eloquenza, forse più accademica che patriotticamente 
sincera, di Teodoro Bossi, di Innocenzo Cotta e di Giorgio 
Lampugnani, vollero rinnovare le tradizioni del Comune e 
proclamarono una Repubblica Ambrosiana. 

Lo Sforza, da quel profondo politico che era, non si 
fece innanzi e lasciò che la Repubblica si consumasse da 
sé. Essa era infatti oramai un anacronismo, mentre tutti i 
Comuni andavano scomparendo travolti dalle signorie indi- 
gene. Il potere esecutivo fu affidato a ventiquattro capitani 
e difensori della libertà, il legislativo al solito Consiglio degli 
ottocento. Ma il gran numero d'altre magistrature intro- 
dotte per soddisfare molteplici ambizioni, il subito trascen- 
dere della demagogia, il ridestarsi dell' antagonismo tra 
popolo e nobiltà, il soffiar nel fuoco della Repubblica Veneta, 
tramutaron il nuovo regime in una completa anarchia. 

Si volle distrutto il Castello Visconteo di Porta Giovia, 
e molti cittadini accorsero a prestar mano all'opera demo- 
litrice collo stesso entusiasmo con cui sessant'anni prima 
erano accorsi ad edificare il Duomo! 

Quei governanti avevano, sul bel principio del nuovo 
regime, fatto abbruciare in pubblico i libri del catasto che 
servivano per la distribuzione delle imposte. Non si dove- 




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— 81 — 

vano pagare più tasse ! Non eran passate due settimane che 
bisognò pensare al rimedio, imporre un prestito forzoso e 
rifare in fretta il catasto. E non contenti d' imposte dovet- 
tero ricorrere a un ripiego politico che non è punto inven- 
zione de' nostri tempi, ma ha radici profonde nella storia, 
alle lotterie. 

Un editto del 9 Gennaio 1448 annunciava essere inten- 
zione del Governo « dare via le borse della ventura » cioè 
fare una lotteria, e prescriveva le norme. Le borse asse- 
gnate ai vincitori eran sette: di trecento, di cento, di set- 
tantacinque, di cinquanta, di venticinque, di venti ducati. 
Il banchiere Cristoforo Taverna, inventore di questa lot- 
teria, riceveva le poste, di uno o più ducati, nel suo banco 
in via dei Ratti. L'estrazione ebbe luogo sulla Piazza di 
S. Ambrogio. Furon posti in un'urna i cartelli portanti i nomi 
dei concorrenti, in modo che per ciascuno ci fossero tanti 
biglietti per quanti ducati aveva giuocato ; in un'altra urna, 
nella parte opposta, furon raccolti altrettanti cartelli bianchi 
e ad essi mescolati sette altri cartelli portanti ciascuno la 
cifra di una delle sette borse. Il « buon uomo » incaricato 
dell'estrazione levava contemporaneamente un cartello dal- 
l'urna a destra e un altro da quella a sinistra : quando al 
nome del giocatore si accoppiava uno dei sette cartelli colla 
cifra, la borsa veniva consegnata al vincitore. 

Ad invogliare maggiormente i cittadini, il decreto si 
chiudeva con questo fervorino : « I denari che avanzeranno 
saranno del Comune; e così quelli che non avranno la 
fortuna di vincere avranno regalato un ducato alla comu- 
nità; e sarà come se lo avessero regalato a sé stessi ». 

L'unico atto che indiscutibilmente onori quel governo 
è F istituzione di uno Studio generale a Milano (1448), 
dacché Pavia, dove risiedeva l'Università, era in potere 
dello Sforza. Cattedre di materie universitarie ve n' aveva 
anche prima; ma si volle formare un istituto completo dove 
la gioventù potesse bene addestrarsi. Della università mila- 



nese noi possediamo l'organico, col nome e lo stipendio 
di tutti i professori. 

Numerosi nemici tentavano sbocconcellar i domini 
della repubblica; essa aveva bisogno di un generale e 
assoldò il più celebre capitano di ventura dell' epoca, 
proprio Francesco Sforza. Il quale, atteso il momento 
opportuno, quando entro la città il fuoco delle passioni 
più divampava, gettò la maschera e la cinse di assedio. Il 



suo fido amico Vi- 
mercati, che aveva 
preparato il terreno 
conciliando gli ani- 
mi al partito Sforze- 
sco, persuase il Con- 
siglio a votare la 
dedizione, e France- 




sco entrò in Milano 
il 26 febbraio del 
1450 acclamato dal 
popolo stanco di di- 
sordini e fiducioso 
nell'opera di lui ri- 
paratrice. E ripara- 
trice fu davvero. 



Arca di S. Pietro Martine 
di Calduccio da Pisa (1399) a S. Eustorgio 



CAPO VI. 

Milano durante la Signoria degli Sforza 
i. 

Francesco Sforza e Galeazzo Maria. 

Per qualità d'animo e attitudini di governo Francesco 
Sforza superò perfino i migliori dei Visconti. In un'epoca 
in cui non di rado il Principe s'abbondonava alle più bru- 
tali passioni, egli fu temperato, leale, Adrtuoso e giusto con 
tutti, amministratore sagace e onesto del pubblico denaro, 
amante del decoro di Milano, che abbellì con edifici gran- 
diosi. Cominciò allora a rifabbricarsi il Castello di Porta 
Giovia sulle rovine di quello Visconteo, che i cittadini 
avevano distrutto durante il triennio della Repubblica Am- 
brosiana. Non mancò qualche opposizione da parte di ré- 
tori impenitenti; ma Francesco, coli' arte sua, seppe con- 
vincere anche gli oppositori dando a credere che il nuovo 
edificio doveva sorgere non per minaccia ma per decoro 
della città. E infatti, iniziati i lavori, chiamò a dirigerli, 
come vedremo più avanti, i più insigni artisti del suo 
tempo. Ma la maggior gloria di Francesco Sforza in questo 
campo, è l'istituzione dell'Ospedale Maggiore, che formò 



— 84 — 

concentrando I molti ospedali sparsi per la città, nel bel- 
lissimo edificio cominciato dal Filarete e continuato da 
Guiniforte Solari. 

Galeazzo Maria fu di gran lunga inferiore al padre, 
non però così tristo come alcuni storici partigiani lo 
descrissero, più propensi ad esagerarne i vizi che a men- 
zionarne le virtù. Se non altro va ricordato a sua lode che 
la bella coltura del Rinascimento, alla quale già Francesco 
aveva dato un impulso vigoroso, ebbe ognora da lui inco- 
raggiamento efficace. Amante delle prodezze e del fasto, im- 
presse alla vita cittadina nuove idee e nuove tendenze: il 
suo viaggio, colla Duchessa Bona, a Firenze dove andò 
con una pompa non mai prima veduta, stupì i contempora- 
nei, sì che le cronache del tempo son piene di descrizioni di 
queir avvenimento straordinario. Gustatore finissimo del 
bello artistico, acquistava la famosa rotella dipinta da Leo- 
nardo da Vinci, e faceva lavorare squadre intere di pittori 
giorno e notte, alla decorazione del Castello, imponendo 
loro i soggetti; capricciosi senza dubbio, a giudicare da 
quanto ne dicono i documenti, giacché egli pretendeva 
composizioni di carattere intimo dove figurassero i membri 
della sua famiglia e lui stesso, ma pur tali da doverne 
rimpiangere la perdita, perchè, se fossero giunti fino a noi, 
avrebbero formato uno dei cicli pittorici più interessanti 
di quell'epoca. Cultore indefesso delle lettere, dava al suo 
primogenito per aio Francesco Filelfo; scriveva egli stesso 
orazioni ed epistole; proteggeva artisti e letterati; s'interes- 
sava ai progressi dell'Università di Pavia; faceva progredire 
alacremente i lavori del Castello, dove aveva stabilito la 
dimora della sua famiglia e della sua Corte. Non era in 
sostanza un tirannello volgare e meritava men cruda fine. 
La mattina del 26 dicembre 1476, mentre stava per entrare 
nella chiesa di S. Stefano, venne ucciso da congiurati. 

Galeazzo Maria lasciava un figliuolo ancor fanciullo 
sotto la tutela della madre Bona di Savqja, e il Governo 
affidato ad un uomo di grande valore, a Cecco Simonetta; 



85 



ma una volpe astuta vegliava sui casi di Milano: Lodovico 
il Moro, terzo figlio di Francesco Sforza, da Tours, dove 
il fratello Galeazzo Maria lo aveva mandato in missione 
per levarselo d'attorno, corse in patria; un po' con intrighi 
un po' colla riputazione di profonda sapienza politica, si 
•creò un partito fra i nobili malcontenti, seminò calunnie 
contro l'abilissimo e onesto Simonetta, gli alienò l'animo 
della Duchessa e la indusse a nominar lui Reggente. Ebbe 
così il governo nelle mani ; il Simonetta mandò al patibolo, 
più cedendo al desiderio dei nobili a quello avversi, che 
per tristizia sua o desiderio di vendetta : la Duchessa relegò 
ad Abbiategrasso ; il Duca non dava a temere perchè cre- 
sceva debole e malaticcio. 

Ma del potere così mal acquistato Lodovico usò con 
intelligente vigore; fu Principe munifico, giusto, coltissimo 
e fece di Milano l'emula, talor vittoriosa, perfin di Firenze; 
ordinò mirabilmente l'amministrazione centrale dello Stato 
affidandone i vari rami ad uomini illustri come Bartolomeo 
Calchi e Giacomo Antiquari ; diede un grande impulso alle 
arti, alle lettere, alle scienze; promosse il sorgere di mira- 
bili edifizi; si circondò di una corte che per eleganza, per 
genialità di vita, nulla aveva da invidiare alla società che 
circondava in Firenze Lorenzo il Magnifico. Con Lodovico il 
Moro Milano raggiunse il massimo della sua grandezza: dopo 
rli lui, s'avvia, per le circostanze che vedremo, verso la 
decadenza. 




Francesco Sforza 



— 86 



IL 

Milano ai tempi di Lodovico il Moro — La coltura e 
l'arte del Rinascimento a Milano: Bramante e Leo- 
nardo. 

Della vita milanese del Rinascimento, e specialmente 
del periodo che ben può prendere il nome da Lodovico il 
Moro, vogliamo diffusamente ragionare, 

Il Pericle milanese favorì, dicemmo, le lettere, le scienze, 
le arti. Da ogni parte concorsero a Milano uomini insigni; 
se, col cadere della Repubblica Ambrosiana, la famosa Uni- 
versità allora fondata cessò, come studio generale, di far 
concorrenza a quella di Pavia, continuarono a funzionare 
le varie cattedre d'alta cultura, come provano i frequenti 
decreti di nomina, conservati nei nostri archivi, di professori 
di rettorica e pratica, di diritto civile, di instituzioni civili, 
di medicina, di chirurgia. Gli studi classici, a cui già 
sotto Francesco Sforza avevan dato un impulso non lieve 
Pier Candido Decembrio e Francesco Filelfo, presero nuovo 
vigore per l'opera di umanisti famosi come Giacomo Anti- 
quario, Giorgio Merula, editore e illustratore di Plauto e 
storico delle famiglie Visconti, Ermolao Barbaro e special- 
mente Demetrio Galcondila, celebre ellenista e primo editore 
d'Omero; Luca Paciolo, l'illustre matematico amico di Leo- 
nardo da Vinci, insegnava matematiche, il padovano An- 
tonio Grifo esponeva pubblicamente la Divina Commedia. 
L'esempio del Governo, che era così sagace, trovava imita- 
tori presso i nobili milanesi: come Tommaso Piatti, Paolo 
da Cannobbio e Bartolomeo Calchi, che fondarono scuole 
d'alta e di media coltura. La poesia latina aveva anche a 



— 87 — 

Milano cultori valenti ; Antonio Grifo, quel medesimo di cui 
si vede la bella statua marmorea giacente nella chiesa di 
S. Pietro in Gessate, Lancino da Corte, a cui il Bambaja 
scolpì il monumento funerario conservato oggi nel patrio 
Museo d'archeologia, Piattino Piatti, Giovanni Biffi: era una 
poesia scarsa d' ispirazione e quasi tutta cortigianescamente 
intesa a celebrare le glorie degli Sforza, ma non priva nella 
forma di classiche eleganze. 

La poesia italiana fioriva non meno della latina; a 
ingentilire l'idioma lombardo Lodovico aveva chiamato 
alla sua corte un poeta fiorentino, già favorito da Lorenzo 
dei Medici, Bernardo Bellincioni, che lasciò gran numero 
di sonetti di sapore burlesco, non tutti spregevoli; ma, oltre 
al Bellincioni, poetavano in Milano Antonietto da Gampo- 
fregoso, Niccolò da Correggio, Gaspare Visconti, non ultimo 
fra gl'imitatori del Petrarca che pullularono in Italia in 
quel tempo, Galeotto del Carretto, Marchese di Monferrato, 
che lasciava la sua corte per vivere in mezzo ai letterati in 
Milano, buon autore drammatico ; infine Antonio Cammelli, 
detto il Pistoja, il più grande fra i precursori del poeta 
satirico Berni. 

All'incremento della coltura dava, com'è facile inten- 
dere, il più efficace impulso la stampa. 

Quest'arte nuovissima compariva in Milano intorno al 
1469. 11 medico Antonio Caccia di Ceresole d'Alba ne ten- 
tava in quell'anno tra i primi, se non primo, la prova, 
impegnandosi, con regolare contratto, ad insegnare a un 
nobile milanese Galeazzo Crivelli « scribere libros in forma 
cum impressione »; il quale, dal canto suo, s'obbligava a 
corrispondergli una metà del lucro che avrebbe ricavato 
dall'esercizio dell'impresa. Nel 1471 uscivano le prime edi- 
zioni milanesi, tra le quali la « Chorografia » di Pomponio 
Mela, così perfette da lasciar credere che già prima del 1469 
si fosse iniziata in Milano la tipografìa; ma pur troppo 
nessun documento ce ne dà la prova sicura. 



Nel 1472 veniva in Milano Panfilo Castaldi e la sua 
presenza dovette certo giovare al progresso dell'arte che 
tanto lustro ritrasse da lui. In quell'anno medesimo ini- 
ziava i suoi contratti tipografici Antonio Zaroto, insigne 
tipografo-editore che lavorò fino al 1510. Co' suoi tipi uscì 
nel 1474 il primo Messale pubblicato dopo l'invenzione 
della stampa. 

Filippo Lavagna, che nel 1472 aveva stampato le Epi- 
stole famigliari di Cicerone, costituiva una società con 
Cola Montano e Nicola Valdarfer, tedesco, e impiantava 
una nuova tipografìa. Persone competenti dovevano for- 
nirgli copie corrette delle opere da stamparsi, e per questo 
egli aveva stretto una convenzione con Buonaccorso Pisano, 
discepolo prediletto di Francesco Filelfo, venuto a Milano 
fin dal 1460 coll'incarico di trascrivere le opere di S. Tom- 
maso per la Biblioteca Sforzesca. 

Benemerito dell'industria tipografica milanese fu Pier 
ADtonio Castiglioni che, verso il 1482, impiantava con 
alcuni soci una grande casa libraria, in diretto rapporto 
colla ditta di Venezia Jenson e Giovanni di Colonia, colla 
quale aveva un giro d'affari di diecimila ducati l'anno, 
somma per quei tempi cospicua. Più tardi si distinsero in 
Milano come tipografi editori i fratelli Legnani che avevano 
modestamente cominciata la loro carriera da cartolai-librai. 

Sulla fine del quattrocento la produzione libraria mi- 
lanese poteva gareggiare con quella di Venezia e di Firenze. 

Prima dell'arrivo di Bramante in Milano l'Architettura 
lombarda aveva attraversato un periodo di transizione. 
Nel 1450 Giovanni da Milano aveva iniziato i lavori del 
Castello, continuato dopo cinqu'anni da Jacopo da Cortona, 
in seguito da diversi artisti lombardi e forestieri e, nelle 
decorazioni, da Antonio Averulino detto il Filarete. Ma, 
sebbene iniziato quando l'arte del Rinascimento era già 
quasi matura, il grande edificio conservava, nelle sue linee 



— 89 — 

generali, lo stile ogivale e solo nelle decorazioni accennava 
alle forme nuove della Rinascenza. In Lombardia, e in 
parecchie altre regioni italiane, l'Architettura abbandonò 
lentamente, e, si direbbe, con rammarico, le forme tradi- 
zionali. Si osservi FOspedal Maggiore: l'aveva ideato e 
iniziato il Filarete con un tipo classico piuttosto fiorentino ; 
lo continuò Guiniforte Solari a partir dalla fascia che divide 
il piano inferiore dal superiore; e in questo piano cam- 
peggiano le finestre dal severo taglio ad arco acuto, adorne 
bensì d'una larga cornice dove la fantasia dei decoratori 
lombardi si sbriglia in una armonica e svariata vicenda 
di corde, di ritorte, di fogliami, di putti, [di^ tralci ri- 
velanti la più viva ispirazione dell' arte nuova. I me- 
desimi contrasti nella chiesa di S. Maria delle Grazie 
e in quella di S. Pietro in Gessate, pure attribuite al 
Solari; in quella del Carmine, di cui il medesimo artista 
diresse la ricostruzione e nelle due chiese abbinate dell'In- 
coronata. 

Un passo più risoluto faceva G. Antonio Omodeo col- 
l' ammirata Cappella Colleoni in Bergamo dove il Rinasci- 
mento trionfa, quantunque men puro ; e già l'arte toscana 
aveva una volta spiegato il suo fascino nella Cappella 
di S. Pietro Martire, a S. Eustorgio, fatta erigere da Pi- 
gello Portinari, agente del Banco Mediceo in Milano sul 
modello di quella de' Pazzi in Firenze. Michelozzo, come 
i più ritengono, ne fu l'autore, e vi impiegò le più geniali 
risorse dell'ingegno suo, specialmente in quel delizioso 
fregio di putti ad alto rilievo alternati a festoni ed a palle 
vegetali. 

Quell'arte che, o s'era timidamente insinuata a tra- 
verso le vecchie forme o s'era affermata con qualche mo- 
numento isolato, divenne scuola per opera di Bramante 
da Urbino. 

Bramante era venuto a Milano nel 1474, al tempo di 
Galeazzo Maria: aveva dapprima legato il suo nome alla 



— 90 — 

Chiesa di S. Satiro, creando nella sacrestia ottagonale un 
capolavoro: ideò quindi, per ordine di Lodovico il Moro, 
la Canonica di S. Ambrogio, uno dei più ammirabili mo- 
numenti della città per la sapiente intuizione delle pro- 
porzioni, per il movimento delle profilature, per la gaiezza 
dei marmi policromi, per le originalissime sagome dei 
capitelli. 

Nelle opere lasciate a Milano e in altre città della 
Lombardia, Bramante seppe assimilarsi gli elementi locali, 
fonderli, trasformarli coli' innata genialità in una forma 
artistica che è nuova senza aver perduto, in tutto, i ca- 
ratteri tradizionali dello stile paesano. 

Si andò così formando intorno a lui una scuola che 
ebbe insigni proseliti ; Giovanni Dolcebuono, Giovanni Bat- 
tagio, Cesare Cesariano, Bartolomeo Suardi, e, legati forse 
a lui da men stretti vincoli, G. A. Omodeo, Cristoforo 
Solari, Tommaso Rodari, Lazzaro Palazzi. 

A questa scuola si debbono diversi edifìci che furono 
attribuiti, e non fa meraviglia, al Maestro; la Chiesa di 
S. Maria delle Grazie, il convento di S. Ambrogio che par 
piuttosto opera del Dolcebuono, il chiostro di S. Pietro in 
Gessate, la Ponticella detta di Lodovico il Moro nel Ca- 
stello Sforzesco, il cortile dell'Arcivescovado, verso Piazza 
Fontana, il cortile del Broletto. Questa scuola infine fece 
sorgere la fabbrica di S. Maria presso S. Celso, cominciata 
nel 1493 dal Dolcebuono e continuata dal Solari, e il Mo- 
nastero Maggiore di S. Maurizio, un monumento che non 
ha F uguale per il meraviglioso innesto delle decorazioni a 
freschi o a stucchi coli' organismo statico. 

La scultura fiorì in Lombardia per mezzo dei fratelli 
Mantegazza, dell' Omodeo e de' suoi seguaci tra' quali i 
Cazzaniga che lavorarono alla Certosa di Pavia e dissemi- 
narono opere pregevoli per tutta la valle del Po. Lodovico 
il Moro prediligeva su tutti Caradosso Foppa, scultore ed 
orefice, che si ritiene autore delle magnifiche decorazioni 
nella sacrestia di S. Satiro. 



— 91 — 

Al cominciar del Cinquecento la scultura lombarda andò 
perdendo le sue doti migliori ; crebbe in eleganza ma peccò 
di leziosità; la ricerca dell'effetto nella varietà e nell'origi- 
nalità degli ornati turbò l'unità della concezione artistica; il 
monumento a Lancino Curzio, conservato nel Castello Sfor- 
zesco, e quello a Gaston de Foix, sono eleganti ma slegati. 

Al tempo di Lodovico il Moro comincia a produr me- 
raviglie la scultura in legno che vantò poi, per tre secoli, 
una gloriosa tradizione, adattandosi alle continue trasfor- 
mazioni dello stile architettonico: uno degli elementi più 
vitali di questa tradizione risiedette nella corporazione o 
« schola magistrorum a lignamine » costituitasi a mezzo il 
secolo XV. Dalle mani di questi maestri milanesi usci- 
rono le sedie corali di S. Maria delle Grazie, ricche di in- 
taglio e di tarsia, quelle della Certosa di Pavia (1498), 
quelle del Monastero Maggiore, disegnate, dicono, dal Dol- 
cebuono, e i magnifici armadi della sacrestia di S. Maria 
delle Grazie. 

La rozza pittura del Trecento aveva fatto nella prima 
metà del Secolo XV un notevole progresso con quel ciclo 
pittorico che ebbe a maestri Michelino da Besozzo e gli 
Zavattari. Al primo vennero attribuiti i dipinti, a pian 
terreno, nel Palazzo Borromeo, rappresentanti scene della 
vita famigliare, il giuoco della palla, il giuoco del tarocco ; 
agli altri si debbono i grandiosi freschi nella Cappella, 
detta della Regina Teodolinda, nel Duomo di Monza. 

Ma il primo a dimostrare tendenze nuove fu Vincenzo 
Foppa, l'autore degli affreschi nella Cappella Portinari in 
S. Eustorgio; v'è una ricerca del vero non mai prima 
tentata, un fascino singolare per la dolcezza delle madonne, 
per i geniali e delicati aggruppamenti d'angeli biondi e 
diafani, per la grazia, il sentimento onde tutta la compo- 
sizione è animata. 

Le dolcezze più squisite del sentimento cristiano eb- 
bero il loro massimo interprete nel Bergognone (così chia- 



— m — 

mavano Ambrogio da Fossano) ; un pittore tanto originale, 
che, seguendo la sua natura, continuò nel Cinquecento 
inoltrato, quando già l'opera di Leonardo da Vinci e di 
Raffaello era compiuta, ad esplicare lo spirito di un quat- 
trocentista. E non a torto fu chiamato il Beato Angelico 
della Lombardia. 

Il Bergognone rimase un solitario dacché cominciò a 
sfolgorare il genio di Leonardo da Vinci. Lodovico il Moro 
ha il vanto d'aver invitato e trattenuto nella Metropoli 
lombarda colui che Giorgio Vasari chiamava non uomo 
ma incarnazione della divinità sulla terra! 

Intorno a Leonardo s'imperniò il movimento d'idee 
nuove nell'arte e nella scienza che caratterizza il Rinasci- 
mento lombardo. Indagatore indefesso delle leggi naturali 
compì in Milano la maggior parte dei suoi studi in tutti 
i campi dello scibile, quegli studi che la pubblicazione dei 
suoi manoscritti va oggi di mano in mano rivelando al 
mondo stupito: applicò per il primo all'arte i solidi prin- 
cipi della scienza, richiamandola all'osservazione diretta 
della natura e con tali principi creò quei capilavori im- 
mortali che sono il Cenacolo e la Vergine delle Roccie. 

Tra i quattrocentisti preleonardeschi e Leonardo da 
Vinci corre, nell' arte pittorica per limitarci a questa, un 
abisso. Riassumiamo l'ingegnoso raffronto che fa un critico 
tedesco, Emilio Schaeffer. Nel Quattrocento f accie e corpi 
si lumeggiavano con ugual chiarezza, mentre il giuoco di 
luci ed ombre nelle figure di Leonardo ha per effetto la 
più incomparabile verità di rappresentazione. I pittori del 
Quattrocento tentavan d'ottenere l'illusione plastica con 
mezzi scultori, caricando rigidamente e rudemente il con- 
torno, sì che le figure parevan distaccate dal fondo con 
un taglio di coltello: Leonardo, pel primo, ritrasse luce 
ed aria come qualche cosa di fluttuante che tremola in- 
torno alla figura e la lega collo sfondo; e ottiene l'illusione 
plastica solo con mezzi pittorici. Gli altri non rappreseli- 



— 93 — 

tavano gli intimi sentimenti e alla mancanza dell'espres- 
sione riparavano, come Botticelli e Verrocchio, con quella 
leggiera mestizia che a guisa d'ombra si stende sul viso 
delle loro figure. Leonardo bandì quell'arbitraria malinconia 
e fece lo sguardo specchio dell'anima. 

Quest'Arte suprema ha trovato la sua espressione più 
perfetta nel gruppo della Cena. Cristo ha detto : « Uno di 
voi mi tradirà » ; queste paróle hanno gettato lo sgomento 
nell'animo dei discepoli; il gruppo si muove, si scompi- 
glia; sul volto di ciascuno tu vedi la sorpresa, l'incredu- 
lità, il dolore che li agita e commuove. 

Leonardo ebbe parecchi discepoli, ma la luce del suo 
genio irradiò anche l'opera di molti che non furono alla 
sua scuola. Da lui prediletti furono il Boltraffio e Marco 
d'Oggiono che lavorò assai, in fresco, a Milano seguendo 
la maniera del maestro nei tipi, nei contrasti di chiaro- 
scuro, nella vivacità del colorito. Tutti imbevuti di spirito 
leonardesco furono il Giampetrino, Cesare da Sesto e C. An- 
tonio Bazzi detto il Sodoma. Quest'ultimo, passato nel 1501 
a Siena, portò un soffio di vita nuova nell'inaridita arte 
senese. 

L'arte lombarda del Rinascimento, di cui abbiamo 
rapidamente tracciata la storia, raggiunse il suo massimo 
splendore durante il dominio di Lodovico il Moro. 

« Qual somma di genio » esclama il Muntz « è quella 
impiegata in S. Maria delle Grazie, in S. Satiro, nel Ca- 
stello, nel Cenacolo e qual debito deve la posterità a questo 
Principe che ha reso possibili tali meraviglie ! Lodovico non 
fu solo il Mecenate intelligente e liberalo che tutti cono- 
scono ; ma egli visse in comunione d' idee coi grandi uomini 
dei quali aveva intuito il genio, ed ha a loro comunicato 
quella delicatezza, o meglio, quella sottigliezza in grazia 
della quale l'architettura e la pittura hanno raggiunto 
l'ultimo grado della perfezione. Senza la critica minuziosa 
e penetrante, continua sempre il Muntz, alla quale sotto- 



— 94 — 

metteva le loro opere, quegli artisti avrebbero forse pro- 
dotto concezioni più robuste ma non avrebbero raggiunta 
una distinzione ed una finitezza così ammirabile ». 

La caduta di Lodovico il Moro fu, sotto qualunque 
aspetto la si consideri, una sventura per la Lombardia. 
Quello Stato che si avviava ad una organizzazione modello 
e ad una egemonia sicura in Italia, divenne d'un tratto 
preda dello straniero e fu per tre secoli e mezzo un paese 
di conquista. Partito per l'esilio il Principe intelligente e 
liberale, sparirono i begl' ingegni che gli avevano fatto co- 
rona : Bramante si recò a Roma dove doveva percorrere il 
suo cammino trionfale; Leonardo a Venezia, quindi a Roma, 
quindi in Francia. La divina arte del Rinascimento daA r a 
qui gli ultimi bagliori con Bernardino Luini. 



v* 



x 




Galeazzo Maria Sforza 



95 



III. 

Il commercio: La Colonia straniera di Milano: Nego- 
zianti MILANESI ALL'ESTERO — L'INDUSTRIA DELLA SETA, 
QUELLA MINERARIA E QUELLA DELLE ARMI — LA BENEFI- 
CENZA : Il primo Monte di Pietà in Lombardia. 

E le industrie e i commerci ? Abbiamo già accennato 
all' impulso che ad essi diede la Signoria, non appena con- 
solidata. I Visconti mirarono sempre non solo a facilitare 
il traffico dei nostri coli' estero, ma anche quello degli stra- 
nieri fra noi ; Filippo Maria concedeva amplissimi privilegi, 
confermati poi da Francesco Sforza, ai negozianti tedeschi 
allo scopo di stornarli dal mercato di Venezia; onde si 
formò presso di noi una numerosa colonia germanica, e qui 
risiedevano rappresentanti delle principali ditte tedesche, 
come la colossale Società di Ravensburg, detta la « Com- 
pagnia Grande », i Fugger di Ausburgo, i Gienger di Ulma, 
gli Irmi di Basilea, commercianti in riso la cui coltiva- 
zione s'iniziava allora in Lombardia. 

Milanesi e Tedeschi lavoravano di pieno accordo e si 
ha notizia di varie società commerciali tedesco -lombarde. 
Ciascuna rappresentava nella propria patria gli interessi 
comuni e si risparmiavano le ingenti spese di viaggio. La 
onoratezza e la buona fede dovevano essere ben ferme se 
si considera l' impossibilità di costringere per via di tribu- 
nali una qualunque delle parti a rispettare i patti. I Mu- 
giasca di Como erano già nel 1433 in società coi Sàkinger 
di Strasburgo; la ditta milanese dei Capra con Corrado 
Mismer; i milanesi fratelli de Petra esercitavano in Un- 
gheria il commercio in società coli' ungherese Martino 



— 96 — 

Perini. Una grande società si formò verso il 1500 fra Giorgio 
Koler, Giorgio Kress e Ambrogio di Saronno ; si occupava 
sopratutto della esportazione delle merci metalliche da 
Norimberga a Milano ; aveva un traffico enorme a traverso 
il Septimer; in quattro anni spedì duecentosessantanove 
balle o tonnellate! 

Attivissimo era lo scambio di rapporti commerciali 
con quasi tutte le nazioni d'Europa, ma specialmente coi 
tedeschi; essi comperavano da noi fustagni bianchi e colo- 
rati o cotone che doveva servire alle loro fabbriche di 
cordonami; per frequenza e cospicuità d'affari tengono il 
primo posto quei di Lucerna, vien poi Norimberga, quindi 
Zurigo, S. Gallo, Ulma, Gostanza. Il commercio di Ulma 
in Milano, per citare un esempio, era così considerevole che 
un ramo della famiglia patrizia degli Ehinger si diceva 
von Meillant; cioè « di Milano ». I Norimberghesi portavano 
a Milano bronzo, rame e i prodotti delle loro piccole indu- 
strie metallurgiche, campanelli, cucchiai, vomeri, ecc., 
prendevano in cambio fustagno, cotone, zafferano. Leonardo 
Hel forniva grosse partite di carta alla cospicua ditta mi- 
lanese dei Caimi. 

Non poche famiglie lombarde s' erano alla lor volta 
stabilite nel Nord: gli Alzate, grossi commercianti in lane 
tedesche (l'Italia non dava lane fine), i Suane, i Morosini 
in Basilea, i Busti in Colonia, i Pangiani ed i Mai, questi 
ultimi non spenti ancora, avevano nelle mani tutto il 
commercio con Berna. 

In questi tempi ebbe un grande impulso in Milano 
l'arte della seta. 

Già Filippo Maria Visconti aveva cercato di allettare, 
con privilegi speciali, artefici di varie città affinchè venis- 
sero a professare in Milano la loro arte; nel 1442 aveva 
chiesto a Firenze persone capaci di impiantare uno stabi- 
limento completo per l'industria serica, e aveva trovato 
l'individuo ad hoc in Pietro di Bartolo, il quale veniva 




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trae*mphti,t tatti futili, the daraaateen figlie, aiu.e.rfia^t-, Et eli: t'fn 
mawl.,f*itetip),,i,f,a4,pirt,4n.,pia im H>fe4,,al,4.i.„,,Se.ì,:Sr 
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II. £tfiratetéir*4K'irtptri*f*,i*4,t$4ifet'ttld4<ta,f;ì$.e.ar alititi- 
te pn t* fumami dt cnttr attentar* , nttnjtiameme da tttttt iteegit dmiftiim - 
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Stfe-tii'ttmiùrparti 4, teitej}, Statati eSmettenemtllìJtlhtìJapttfeti-u,!,, 
iler*ir,ltft,al, pt^ittai mandai idi tailtar la fama ì tarjia, t yurta , 
tate iaia ra{»*e,it dagli frdtwtimtjSfra t tap}. 



S.E.iltttli, 



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mtn i, ■»«?.««, ? os/« imtnianamtlimnura il ìittr farftnf', fall» 
*m4-ta,&e,ip,r4l ! ,4n,=,ad, l at,,4,&ml4te,,ìma e a,,, t fim,»l. 
■ aftiititn di $.£. ,ì dei Settate , ti an^t/h^a deiaprfm ah 

■**. tu: hl t ry tiiiltfa*,ti$, &• ere, ,t rt ,„e tSc;te t e tmtptran^tS 

quel. ;, mattiti, i fittali di mactbicrt filmar, , » itpmtatiat tettimi , fapf 

; fina di anaat «bui de r altra, (ti minar, ìmepgmr, ancert drSmvrtt,^ 

csnf ita lette dt bttit a'i ninne ài S f. o d>i Secate *i>Ùe iruà'.e tmtvrrtté9ma 

ayeerh cemphet, ty otti Li, eli t daranno tenaglie, ty aitata . Si il dt tatari, 

\Fm*lmtair prekilitti Sua EterStn^al: eemtratiivsutar^,fladi,& qualfta»". 
glia alftf.mil, emirati*,,»,* pinapii.ntariasteerpirate, amara dtgalir* 
attenne d, Sfa flette » t.a,ì 4elSenai,,meSa ft^immi»^. 
4ii li mt,i,aiiri,cr ijxtSi. eie ite atta! fi veglia natda pmnif4ramm»,ic*taf- 

Et"*r4t»a Sua ftcaS 4jCaptta„4tgi»Hiiia.&fue Pie4rie,Pa4tfì.4l JH,U'. ' 
w,tyGtta4m,ty imiti gli altri PadifH.i qmfditimn deie altri Cittì.t* 
Turi dtqntfte Staia.iji.eli tetta , ih fatela., fallita, l.p'eftatea, i/m*. 
giti epper ;um , &• fiati rigatefiff, mt effettuati 4t£e peni cemmimMi (turi ti 



Pai, iteMilanea i f.dtQinitt tStf. 

Gonzalo Fcrnaridez de Cordoua . 



Mtiatte, mia Xrg.Dtu Q»t*, f.rgh tltrrii 4, Tamiitfi^é M*m Ttitt, MalatiSi, Si. 



iRtgijCamertti, 



Una Grida spagn itola 



— 97 - 

nominato direttore generale dell'Arte, con uno stipendio 
pagatogli dal Governo, e una indennità che avrebbe dovuto 
ripartire tra i suoi lavoranti. Non che a Milano non esi- 
stessero affatto fabbriche di seta, perchè nella convenzione 
tra il Bartolo e il Duca si dichiara che gli esercizi già esi- 
stenti avrebbero continuato il lavoro ; ma le fabbriche mi- 
lanesi non dovevano essere adatte a quella varia produ- 
zione richiesta dal lusso del tempo, come lo era la Toscana, 
la culla dell'industria serica in Italia. I documenti degli 
Archi vii ci menzionano come insigne artefice in seta il 
cremonese Bortolomeo Comezani ; e l'esempio dei fiorentini 
invitati da Filippo Maria fu presto imitato da una com- 
pagnia di genovesi che impiantarono qua le loro industrie 
e ottennero in breve i privilegi medesimi. 

Francesco Sforza secondò con ardore lo sviluppo di 
questa industria, e 'concedeva speciali privilegi ai fratelli 
Maggiolini che qui la esercitavano; accondiscendeva a tutte 
le domande del bergamasco Giacomo di San Giovanni e dei 
suoi fratelli, i quali offrivano di trapiantare da Venezia 
a Milano la loro fabbrica; concedeva la cittadinanza a 
Enrico De Piccheti specialista in velluti ; ordinava ai suoi 
ufficiali che facilitassero l'opera di Antonio da Brivio che 
impiantava, accanto alla pusterla nella contrada di S. An- 
drea in Porta Nuova, un « filatoio abinatorio e incana- 
torio » . 

La produzione milanese dovette in breve crescere assai 
in quantità e in valore, perchè verso il 1460 cominciano 
gii editti che proibiscono la importazione delle stoffe auro- 
seriche. E pure in questi anni si organizza la prima cor- 
porazione degli artefici della seta, tessitori, filatori e tin- 
tori, i quali presentano per l'approvazione i loro primi 
statuti al Duca. 

La materia prima fin ora si importava da fuori; ma 
i milanesi furori solleciti, non appena fu possibile, a pro- 
curarsi i mezzi per produrla. Nel 1475 un Giovanni Geli- 



- 98 — 

(Ionio offriva alla Duchessa « certa semenza che ne nasse 
li bigati che fanno li folixelli de seta, » e pochi anni prima 
il Duca aveva ordinato la piantagione di moroni, che erano 
da noi una novità, nei Borghi e nei Corpi Santi di Milano. 

Così questa preziosa industria prosperò e i documenti 
d'Archivio ci dàn frequenti notizie di cospicue Società 
fondatesi in Milano nel secolo XV per la produzione delle 
stoffe seriche, come quella tra Ambrogio Arzate, Pagano 
da Firenze, Priamo del Conte e Rizardo Crivelli con un 
capitale di circa ventimila lire, e quella tra Gasperino da 
Casate, Alberto di Villanterio e Antonio Ponzone con circa 
trentamila. A questo tempo lavoravano intorno alla seta 
ventimila operai! L'industria della lana e del fustagno, 
già da gran tempo organizzate e fiorenti, mantenevano un 
altro esercito di lavoratori. 

Il Governo geloso della buona fama delle industrie 
milanesi non lasciava uscire stoffe scadenti ; all' Imperatore 
che mandava apposta in Milano a e arcare panno adulte- 
rinum, oggi si direbbe « imitazione », rispondeva con un 
rifiuto. 

Grandemente favorirono i Duchi lo sfruttamento delle 
miniere nella nostra regione, cioè tra il lago di Como e quel 
di Garda, il Varesotto, la Valsesia e quella di Domodos- 
sola: le fucine di Como, Lecco, Sondrio, Brescia ne lavo- 
ravano i prodotti. Tutto il distretto minerario lombardo, 
e specialmente il territorio lariano, provvedevano agli 
enormi bisogni dell'industria armiera di Milano. L'indu- 
stria mineraria era sotto l' alta sorveglianza del Governo 
ducale che ne aveva affidata la direzione ad un norimber- 
ghese, assai pratico e valente, Giorgio Unanguened. Le armi 
erano senza dubbio il principale profìtto dell'industria 
milanese : fin dal secolo XIII, se non prima, le nostre armi 
colla marca della lupa ci erano richieste da ogni parte 
d'Europa; carichi interi di armature passavano con fre- 
quenza le Alpi. Le officine di Antonio Missaglia avevano 



- 99 — 

tale riputazione che Lodovico il Moro conduceva a visi- 
tarle i suoi ospiti più illustri. Uno spettacolo mirabile fu 
apprestato dagli armaiuoli milanesi nel 1491, nella circo- 
stanza delle feste pel matrimonio di Lodovico il Moro 
con Beatrice d'Este; tutti gli armaiuoli, che, secondo 
il costume d' allora, avevano le loro botteghe in una me- 
desima strada, da loro chiamata degli Armorari, esposero 
sulla via, architettandole in modo artistico, le loro arma- 
ture; erano due ordini di guerrieri immobili, lungo i lati 
della strada, chiusi dal capo alle piante in ferreo vesti- 
mento, inforcanti destrieri da battaglia, anch'essi ricoperti 
di squame di ferro; l'artificio era così perfetto che i ri- 
guardanti sulle prime credevano trattarsi d' uomini vi- 
venti. Così narran le cronache. 

Grande era ormai in Milano la ricchezza e grande di 
conseguenza, il lusso in tutte le sue manifestazioni. 

Lo vedremo tra poco ; ma prima vogliamo osservare 
(ci par quasi un dovere) come i milanesi d'allora, al pari 
di quelli d'oggidì, in mezzo agli agi della vita, non di- 
menticassero le miserie dei diseredati dalla fortuna. Anche 
la beneficenza sotto gli Sforza prese nuove e più perfette 
forme. Milano aveva un ospedale modello; il Cavaliere te- 
desco Arnaldo di Harff, passando da Milano nel 1497, re- 
duce da Gerusalemme, visitò con meraviglia il nostro no- 
socomio ; « esso » die' egli « nutre giornalmente mille e 
seicento uomini oltre agli ammalati, giacché stanno ivi ra- 
gionieri, scrivani, farmacisti, barbieri, fornai, sarti, cal- 
zolai, avendo ciascuna parte lavoro proprio, di modo che 
il ragioniere conta ogni anno allo spedaliere trentamila 
ducati milanesi ». Ci sarà dell' esagerazione, ma 1' esage- 
razione stessa è prova della fama che godeva quell'istituto. 

Già, per la predicazione efficace dei Minori Osservanti 
di S. Francesco, erano sorti qua e là in varie città dell'I- 
talia Centrale, e prima in Perugia, i Monti di Pietà ; 
provvidi istituti che venivano a sottrarre agli usurai, i bi- 



100 



sognosi di denaro. Nel 1483 alcuni cittadini milanesi, spinti 
ed aiutati dai Padri Domenicani da Ponza e Colombano, 
fondarono una cassa di soccorso pei poveri, la quale fun- 
zionava, in sostanza, come un Monte di Pietà, quantunque 
non ne assumesse la forma ufficiale che nel 1496, quando 
Lodovico il Moro dotò l'istituzione dei mezzi necessari e 
di un elaborato statuto. Così degli ottantotto Monti di 
pietà che si fondarono in Italia, tra il 1462 e il 1509, quello 
di Milano fu il trentottesimo e il primo di tutta la Lom- 
bardia. L' anno seguente frate Stefano da Seregno fondava 
il Pio Istituto di S. Corona, allo scopo di provvedere me- 
dici e medicinali agli infermi poveri ; il quale funziona 
efficacemente anche ai giorni nostri. 



Meéiolmnm 




Veduta fantastica dj Milano — incisione dei. secolo XV 



— 101 



IV. 

Milano ai tempi di Lodovico il Moro — La Corte nel 
Castello sforzesco — Il tesoro — Le feste: la 
rappresentazione del paradiso e leonardo da vlnci. 
Giasone e Medea, Enea e Didone, il Coriolano, i 

FATTI DEL CONTE d'ArMAGNAC, LA PARODIA DEL CON- 
CLAVE di Pio II in Piazza del Duomo — Il teatro di 

COMMEDIA CLASSICA. 

Quel Castello Sforzesco che oggi vediamo perfettamente 
restaurato grazie all' iniziativa geniale di Luca Beltrami, 
ospitava ìiell' ultimo quarto del secolo quindicesimo una 
delle più splendide Corti d'Europa. « Questo Castello », 
così scriveva, con linguaggio disadorno e sgrammaticato, 
nel suo carnet di viaggio il segretario di due ambasciatori 
veneziani passati da Milano nel 1492, « questo Castello 
è di summa bellecia e grandecia, cun li torioni tutti di 
marmo lavorati in punta de adamante. Ha due mura di 
grossissimi muri con le acque di fuori et ponti levatori. 
Quivi il Duca tiene la sua Corte ed habita qui, la qua! 
Corte è delle belle che sii in Italia. All' intrar dentro è 
una grande piacia et sempre è piena de cortigiani et genti- 
l'homeni. Andarno tutti de sopra [gli ambasciatori col se- 
guito] fino in la salia, tutti a cavallo et poi smontati in- 
trarno in un'altra salla dov'era la Excellentia del Duca 
Signor giovine e di faccia mansuetissimo, el Signor Lodo- 
vico bellissimo homo et altri suoi consiglieri. Di poi fu- 
rono accompagnati da gentilhomeni molti a veder il ca- 
stello et intro il castello ze furono mostrati circa sessanta 



— 102 — 

grandissimi vasi d'argento de bellecia suprema lavorati 
tutti di smalto et minutissimamente. Videro et assai li- 
gure de santi tutti d'argento; et poi li fu mostrato uno 
certo camerata pieno de zoglie et de oro in grandissima 
copia. Et prima videro dodici medaglie tutte d'oro mas- 
sizo cun le effige de li Signori preteriti [cioè dei Signori 
e Duchi di Milano] . Intorno a questa camera erano scanzie 
tutte cariche de qualche bella gentileria; era etiam una gran 
croce d'oro massizo con assaissime perle, vasi de j aspide 
et porcellana. Postremo li fu aperta una cassa et li furono 
mostrate zoglie de ogni sorta tra le quali erano perle e 
diamanti di smisurata grandezza. » 

Interessante non è vero questa descrizione del tesoro 
Sforzesco riunito nella sala decorata dall'effigie di Mer- 
curio, o come altri vogliono, d'Argo? Quel tesoro era forse 
la cosa più ammirata di quanti visitavano il Castello. 
Quando lo vide la marchesa di Mantova, la celebre Isa- 
bella d' Este, scrisse al marito, con l'acquolina alla bocca: 
« Dio volesse che noi che spendiamo volentieri ne avessimo 
tanto ». 

A rendere più geniali e graditi i ritrovi, ai quali ac- 
correva il flore dei gentiluomini di tutta Italia, e lo stesso 
Baldassare Castiglioni veniva a impararvi cortigiania, 
contribuivano due bellissime e coltissime donne: Isabella 
d'Aragona, sposata al Duca G. Galeazzo nel 1489 e Bea- 
trice d' Este che Lodovico il Moro impalmava nel 1491. Di 
tratto in tratto era a Milano la Regina di tutte le eleganze, 
l'arbitra della moda in Italia, Isabella d'Este, moglie a 
Francesco Marchese di Mantova e sorella di Beatrice. 

I festeggiamenti indetti pel matrimonio del Duca e 
per quello di Lodovico diedero al mondo una ben chiara 
prova della potenza Sforzesca tanta ne fu la pompa : ci 
basti ricordare la Festa del Paradiso, valendoci d' una re- 
lazione contemporanea, la quale, poiché descrive la rappre- 
sentazione ideata e diretta nientemeno che da Leonardo da 



— 103 — 

Vinci e t'apparato delle sale, gli abiti dei Principi, delle 
dame, delle maschere, ci introduce nel bel mezzo dei 
costumi sontuosi di quel tempo e ci dà un'idea del come 
fossero organizzate queste, allora frequentissime, rappre- 
sentazioni cortigiane. 

La festa grandiosa ebbe luogo nel Castello, e precisa- 
mente nella sala « che è in capo alle schale che se va suso 
a cavallo » ; dunque la sala verde superiore, oggi museo 
di ceramica, vetri, arazzi e stoffe, giacché l'unica scala « a 
cavallo » sembra essere stata quella che ancor oggi con- 
duce allo loggetta di Galeazzo Maria; quella medesima 
scala per la quale abbiamo veduto salire, a cavallo ap- 
punto, gli ambasciatori veneziani. Le pareti della gran 
sala erano tutte ricoperte d' arazzi, intercalati da tele isto- 
riate colle gesta di Francesco Sforza. Sul plafond correvan 
festoni di verzure incornicianti le armi Sforzesche e Ara- 
gonesi; lungo la sala erano disposte tribune, riccamente 
decorate, per i vari ordini di spettatori; in fondo il Para- 
diso, coperto da un ricco sipario. Erano stati invitati tutti 
gli Ambasciatori, i Consiglieri, i Magistrati e i Cortigiani, 
e cento signore e signorine della miglior società mila- 
nese. Lodovico, per omaggio alla sposa, era vestito alla 
spaglinola : abito di velluto scuro foderato di zibellino, 
con cappa di panno nero foderata di broccato d' oro in 
campo bianco. G. Galeazzo aveva un abito di broccato 
d'oro in campo cremisino. Quando tutti gli invitati ebbero 
preso posto, la Duchessa Isabella, « bella et pulita che 
pareva un sole » vestita alla spagnuola, con un mantello 
di seta bianca sopra 1' abito di broccato d' oro in campo 
bianco, aprì la festa con due graziose danze da lei ese- 
guite nel mezzo della sala. Quindi, mentre l'orchestra 
suonava, cominciò una curiosa sfilata -di maschere, ve- 
stite in tutti i costumi d'Europa, alla francese, alla tede- 
sca, alla polacca, all' inglese, alla turca, le quali tutte si 
fingevano mandate dai loro rispettivi Imperatori o Re a 



— 104 — 

complimentare la sposa: ciascuna brigata intrecciava di- 
nanzi ad Isabella una danza all' uso della Nazione rappre- 
sentata. Finite queste danze, si die principio alla rappre- 
sentazione. 

Rimosso il sipario, apparve il Paradiso architettato 
da Leonardo da Vinci. 11 meccanismo sembrò agli astanti 
meraviglioso: « parve vedere sul principio » dice il relatore 
« uno naturai paradiso et così ne lo audito per li suavi 
soni et canti che v'erano drento ». Era fatto a forma d'un 
grande mezzo uovo, tutto risplendente d'oro all' interno, 
seminato di stelle luminose, con certe fessure dove stavano 
i sette pianeti « segondo et loro grado alti e bassi ». Intorno 
all'orlo esterno del mezzo tondo, i dodici segni dello zo- 
diaco, fatti con palle di vetro contenenti in un tubo in- 
terno un lume e tutt'intorno ripiene d'acqua, invenzione 
di Leonardo stesso, a cui sembra riferirsi un disegno del 
Codice atlantico. Nel mezzo era Giove il quale cominciò, 
con versi scritti da Bernado Bellincioni, a ringraziare 
Iddio che gli avesse concesso di creare al mondo una 
meraviglia qual'era la duchessa Isabella. Queste parole 
fanno scattare Apollo ; non può egli soffrire che Giove abbia 
creato una creatura più bella di lui : ma il padre degli Dei 

10 persuade amabilmente ad essere un pò più cavaliere, e 
a non aversela a male; anzi decide di scendere in terra 
per esaltare e gloriare la sposa, per donarle le tre Grazie e 
le sette Virtù, e manda Mercurio a manifestarle la sua riso- 
luzione; non appena il messo divino ha eseguita la com- 
missione, i Pianeti a uno a uno, sempre con versi del Bel- 
lincioni, ringraziano Giove, per aver loro rivelata sì bella 
e virtuosa donna, e Apollo lo prega affinchè voglia a lui 
concedere l'onore di presentare alla sposa le Grazie e le Virtù. 

11 favore è accordato, e Apollo presente a Isabella le tre 
Grazie legate con una cordicella, e sette fanciulle rappresen- 
tanti le Virtù e portanti ciascuna una torcia bianca in 
mano; le Grazie e le Virtù sciolgono un canto di lode alla 



105 

Duchessa e l'accompagnano quindi nel suo appartamento, 
tra gli applausi degli spettatori. 

Tale era il pasticcio che, secondo il Belliucioni, autore 
come si direbbe oggi, del libretto, lo stesso Lodovico il 
Moro aveva ideato. Queste mescolanze ibride di elementi 
cristiani e pagani e di reminiscenze classiche erano nel 
gusto del tempo tutto imbevuto di antichità greche e romane. 
Se ne compiaceva anche il popolo nelle rappresentazioni 
e feste, pur frequenti in quest' epoca di vita gaia, che 
avevano carattere popolare. 

Già vedemmo nel 1389 rappresentarsi, a favore dell'O- 
pera del Duomo, i fatti di Giasone e Medea; nel 1423, al 
medesimo scopo, si era rappresentata una storia dove entra- 
vano i sette pianeti del cielo; e nel medesimo anno gli 
abitanti di Porta Nuova avevano organizzato una rappre- 
sentazione dei fatti d'Enea, fuga da Trqja, sbarco a Car- 
tagine, incontro con Didone. Alla storia romana si cer- 
cava il soggetto nel 1453, quando i cittadini della Porta 
Ticinese, per festeggiare le copiose oblazioni raccolte a 
favore della fabbrica, allestirono un grandioso «Goriolano». 
Sulla piazza del Duomo due castelli furono eretti l'uno 
dai Romani, l'altro dai Volsci; « e lì hanno combatuto » 
dice un testimonio oculare «un tale e sì forte facto d'arme 
che saria bastato a un campo ». 

Siamo in un periodo di transizione in questo ge- 
nere di spettacoli; la forma preferita in tutto il medio 
evo, il mistero o rappresentazione a soggetto sacro, co- 
mincia ad alternarsi ad altre forme. Sulla fine del Trecento 
era in voga una processione sacra dal Duomo a S. Eustorgio, 
che gli eruditi classificano di genere teatrale, perchè e nel- 
l'andata e nel ritorno avevan luogo soste e parlate ; ancora 
nel 1475 un vero Mistero faceva allestire G. Maria Sforza 
per onorare la presenza del Gran Bastardo, figlio del Duca 
di Borgogna, quando sopra un grandioso palco una com- 
pagnia di fiorentini raffigurò i tragici casi del Redentore.' 



— 106 — 

Ma par frequenti diventavano gli spettacoli a soggetto 
mitologico e classico, ed altri che si inspiravano ad avveni- 
menti contemporanei; che cosa si rappresentasse sulla 
Piazza dell' Arengo nel 1421 quando vi si costruì « la città 
di Pamplona » come sembrano dire gli Annali del Duomo 
(« civitatem Pampalunam ») non saprei; ma un dramma 
di non poco interesse dovette essere quello datosi nel 1423, 
dacché rappresentava fatti recentemente avvenuti, i casi cioè 
e la fine del Conte d' Armagnac, il capo della fazione degli 
Armagnacchi contro quella dei Borgognoni, nelle lunghe 
guerre che desolarono la Francia durante la demenza di 
Re Carlo VI : di queir Armagnac che nel 1413 entrò in 
Parigi, a capo d'un esercito, s'impadronì del potere e 
mandò in esilio la Regina Isabella; e divenuto poi odioso, 
per tirannide, fu fatto a brani dal popolo insieme coi suoi 
complici. Ottima tela per un'azione drammatica! 

Una rappresentazione ben curiosa, è quella organiz- 
zata nel 1458 dai nobili e cittadini di Porta Vercellina; 
è un misto di sacro e di profano che nessun governo oggi 
potrebbe tollerare : sopra una grande baltresca nella piazza 
del Duomo, si fece la parodia di un Conclave e precisa- 
mente, di quello onde uscì eletto, nell'Agosto di quell'anno 
stesso, il Cardinal di Siena col nome di Pio II, il famoso 
letterato Enea Silvio Piccolomini. Diciotto istrioni vestiti 
da cardinali, portanti ciascuno il titolo di quei di Roma, 
seguiti da altri camuffati da prelati e cortigiani, montaron 
sulla baltresca; e, dopo una predica fatta da un tal prelato, 
si raccolsero in conclave, e com'è usanza, furon loro distri- 
buite molte ceste di cibi e molti fiaschi di vino. Quando 
ebbero ben mangiato e bevuto, i cardinali mostraron la 
croce fuori di una finestra e cominciarono a gridare: 
« Habemus Pontifìcem » con suonar campane, pifferi, trom- 
bette e tamburri ; i cardinali escono e procedono alla coro- 
nazione: il Papa è.... il buffone Bassano, che buffonesca- 
mente impartisce a tutti la benedizione. 



— 107 — 

Roba siffatta urta il nostro senso morale ; pareva bella 
invece agli uomini del Rinascimento cbe avevano idee 
tanto larghe in fatto di moralità e in fatto di religione; 
paghi delle forme esteriori, andavano perdendo quel sen- 
timento ch'era stato così profondo e sincero nel medio 
evo. Sulla Piazza del Duomo di Milano si mette in ridi- 
colo la chiesa; non son lontani i tempi in cui alla Corte 
del Papa si rappresenteranno commedie indecenti, come la 
Calandra, scritte da cardinali. 

Anche il popolo dunque, auspice il Duomo di Milano, 
voleva spettacoli grandiosi e frequenti ; tanto frequenti che 
il celebre pittore Cristoforo Moretti, verso il 1460, chiedeva 
al Duca il permesso dì erigere davanti alla sua bottega, 
in Piazza dell' Arengo, una baltresca, o palco permanente, 
sulla quale accogliere i suoi invitati, tornandogli troppo 
incomodo e gravoso doverla fare e disfare ogni qualvolta 
si facevano spettacoli e trionfi. Di teatri stabili non si parlava 
ancora in Milano. Lodovico il Moro dopo il suo viaggio a 
Ferrara, dove tutte le raffinatezze del Rinascimento erano 
praticate alla Corte Estense, fece allestire un teatro posticcio, 
ad imitazione di quello che aveva ammirato in casa d'Este : e 
in quel teatrino, nell'occasione della visita a Milano di Ercole 
Estense, accompagnato da Lodovico Ariosto (giovanissimo), 
si rappresentarono i Captivi ed altre commedie di Plauto. 




— 108 



V. 

Milano ai tempi di Lodovico il Moro - Feste in Castello 
nella sala della balla - vlta di corte a gusago e 
Vigevano - Stranezze delle Duchesse - Vita della 

NOBILTÀ MILANESE - Le « CARRETTE » E ISABELLA D'ESTE 
- I SALOTTI - I PlTSTERLA E IL CAVALLO DI TROJA - IL 
LUSSO E LE NUOVE MODE : Le ORIGINI DEL GUARDIN- 
FANTE, la « Capigli ara ». 

Le feste pel matrimonio di LodoA-ico il Moro con Bea- 
trice d'Este si fecero nella gran Sala della Balla, dove è 
ora la galleria d'arte moderna. Il soffitto era ornato in 
modo da figurare un cielo azzurro seminato di stelle d'oro ; 
le pareti eran coperte di pitture raffiguranti le gesta di 
Francesco Sforza. Più di duecento dame presero parte alle 
danze. Due giorni dopo si die un torneo in onore di Bea- 
trice ; i torneanti che si disputaron le palme erano Alfonso 
Gonzaga, preceduto da dodici lande dorate con diciannove 
cavalieri vestiti di velluto verde e quindici fanti vestiti di 
seta; Annibale Benti voglio, con dodici scudieri in raso 
verde, Gaspare Sanseverino, detto Fracassa, con dodici staf- 
fieri vestiti da mori sopra un carro trionfale tirato da tre 
cavalli aggiogati e camuffati, curiosa bizzaria, due da lio- 
corno, e uno da cervo ; uno di quei mori declamò un carme 
in lode di Beatrice; quindi cominciò la giostra, che si ripetè 
nei giorni seguenti fino a che Sanseverino fu proclamato 
vincitore. 

Quando alla Corte Sforzesca tacevano i clamori delle 
feste, dame e gentiluomini, o nelle sale del Castello^ di 



— 109 — 

Milano, o in quelle dei castelli di Cusago e di Vigevano, 
passavano il tempo disputando d'argomenti filosofici e 
letterari, con quella sottigliezza bizantina di cui tanto si 
compiacevano le Corti italiane del Rinascimento. Una di 
queste dispute dibattuta fra la duchessa Isabella e un 
Galeazzo Visconti, amico del Moro, appassionò particolar- 
mente i cortigiani; ne era argomento la maggior prodezza 
e onorabilità dell'uno o dell'altro dei due celebri paladini 
dei romanzi cavallereschi, Orlando e Rinaldo; aì prese 
parte anche il poeta Bellincioni con tre sonetti. La disputa 
non era questa volta puramente accademica, ma, in certo 
senso, anche un po' patriottica, perchè Rinaldo era in 
tondo l'eroe popolare italiano, mentre francese era Orlando. 

Eppure chi crederebbe che, in mezzo a tanta raffina- 
tezza di vita, persone che occupavano i più alti gradi della 
gerarchia sociale si abbandonassero ad atti che noi oggi 
a mala pena tollereremmo nel volgo"? Isabella d'Aragona 
e Beatrice d'Este si compiacevano nel far galoppare i cavalli 
a tutta briglia per la città, nel correr dietro alle loro donne 
e farle cadere, nel percorrere le vie con acconciature strane, 
affrontando i motteggi delle popolane e persino azzuffandosi 
con esse. Gli è che sotto la splendida vernice della nuova 
coltura traspariva ancora di tratto in tratto la rozza scorza 
del Medio evo. 

La medesima vita sfarzosa si faceva anche fuori della 
Corte: v'era a Milano una nobiltà numerosa e ricca, giac- 
ché i nobili non isdegnavano ancora di trattare le industrie 
e i commerci, v'era una borghesia capace di emulare 
la nobiltà. Cominciava allora a diffondersi l' uso delle 
carrozze; i ricchi milanesi gareggiaron tosto nel lusso delle 
carrette, come le chiamavano; si racconta che Isabella 
d' Este, in una delle frequenti sue dimore a Milano, fu vi- 
sitata, nella sua casa di via Borgonuovo, da tutte le dame 
dell'aristocrazia; affacciatasi alla finestra vide tal numero 
i bellissime carrette (r i ferisce il Randello) « che disse non 



— 110 — 

credere in tutta Italia ve ne fossero altrettante ». Queste 
carrette erano a cassa ierma, per nulla diverse nella loro 
struttura fondamentale, salvi gli ornamenti e i ricchissimi 
intagli, dai più semplici carri a due ruote. erano sco- 
perte o portavano un'armatura a cerchi di legno, sul ge- 
nere di quella che si vede sulle barche del lago di Como, 
sulla quale distendevansi ricche coperte di broccato d'oro 
o di velluto. Non vi era posto pel cocchiere che stava a 
cavallo: le dame sedevano all'interno su cuscini: diciamo 
le dame, perchè gli uomini avrebbero ritenuto una cosa 
sconveniente il lasciar il cavallo per la carrozza. 

Abbondavano in Milano i salotti eleganti dove si ra- 
dunava il flore della cittadinanza, e in certe occasioni si 
davan feste che nulla avevano da invidiare a quelle di 
Corte. Di quelle brillanti e colte società ci dà preziose no- 
tizie il novelliere Matteo Ban dello che ne era uno dei più 
assidui ed apprezzati frequentatori, anche dopo la caduta 
del Moro: giacché gli avvenimenti politici che segnarono 
la rovina degli Sforza e l'avvento del dominio francese 
non turbaron gran fatto, nel primo quarto del secolo XVI, 
la vita sociale in Milano. 

Teneva circolo in casa propria, Ippolita Sforza, moglie 
ad Alessandro Bentivoglio che, cacciato dalle fazioni av- 
verse di Bologna,» s'era trasportato a Milano: in quella casa, 
dice il Bandelio, « sempre c'è alcun ballo e dilettevole ra- 
gionamento degli accidenti che in giornata accadono, così 
de le cose d'amore come d'altri avvenimenti : » Benedetto 
Tosi, un avvocato di Milano, spiritoso causeur, era il 
più ammirato frequentatore di quei ricevimenti. Gerolamo 
Archinti riceveva nel suo palazzo con amenissimo giardino, 
nella Contrada di Brera ; Lucio Scipione Atellano dava 
feste e conviti ai quali accorrevano anche i più illustri 
forestieri di passaggio per Milano; conviti intercalati da 
recite di commedie, da giuochi d'ogni genere, da accademie 
di poesia, dove riportava la palma la gentile poetessa 



— Ili — 

Camilla Scarampa, la quale a sua volta dava soirées, di- 
remo così poetiche e musicali, in casa propria, dove suo- 
nava e cantava la bella figliuola di lei, Antonia, fattasi 
poi monaca a Genova .Trattenimenti drammatici con son- 
tuosi apparati si tenevano presso il conte Antonio Cri- 
velli. La contessa Lodovica Sanseverino Landriani, signora 
di Pandino sub" Adda, riceveva nel suo castello i più alti 
personaggi tra i quali Alessandro Bentivoglio e Ippolita 
Sforza, e una scelta ed elegante società conveniva nel ma- 
gnifico palazzo del cardinale Federigo Sanseverino, in Porta 
Vercellina; Gerolamo Visconti apriva spesso le sale della 
sua « Casa Bianca » appena fuori di Milano. 

Aveva casa in Milano anche Galeazzo Sforza, signore 
di Pesaro, colla sua consorte Ginevra Bentivoglio. Le per- 
sone dotte frequentavano di preferenza la casa ospitale di 
Giacomo Antiquario, Protonotario apostolico: vi andava 
Lancino Curzio, il poeta umanista, vi andava Aldo Pio 
Manuzio, il celebre stampatore. Ma i ricevimenti più pia- 
cevoli erano in casa di Cecilia Gallerani, contessa Ber- 
gamini : « tutto il dì » dice il Bandello « i più elevati e 
belli ingegni di Milano, e di stranieri che in Milano si 
ritrovano, sono in sua compagnia; quivi gii uomini mi- 
litari de l'arte del soldo ragionano, i musici cantano, gli 
architetti e i pittori disegnano ». Vi andavan tra gli altri, 
il poeta Antonio Fileremo Fregoso, Lancino Curzio, Ca- 
milla Scarampa, Costanza Bentivoglio moglie di Lorenzo 
Strozzi, l'erudito e poeta Girolamo Cittadini, rammentato 
dall'Ariosto. Gaspare Della Torre, discendente dei Ternani 
che furon signori di Milano, consigliere ducale, ricevette il 
Duca Gian Galeazzo e Isabella d'Aragona, Lodovico il 
Moro e Beatrice d'Este, quando si festeggiò la nascita 
del figlio di quest'ultimo, Massimiliano. 

Gaspare Pusterla riceveva pure, il sabato grasso, tutta 
la Corte. Gli sfoggi di casa Pusterla eran ben noti da gran 
tempo anche al popolo di Milano : ogni anno, alla ricorrenza 



— m — 

del santo protettore della famiglia, dal loro palazzo, situato 
sull'area ov'è oggi l'Albergo della Gran Bretagna in via 
Torino, un enorme cavallo di legno tirato dai facchini della 
Balla, preceduto da musiche, procedeva fino al Duomo. 
Dinanzi alla porta della Cattedrale ferma vasi, e ne usci- 
vano, come dal leggendario cavallo di Troja, uomini ca- 
richi di doni che i Pusterla offrivano alla Metropolitana. 

La legislazione ancora una volta si preoccupa del 
lusso crescente. Una nuova legge suntuaria viene incorpo- 
rata negli Statuti di Milano, fatti riformare e ampliare da 
Lodovico il Moro nel 1498, e in parte da Luigi XII nel 
150^, dopo la caduta dello sfortunato Duca. 

Cominciava la nuova legge col deplorare la scarsità dei 
matrimoni dovuta alle spese eccessive che impoverivano 
le famiglie e spaventavano i giovani desiderosi di accasarsi. 
La nostra legge si limitava però ad una querela platonica : 
più severi erano stati a Lucca nel 1454, quando vietarono 
di conseguire i pubblici uffici a chi, varcati i ^7 anni, non 
fosse ammogliato, e si assegnarono, a spese del Comune, 
premi ai sensali di matrimoni. 

L' arte dell' oreficeria aveva fatto mirabili progressi : 
gii inventari del tempo registrano e descrivono prezio- 
sissimi capolavori, e la legge proibisce i monili, i fer- 
magli, le pietre preziose. L' arte del ricamo fioriva in Mi- 
lano più che in qualunque parte d'Italia: da ogni parte 
della penisola e di fuori venivan cospicue commissioni 
ai ricamatori milanesi e i nostri migliori artefici erano 
invitati a Ferrara, alla Corte Pontificia, nel Regno di Na- 
poli; eppure la legge limita a pochi privilegiati l'uso dei 
ricami. Guai per l' industria milanese se fosse stata osser- 
vata! Le guernizioni a ricamo eran bandite dalle vesti, ma 
non dalle maniche: pazienza, c'era pur sempre modo di 
profondere in queste ultime tesori ; le maniche costituivano 
una parte affatto indipendente dell' abbigliamento, special- 
mente femminile, eran più comunemente di broccato d'oro 




IffiHS 



- 113 — 



o di argento su fondo di damasco, di raso, di tabi, di zeta- 
nino (una stoffa leggerissima di tela cruda non spinata) 
e si ponevan su abiti di genere vario, in modo tuttavia 
che non ne risultasse un contrasto disarmonico ed inele- 
gante: si ornavano di ricami lussuosi e di gemme: vi si 
riportavano le imprese di famiglia: Isabella d' Este, vi 
portava i candellieri, Bona di Savoja la Fenice. 

Una nuova moda si faceva strada fra le signore mila- 
nesi; una moda che ha sfidato i secoli, e non da molto 
tempo è scomparsa: la faldia, come la chiamano i nostri 
statuti, cioè il guardinfante: una prima forma di guar- 
dinfante con cerchi di stoppa e di cotone, sostituiti più 
tardi da cerchi di legno. E un'altra moda ancora, portata 
da Isabella d'Este: la « Capigliara », una foggia di zazzera 
o meglio parrucca, a turbante, formata eli capelli finti o 
anche di stoffe preziose arricciate, come si vede nel ritratto 
tizianesco di lei nella Galleria di Vienna. 

Si pensa questa volta a frenare le spese superflue nei 
battesimi; sul letto delle puerpere non si pongali coperte 
seriche o conteste d'oro e d'argento, non cuscini o fodrette 
adorne di perle o di ricami preziosi, f 
non moschetti (vale a dire padiglioni 
del letto) sparvieri o capoceli, di stoffe 
sontuose: eran venuti di moda questi 
ampi cortinaggi che chiudevan da 
ogni parte il letto, al quale si acce- 
deva da due portine, ora di seta, ora 
di broccato, ora di damasco, ora di 
velluto : non portasse la puerpera 
hracciroli, vale a dire corpetti con 
troppi ornamenti, e semplice fosse 
la culla, senza intagli e senza pit- 
ture dove entrasse quell'azzurro ol- 
tremarino che costava gli occhi del 
capo. 




Campani*. 



S. Gottardo 



114 




Scala a Cavallo nel Castello Sforzesco 




CAPO VII. 

Milano durante il dominio dei Francesi 
e degli ultimi Duchi 



i. 

Caduta di Lodovico il Moro — I sessanta giorni — 
Luigi XII Signore di Milano — Le feste di via Ru- 
ga bella — Massimiliano Sforza e la vita gaia — 
Gli Svizzeri e le satire popolari — « La Cicoria » 
— Nuovo dominio Francese. 

Verso il 1494 Lodovico il Moro s'era dato a una poli- 
tica troppo avventurosa e il suo astro aveva cominciato a 
impallidire. Se Isabella d'Aragona e Beatrice d'Este furono 
il più beli' ornamento di quella magnifica Corte, furono 
anche non ultima cagione della rovina del Moro. Le due 
ambizioni femminili si urtarono; Isabella, offesa per lo 
stato di soggezione umiliante in cui era tenuto il Duca suo 
marito, invitò il padre, Re di Napoli, a intervenire. 
Lodovico, a stornare il pericolo, invitò il Re di Francia 
Carlo Vili a conquistare il reame; si pentì poco dopo 
dell'atto imprudente e ordì una lega che riuscì a tagliare 
al Re francese, vittorioso, la ritirata, battendolo a Fornovo, 
ma era tardi e la strada agli stranieri era aperta. Morì in 



— 116 — 

quel medesimo 1494 il povero Gian Galeazzo, e il Moro, 
divenuto Duca, anche di nome, raggiunse il colmo delle 
sue aspirazioni, ma la fortuna non volle più seguirlo. 

Succeduto a Carlo Vili sul trono di Francia, Luigi XII 
pretese il dominio di Milano come nipote eli Valentina 
Visconti, e, forte per l'alleanza dei Veneziani e del Papa, 
venne a conquistarlo (1499). Il Moro era oramai molto 
indebolito, il popolo era malcontento e disgustato per la 
nuova politica di avventure e per gli eccessivi balzelli che 
ne eran conseguenza; la nobiltà accesa da vecchi rancori 
contro lo Sforza che l'aveva spesso trascurata per favorire 
avventurieri saliti dal nulla; v'era insomma oramai in 
Milano un forte partito francese. Il Moro, impotente a 
stornar la bufera, si rifugiò in Germania, e i Francesi 
entrarono in città. Luigi riformò saviamente la costituzione 
dello Stato, e alcune delle sue istituzioni, come il Senato, 
durarono fino al secolo XVIII. Ma il contegno altezzoso di 
questi stranieri fece ancora desiderare il Moro : coli' aiuto 
dell'esercito imperiale il Duca riconquistò Milano, già in 
preda ai tumulti, il 4 febbraio 1500, ed ebbe, se non i 
cento come Napoleone, i suoi sessanta giorni; pochi, pur 
troppo ; il 4 aprile i Francesi lo accerchiarono in Novara, e 
fattolo prigioniero, lo mandarono in Francia, dove nel Castello 
di Loclies, sulla Loira, finì la sua non ingloriosa esistenza. 

Luigi XII tornava padrone di Milano. Strane vicende 
delle cose umane! Non compianto, partiva prigione un Prin- 
cipe italiano che per sedici anni aveva fatto della Lombardia 
uno dei più importanti Stati d' Europa, e quel medesimo 
popolo che lo aveva tanto acclamato nella fortuna, prepa- 
rava solenni e festose accoglienze a stranieri che un grande 
generale italiano, anzi milanese, Gian Giacomo Trivulzio, 
vendutosi alla Francia, conduceva come conquistatori! La 
mattina del 15 ottobre Luigi XII è imitato ad un ballo 
in casa di Francesco Bernardino Visconti, in Porla Romana; 
il 18 pranza da Francesco Trivulzio, commendatore di 



— 117 — 

S. Antonio; il 20 ricevimento ufficiale offerto dal Comune 
di Milano nel salone del Broletto nuovo tutto ricoperto 
di panno azzurro seminato di gigli d'oro alternati colie 
armi della Regina e colla croce rossa in campo bianco 
del Comune, il 1° novembre è il conte Lodovico Borromeo 
che ospita sua Maestà nella sua villa fuori di Porta Tosa ; 
nel 1507, tornato il Re a Milano, Gian Giacomo Trivulzio 
gii dà, nel suo palazzo di Via Rugabella, una festa così 
meravigliosa, che tutte le cronache del tempo ne son piene. 

A quei festeggiamenti intervenne anche Isabella d'Este, 
invitata, ammirata dal Re Isabella che aveva prodigato 
le sue grazie alla Corte del vinto! Non rimproveriamola, 
poverina; a quel tempo certi scrupoli non esistevano. Il 
Re la fece assistere ad un torneo magnifico sulla Piazza 
del Castello; eran presenti tutte le gentildonne milanesi, 
« tutta la Baronia et nobiltà de Franza et Signoria de Italia », 
scrive ella stessa in una lettera al marito; il Re andò tre 
volte a visitarla a casa, e una volta l'aspettò più di mez- 
z'ora perchè era a pranzo in casa Trivulzio. 

Tuttavia la stella degli Sforza non era ancora del tutto 
tramontata: il partito francese e Io sforzesco si agitavano 
in Milano e ciascuno attendeva la vittoria dal naturale 
svolgersi degli avvenimenti. Intervenne papa Giulio II a 
lanciare il famoso grido : « Fuori i barbari d' Italia », e, 
contro la Francia, s'alleò coli' imperatore Massimiliano e 
con Venezia; le sorti della nostra città mutarono un'altra 
volta. Le armi francesi ebbero fortuna fin che le guidò il 
famoso Gaston de Foix, ma, lui morto alla battaglia di 
Ravenna (11 aprile 1512) e con lui il fiore della gioventù 
di Francia, precipitarono alia rovina. Gli Svizzeri, adescati 
dal Pontefice, occuparono lo Stato, ed entrarono in Milano 
comandati dal Cardinal di Sion, un avventuriero più for- 
tunato che valente, e il Ducato fu restituito al figlio di 
Lodovico il Moro, a Massimiliano Sforza (1513). 

Il nuovo Duca non fu che un fantoccio padroneggiato 
dagli Svizzeri, ai quali doveva il trono; né valse a soste- 



— 118 — 

nerlo il genio di Gerolamo Morone, uno dei più grandi 
nomini di Stato del Cinquecento, se non forse il più grande, 
ch'era a capo del Governo. Spensierato, corrotto, profon- 
deva denaro in festeggiamenti. Entrò in Milano in gennaio 
e parve che il suo primo pensiero fosse quello di organiz- 
zare uno splendido carnevalone. A rendere più attraente 
la festa chiamò da Mantova Isabella, la quale per venire 
a Milano, non si faceva pregare. Venne con un corteo di 
damigelle che tennero, senza ch'ella ne avesse, del resto, 
alcuna colpa, un contegno scandaloso. Bisogna leggere che 
cosa raccontano i cronisti, il Prato, per esempio, e i corri- 
spondenti del Marchese di Mantova! Durante il soggiorno 
di Isabella in Milano fu tutto un seguito di festini e di 
tornei. E pensare che i Francesi occupavano ancora il 
Castello! Ad uno di questi tornei fecero, anzi, uno strano 
preludio con scariche d'artiglieria... sul serio; ma cavalle- 
rescamente smisero quando il torneo fu cominciato! Fra 
tanto rimescolìo di cose, narra il Luzio, il popolino osser- 
vava e satireggiava ; si sfogava a gridar « Cicoria » e con 
ciò intendeva dire che, riposando sugli Svizzeri tutte le spe- 
ranze sforzesche, gli Svizzeri sarebbero stati per Milano 
come « il siroppo di cicoria per guarire il mal di fegato »; 
questa, almeno, era la spiegazione data dal Capilupi, se- 
gretario d'Isabella d'Este. I ragazzi gridavano: « la cicoria è 
una radis che ha falito de spasar el pais ». I cortigiani a chi 
era di mal umore dicevano: « tu hai bisogno di cicoria ». 

L'anno dopo Isabella tornò; si guardasse bene dal 
rifiutare l' invito, le aveva scritto un cortigiano, Paolo 
Semenza; sarebbero andati a prenderla a Mantova, armata 
mano, « con la furia de li Svizeri ». E venne infatti con 
novanta cavalli e centoventi bocche, ed ebbe entusiastiche 
accoglienze nel quartiere di Porta Vercellina, che organizzò 
in onore di lei geniali feste popolari. 

Nel dicembre morì un nano della Corte Sforzesca e il 
Duca Massimiliano chiese ai Gonzaga che mandassero una 



— 119 — 

rappresentanza dei loro nani ai funerali che si sarebbero 
celebrati air estinto, I nani di Mantova erano in quel mo- 
mento in missione a Ferrara, dove il Buffone prediletto 
della Marchesa si produceva sotto vari camuffamenti di 
vescovo, di frate, di gentiluomo, con delizia di Alfonso 
d' Este e di Lucrezia Borgia ; e per questo arrivarono a 
Milano un poco in ritardo. 

Frattanto lo Stato milanese era insidiato da ogni parte : 
Gerolamo Morone consacrava l'altissimo ingegno a servizio 
d'una causa che perdeva ogni giorno terreno. 

Non passarono due anni che Francesco I, successo a 
Luigi XII, massacrò gli Svizzeri nella famosa battaglia di 
Melegnano, e il Duca andò, come il padre, esule in Francai 
(1515). Il Re cavaliere, nell'ebbrezza del trionfo e nel calore 
della gioventù, entrava in Milano circondato da un corteo 
brillante di avventurosi cavalieri, seguito da un codazzo 
di cortigiani, di giullari. Era con lui anche Triboulet, im- 
mortalato dalla poesia di Victor Hugo e dalle note di Verdi. 
Con quei contrasti di serietà e di follia che distinguono gli 
uomini del Rinascimento, si compiaceva delle più pazze 
monellerie, giocava al pallone dando spintoni a destra e 
a manca, senza rispetto per alcuno, sì che s'ebbe un giorno 
una pallonata sul viso che gli fece uscire non poco sangue ; 
e poi, a tempo debito, riprendeva* la maestà regale per 
recarsi a visitare all' Ospedale i malati di scrofola che 
aspettavano, con piena fede, da lui la guarigione. 

Spento il frastuono delle feste, Milano fu affidata prima 
al Governo di Carlo di Borbone, uomo mite, amabile, 
generoso ; ma gli intrighi di una favorita di Francesco I, la 
contessa di Ghateaubriant, e della madre di lei, Luigia di 
Savoia, avversa al Borbone, lo fecero sostituire dal fratello 
della Ghateaubriant, Odetto di Foix, conte di Lautrec, 
tiranno odiosissimo che spopolò la città con proscrizioni 
arbitrarie, abolì Consigli, Assemblee, Magistrature e fece 
scomparire ogni vestigio delle antiche facoltà comunali. 



— 120 — 




Beatrice d'Este — Isabella d'Aragona — G. Galeazzo Sforza 



— 121 



IL 

Il Governo dt Francesco TI Sforza — Triste stato d 
Milano tra il 1525 e il 1530 — La peste — Le im- 
posizioni forzose — Caccia allo spagnuolo — Ven- 
dette E SACCHEGGI — LA CARESTIA — PREDICHE, TRIDUI 
E PROCESSIONI. 

Un rancore minaccioso covava tra i Milanesi quando 
l'alleanza tra l'imperatore Carlo V e Leone X affrettò la 
liberazione; Lautrec, incalzato da una serie di sconfìtte, 
il 19 novembre 1521 dovette abbandonare Milano e Gero- 
lamo Morone, che con somma abilità aveva gettato le basi 
di quell'alleanza, entrava in città come rappresentante di 
Francesco II Sforza, altro figlio del Moro. 

Il Governo di quest'ultimo Duca, temperato dal genio 
del Morone, fu serio e riparatore. La Francia, battuta 
dagli eserciti della Lega nella terribile battaglia di Pavia 
(1525), non avrebbe, dopo tanto disastro, pensato più allo 
Stato di Milano. Ma la minaccia di un'altra schiavitù 
compariva: quella della Spagna, vincitrice con Carlo V, 
il colosso che era Re di Spagna per diritto ereditario, 
Imperatore d'Austria per diritto di elezione e Re di Napoli 
per diritto di conquista. Gerolamo Morone fece quanto 
era in lui per sventare questo pericolo, mettendosi a capo 
d'una vastissima congiura tra i potentati italiani contro 
il colosso austro-ispano e tentando guadagnare il Marchese 
di Pescara, generalissimo degli eserciti imperiali; ma il 
Pescara tradì, il Morone fu imprigionato e gli Spaglinoli 
ebbero un ottimo pretesto per padroneggiare Milano, dove 
il Duca rimase più tollerato che riverito. 



— m — 

Jn quali calamitose vicende comincia ad essere travolta 
Milano! Non c'è forse nella storia della città nostra un 
periodo più miserando di quello che va dal 15*25 al 1530, 
quando cominciarono a stabilirsi fra noi quegli Spaglinoli 
che per più d'un secolo e mezzo dovevano tenere oppressa 
questa bella regione! Nelle descrizioni del cronista Buri- 
gozzo, rozze e disadorne, ma nella loro ingenua sponta- 
neità così efficaci, son ritratte al vivo le calamità che 
afflissero la capitale dell'Insubria. 

Il primo regalo portato dagli Spagnuoli e dai Lanzi- 
chenecchi, che costituivano buona parte dell'esercito Ca- 
rolino, fu una terribile pestilenza; fu tale durante un 
mese, la mortalità che la città era come deserta, « perchè 
li sani fugivano et li amalati non si potevano movere ». 
Chi non soccombeva al male soccombeva alla fame perchè 
non c'era chi facesse pane, né chi volesse venire a Milano 
a portar vettovaglie : per le contrade silenziose non si 
vedeva che gente con campanelli in mano e carri pieni 
di cadaveri. 

Gli Spagnuoli inaugurarono subito il loro sistema di 
governo, che consisteva nel far pagare ai sudditi più di 
quanto era possibile, nel che i Governatori succedutisi per 
centottant'anni esercitarono sempre una ignobile gara. Si 
cominciò a ordinar taglie, a « mandar bolatini a questo 
mercadante e a quello ». I milanesi esausti cercavano di 
resistere, e si vide allora una lotta accanita fra dominati e 
dominatori nella quale i primi non facevano che aumentare 
il proprio male inasprendo i nemici ed accrescendo la mi- 
seria: non passava giorno che non si facesse rumore, che 
non s'ammazzassero Spagnuoli : le botteghe erano chiuse, i 
ritrovi deserti, ovunque guerra e desolazione. Fra tanti 
trambusti non mancavano i demagoghi, poco diversi dagli 
odierni, che soffiavan nel fuoco e inasprivano l'ira popolare. 

I Milanesi ordinavansi meglio che potevano in tante 
compagnie quant'era il numero delle parrocchie e. racco- 



— m - 

glìendosì sotto il vecchio stendardo di S. Ambrogio, sim- 
bolo dell'antica libertà comunale, al suono delle campane 
a martello, assalivano la Corte, uccidevano le guardie, 
attaccavano il fuoco al Campanile del Duomo d'onde 
gli Spagnuoli facevano segnali all'esercito fuori di città, 
perchè corresse in loro aiuto. Ma alle sommosse, seguivan 
le vendette, i saccheggi. I Lanzichenecchi, più avidi e 
feroci degli spagnuoli « entravano nelle case per forza, 
traveno archibusade in le porte, in le boteghe, talmente 
che non gh'era porta che non aprissero et tutto quello che 
li veniva a mano portavano via ». 

Al saccheggio seguiva la carestia: distrutti dalla 
malvagità dei nemici i mulini, si era giunti a togliere le 
pietre dalle strade per farne dei nuovi, e uomini, donne, 
fanciulli venivan di fuori portando quei pochi sacchetti 
di farina che avevan potuto trovare. Era felice chi poteva 
in tali momenti scampare alle persecuzioni, perchè « se 
uno andava a comprare del pane a uno prestino bisognava 
combatterio a portarlo a casa; et questo per causa che 
stavano de questi soldati per le cantonate, non dico tanto, 
la sira né anco la matina a bon'ora, ma in bel mezzo- 
giorno, e li tolevano la robba a le persone tanto de pane 
quanto ancora de vino, et ancora le cappe da dosso ». 

Il mal animo tra Spagnuoli e Lanzichenecchi, per 
quanto commilitoni, aumentava i disordini; i cittadini 
perseguitati da Spagnuoli si rifugiavano nel quartiere dei 
Lanzichenecchi e viceversa : di qui nuove zuffe nelle quali 
i nostri uscivan sempre malconci. 

Ogni tanto un frate famoso arringava in Duomo e nel 
suo predicare confortava la città augurandone prossima 
la liberazione. Per ottenerla dal cielo si alternavano tridui 
e processioni e per le vie, che i recenti tumulti avevano 
insanguinato, passava il Cristo seguito da una folla di 
popolo implorante misericordia. La processione s'apriva 
collo storico gonfalone di S. Ambrogio, portato dai ser- 



134 



vitori del Comune ; seguivano due preti scalzi portanti una 
Croce in ispalla e una corda al collo; poi gran numero di 
fanciulli e fanciulle vestiti di bianco, col capo incoronato 
d'edera, e quando giungevano in qualche luogo di devo- 
zione « se ingenogiava i detti preti e tutti li putini et, finita 
la laude, se mettevano a Gridare misericordia. » Quindi una 
moltitudine di donne vestite di sacco e precedute dal Cro- 
cifisso, le quali di tratto in tratto grida van misericordia, 
e una schiera di battuti che, per mortificarsi, flagellavansi 
l'uìi l'altro con robuste verghe, e in seguito i frati, le ab- 
bazie, i canonici e una frotta di vecchioni. Chiudeva il 
corteo il tabernacolo contenente il Corpus Domini, portato 
da quattro sacerdoti e seguito dal Vescovo, dal Senato, da 
gentiluomini, dai Mercanti e da tutti i Magistrati cittadini 
con torcie accese. 

Con tali auspici cominciava a Milano l'egemonia degli 
Spagnuoli, mentre il Governo, era, almeno di nome, nelle 
mani dell'ultimo Sforza. Nel 1535 il buon Francesco II 
moriva senza eredi, e Carlo V incorporava senz'altro lo 
Stato di Milano nei suoi domini dove il sole non tramon- 
tava mai. 




Massimiliano Sforza 



Francesco II Sforza 



CAPITOLO VITI. 

La dominazione Spagnuola 

i. 

Milano nel secolo xvi. — Le industrie: La filatura 
dell'Oro. La seta e la lana. — La cultura: La 
Poesia dialettale e la Badia dei facchini. — L'arte. 
— Le arti industriali: L' « azzimina ». L'armeria. 
La lavorazione del cristallo. L'intaglio. — Il lusso 
e le mode. Prospero Visconti e le provviste dei 
Duchi di Baviera. La tavola e la cucina. 

Dal 1535 al 1714 sono per Milano quasi due secoli di 
continua decadenza. Gli spagnuoli erano cattivi gover- 
nanti e pessimi amministratori; i Re lontani giudicavano 
gli avvenimenti attraverso i racconti dei Segretari e lo 
Stato era in balia dei Governatori i quali non si astenevano 
dal dichiarare « Il Re comanda a Madrid io a Milano ». 
L'interesse del popolo era l'ultimo dei loro pensieri : primo 
il proprio. Il bisticcio che il famoso paradossista del Cin- 
quecento Ortensio Laudo taceva sii! nome del Davalos, 
quando diceva che Milano era retta da uno che clava Vos 
agli altri e per sé teneva la carne, è indizio eloquente del 
come venivano giudicati dai contemporanei gli avidi rap- 
presentanti dei Re di Spagna, 



— 126 — 

Fino ai primi anni del secolo XVII la decadenza -fu 
lenta: Milano si può dire procedesse per l'orza d'inerzia. 
Il Morigi, nel 1591, dice che presso l' Amministrazione mu- 
nicipale erano inscritte ottanta arti, colle relative corpora- 
zioni, senza contare le industrie private che si coltivavano 
nelle case e nei Monasteri, (le monache esercitavano una 
concorrenza non indifferente agli artigiani). Milano era an- 
cora la prima in Italia per le manifatture di stoffe d' oro e 
d' argento, che per tutto il secolo XVI, e per buon tratto 
del XVII, smerciò in massima parte sul mercato francese, 
era unica per la filatura dell' oro ; fin verso il 1599, quando 
il Milanese Enrico Turato, invitato da Enrico IV, intro- 
dusse quest' arte in Parigi, la Francia dipendeva, per l'oro 
filato, esclusivamente dalle officine milanesi e a Milano pa- 
gava tre milioni seicentomila lire 1' anno, pari a tredici 
milioni odierni. Nell'oro e nella seta erano impiegate, an- 
cora nel 1620, quarantaquattro mila persone. Continuava 
a fiorire l' arte della lana, e fino al 1616 si contavan set- 
tanta lanifici che producevano quindicimila pezze di panno 
all' anno. 

Quantunque i rivolgimenti politici che susseguirono 
alla rovina della dinastia sforzesca avessero distratte le 
menti e gli animi del culto delle lettere e delle arti e co- 
stretta ad emigrare la maggior parte degli uomini insigni 
che tanto avevano illustrato la Metropoli lombarda, la 
tradizione dei buoni studi non fu del tutto abbandonata 
né Milano rimase estranea al grande movimento scientifico 
letterario ed artistico del secolo XVI. 

Le scienze storiche e filologiche ebber valenti cultori 
in Marc' Antonio del Conte, detto Maioragio, scrittore di 
eleganti orazioni e prefazioni latine e di versi greci, in 
Giorgio Florio, che narrò la storia delle guerre italiche ad 
esaltazione di Carlo Vili e di Luigi XII; nelle matematiche 
la tradizione di Luca Paciolo, l'amico di Leonardo, fu con- 
tinuata da Gerolamo Cardano, die arricchì di molte sco- 



— mi — 

perte l'algebra e trovo la forinola per risolvere le equazioni 
biquadrate: nelle giuridiche s'era acquistato una fama 
universale Andrea Alciato, richiesto, a gara, dalle princi- 
pali Università d' Europa, e Orazio Garpani illustrava con 
profonda dottrina gli Statuti di Milano. La letteratura 
didascalica s'arricchiva d'un trattato di Gabriele Busca 
sulla rinnovata arte militare, e dei trattati sull'arte pitto- 
rica di Antonio Lomazzo. Girolamo Benza, che aveva vi- 
sitato l'America, scriveva una « Historia del mondo novo »; 
e molte altre notizie sul nuovo continente, insieme alle 
impressioni delle prime scoperte, raccoglieva Pietro Martire 
d'Anghiera. 

Sull'esempio di molte altre città gareggianti nel fon- 
dare Accademie, Milano, per iniziativa del filosofo Cardano 
e di Camillo da Rho, costituiva l'Accademia dei Tra- 
sformati destinata a promuovere, in tempi di pace, l'in- 
cremento delle scienze. 

La poesia diveniva anche qui, come dappertutto, arti- 
ficiosa e vuota, ma, in, compenso, sgorgava una A^ena nuova, 
quella dialettale. Verso il 1560 alcuni bizzarri ingegni, tra 
i quali il pittore-poeta Antonio Lomazzo, fondavano una 
« Accademia della Val di Blenio » dove si facevano esercizi 
poetici nel dialetto valligiano parlato anche a Milano dai 
facchini che provenivan quasi tutti da quella alpestre re- 
gione, e di quei componimenti pubblicarono un curioso 
saggio intitolato : « Rabisch dra Academiglia dor Compà 
Zavargne ». Gli Accademici Bleniani adottarono, per biz- 
zarria, l'abito facchinesco e con esso uscivano in corteo 
a Carnovale e in occasione di feste pubbliche divertendo 
la gente con lazzi e motti imitanti il rude linguaggio dei 
veri facchini. La « facchinata » divenne una caratteristica 
della vita gioconda milanese e durò più di duecento anni. 
Sul principio del secolo XVII al dialetto di Blenio, troppo 
rozzo ed oscuro, venne sostituito quello della Vali' Infrasca, 
mentre cominciava pure ad usarsi la parlata della vicina 



— 128 — 

Brianza, detta Bosino: nacque allora un nuovo genere di 
poesia tutta popolare, la « Bosinada » la cui tradizione 
vive tuttora, e nacque la maschera popolare di Beltramo 
da Gaggiano, il contadino goffo e impacciato che sui fogli 
volanti delle « Bosinade » andava spacciando le sue sen- 
tenze. 

L'Arte lombarda ebbe anche nel secolo XVI momenti 
di splendore. L' ispirazione leonardesca fu continuata nei 
primi trent'anni da un sommo maestro, da Bernardino 
Luini. Il più mirabile monumento del genio di lui sono 
gli affreschi nel Monastero di San Maurizio, eseguiti in 
parte per incarico di Alessandro Bentivoglio, in parte per 
commissione del Causidico Besozzi. Dotato di una singolare 
versatilità d'ingegno, il Luini trattò collo stesso magistero 
i più disparati argomenti, creando scene ora grandiose e 
imponenti come la Presentazione al Tempio, lo Sposalizio^ 
la Crocifissione di Lugano, ora gaie e civettuole come il 
giuoco del guancialino d'oro, ora vivaci e curiose come 
quelle d'argomento mitologico: la Nascita di Adone, la 
Fucina di Vulcano, la Metamorfosi di Dafne; ora delicate 
e piene di soavissima poesia come la Madonna del Roseto 
e la S. Caterina deposta dagli angeli nel sepolcro. Con 
attività prodigiosa il Luini lavorò senza mai esaurirsi, 
perchè rapide e continue si rinnovavano sul suo spirito 
le sensazioni della vita. Gaudenzio Ferrari, l'altro grande 
maestro di questo secolo, non ha la grazia del Luini ma 
lo supera nell'invenzione e nel sentimento drammatico: un 
tempio caro all'arte sua è il Santuario di Saronno dove 
coprì di meravigliosi affreschi l'ampia cupola. Intorno al 
Luini e al Ferrari si formò una scuola numerosa, il cui 
miglior rappresentante fu Bernardino Lanino, l'autore del 
Martirio di S. Caterina, in S. Nazzaro. 

Se ad alimentare l'Arte non pensavano più i Principi, 
essa trovava ancora un incoraggiamento nel Mecenatismo 
privato; invitati da ricchi cittadini o da cospicue corpo- 










- 







- 129 — 

razioni, vennero a Milano dalie città vicine valenti artisti ; 
i fratelli Campi cremonesi decorarono con affreschi farra- 
ginosi ma energici la chiesa di S. Paolo, e dipinsero in 
S. Angelo belle storie di S. Caterina, e di S. Paolo nelle 
chiese di S. Paolo delle Monache e di S. Antonio : Calisto 
Piazza da Lodi ornò il Refettorio di S. Ambrogio d'affreschi 
che furono poi collocati sullo scalone della Biblioteca di 
Brera. Abbondano in Milano opere ordinate, oltreché dai 
• Benti voglio, anche dai Trivulzio, dai Medici, dai Borromei; 
molti edifici grandiosamente ideati, come il Collegio dei 
Giureconsulti, l'Arcivescovado e diverse chiese, sorsero 
per iniziativa privata. 

L'architetto che lasciò una più viva impronta nell'arte 
milanese fu Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini; per 
ordine di Carlo Borromeo egli costruì il cortile quadran- 
golare del Palazzo Arcivescovile; divenuto Architetto delia 
Fabbrica del Duomo, progettò la parte inferiore della fac- 
ciata colle bellissime porte, ideò il ciborio a forma di tempio 
circolare, architettò il Presbitero e il Coro, eseguì l'elegante 
Battistero. Nel medesimo tempo veniva ad illustrare l'edi- 
lizia milanese un artista perugino, Galeazzo Alessi, e vi 
portava un carattere diverso dal Pellegrini colla prevalenza 
delle decorazioni sulla sapiente disposizione delle masse : 
il palazzo fatto erigere da Tommaso Marino, un negoziante 
arricchitosi in Milano coll'impresa del sale, è il suo capo- 
lavoro, ma pur ammirevole è la facciata della chiesa di 
S. Maria presso S. Celso. Vincenzo Seregni costruiva con 
arte più abbondante che ricca, per incarico di Pio IV, 
Medici, il Palazzo dei Giureconsulti e col medesimo disegno, 
quello delle scuole Palatine sulla Piazza dei Mercanti; 
Giuseppe Meda, seguace del Pellegrini, il bel cortile a 
loggie del Seminario; l'architetto Guintellodi, per incarico 
del Governatore Ferrante èfonzaga, disegnava il Palazzo 
della Simonetta, con la fronte a duplice colonnato e ricca 
trabeazione, magnifico esempio di sontuosa villa suburbana 
a mezzo il Cinquecento. 



— 130 — 

La scultura continuò ad avere, come nei secoli prece- 
denti, la sua scuola feconda in Duomo dalla quale uscirono 
anche in questo tempo opere egregie; Andrea Biffi, Gio- 
vanni Bellanda, Gaspare Vismara e Marc' Antonio Prestinari 
lavorarono specialmente i rilievi del recinto marmoreo 
del retrocoro; Annibale Fontana scolpiva bellissime statue 
di profeti per la facciata del Santuario di S. Celso; mail 
maggiore rappresentante della scultura del Cinquecento 
inoltrato, in Milano, è l'aretino Leone Leoni autore delle 
statue di bronzo nel monumento al Generale Gian Giacomo 
Medici in Duomo, scolpite con michelangiolesco vigore. 

Le arti industriali venivano coltivate con gusto squisito; 
l'arte dell'« azzimina », cioè del disegno sul metallo, e quella 
delle armi erano ancora illustrate da insigni artefici : il 
Morigi esalta sugli altri, G. Pietro Figino, Bartolomeo 
Piatti, Filippo Negro! i, Antonio Biancardi, Antonio Picci- 
nino, famoso per lame atte a tagliare il ferro, Lucio Pic- 
cinino fornitore d' armature artistiche al Duca di Parma 
e ad altri Principi. Dei meravigliosi prodotti di quest'arte 
milanese nulla o ben poco è rimasto, purtroppo, in patria ; 
le armature delle nostre antiche officine figurano, invece, 
in gran numero nella celebre armeria imperiale di Vienna 
e in altri grandi musei stranieri ! Nel lavoro del ferro 
distingue vansi Ferrante Bellini « stupendo maestro di lima 
e inventore di dare il lustro al ferro » e Pompeo T in- 
coile, onorato di cospicue commissioni da Rodolfo li Im- 
peratore. 

Tutta nostra era si può dire Parte del lavorare il 
cristallo, ammirata, anche un secolo dopo, da quanti stra- 
nieri visitavan Milano. Maestro sommo Jacopo da Trezza, 
che il Morigi vorrebbe anche inventore del segreto d' in- 
tagliare il diamante, quel medesimo Jacopo che lasciò 
all' Escuriale il meraviglioso tabernacolo nella chiesa di 
S. Lorenzo. Clemente Birago, suo allievo, fece sul dia- 
mante il ritratto di Don Carlos ; Gerolamo e Gaspare Misse- 



— 131 — 

roni, alili allievi del Trezzo, erano abilissimi nel fabbricar 
vasi di "cristallo di rocca ; G. Ambrogio Misseroni incisore 
di pietre preziose, nel 1589, in un rubino, grande come 
un unghia, figurò l'Aquila Imperiale portante sul petto 
lo scudo con It atti gli Stati posseduti dall' Imperatore e il 
Collare del Tosone. Ebbero gran fama i cinque fratelli 
Saracchi; fra le meraviglie prodotte dalle loro mani, ri- 
corda il Morigi una Galera di cristallo di rocca, tutta 
d'un pezzo, legata in oro e gemme, tutta armata, con 
rematori disposti su nove banche, marinai, soldati, bom- 
bardieri, pezzi di artiglieria, venduta al Duca Alberto di 
Baviera nel 1579 per 6000 scudi d'oro, più due mila 
lire di gratificazione; un magnifico gallo d'India, tutto in- 
cisola figure per Carlo Emanuele di Savoia, una cassetta 
d' ebano guarnita d' oro e gioie, con cristalli istoriati con 
fatti della vita d' Ercole, venduta al Granduca di Toscana ; 
Gabriello Saracchi incise in sei tavole di cristallo la crea- 
zione del mondo fino al/sesto giorno e in una bacinella i 
fatti della vita di Tobia. Domenico Rossi e Alessandro 
Masnago erano famosi nell'arte dei cammei. 

I cristalli milanesi, al pari delle armi, son andati di- 
spersi pel mondo. Chi scrive ha testé veduto nel museo 
imperiale di Vienna un magnifico vaso a piramide, in 
cristallo di rocca, dell'altezza di circa un metro e mezzo 
deliziosamente inciso a foglie e frutti da Ambrogio Misse- 
roni; e, nella stessa vetrina, un disco cristallino, del dia- 
metro d'un mezzo decimetro, dove, assai probabilmente da 
mano milanese, è rappresentata, con maestria inarrivabile, la 
Battaglia di Pavia. Ma quante altre opere egregie di nostri 
artefici sono da identificare in quello stesso Museo, e nelle 
collezioni di Monaco, di Dresda, di Berlino e di Parigi! 

Tra le arti minori era ancora in gran fiore la scul- 
tura in legno; vi si distingueva G. Battista Cornetta 
specialista, diremo così, per crocifìssi più grandi del natu- 
rale, allora molto ricercati nelle chiese, ma valente in 



— 132 - 

ogni cosa: il Morigi ricorda l'arco trionfale da lui co- 
strutto per la venuta di Carlo V a Milano, un arco colos- 
sale adorno di enormi statue simboliche, opera giudicata 
meravigliosa; il fìgliuol suo, Santo, continuò per lungo 
tempo la tradizione paterna. Giuseppe Guzzi e Cristoforo 
Santagos tino eseguivano lavori mirabili in ebano ed avorio; 
Annibale Rossi, fabbricante d' istr irnienti musicali, inventò 
un nuovo sistema di clavicordi. Giovanni Ambrogio Mag- 
gioni tornitore d'ebano e avorio, faceva lavori ingegnosi 
per il Duca di Baviera, pel Duca di Savoia, pel Granduca 
di Toscana. Di quest'arte restano, per fortuna, mirabili 
esemplari in Milano; Je sedie nel coro di S. Maria presso 
S. Celso con tarsie di legni policromi e fantastiche pro- 
spettive, cominciate da Paolo Gazza, nel 1570, su disegno 
di Galeazzo Alessi e continuate da Giovanni Taurino, autore 
d'un'altra opera insigne, degli armadi nella sacrestia di 
S. Fedele; quelle di S. Vittore al Corpo dove Ambrogio 
Sant'Agostino rappresentò, con somma ricchezza, la vita 
di S. Benedetto, quelle in S. Simpliciano disegnate da Giu- 
seppe Meda e lavorate da Angelino e Virgilio Del Conte 
nel 1588: quelle infine del Duomo dove parecchi artefici 
sfoggiarono un lusso st aordinario di scene istoriate colla 
vita di S. Ambrogio. 

Il lusso continua ad essere diffuso nelle varie classi 
della cittadinanza: le leggi suntuarie tentano ancora, di 
tratto in tratto, di frenarlo, ma timidamente. I milanesi 
tra poco non vorranno più sapere di queste leggi che 
paion fatte apposta per rovinare il commercio. Col secolo XVI 
•va cessando la manìa di sovraccaricare le vesti d'ornamenti 
posticci: le guernizioni, tra le quali il passamano e il ri- 
camo, occupano il primo posto; in tal genere di lavori le 
fabbriche milanesi hanno il primato: «si eccedeva nelle 
guernizioni » scrive un anonimo guardarobiere « che si 
componevano con diverse pistagne ritorte, cadeniglie, gran- 
ducciati, che tuttora si inventano leggiadrissimamente in 



— 133 - 

Milano e sono, di molla spesa'». I lavori dei ricamatoci 
milanesi eran ricercati in ogni parte: di quale squisito 
magistero fosse capace Parte del ricamo tra noi, è prova 
il Gonfalone di S. Ambrogio, conservato nel Civico Museo, 
opera di Scipione Delfìnoni, lo stesso che, a dire del Mo- 
rigi, ricamò* pel Re d' Inghilterra una famosa « Caccia 
d'uomini e d'animali » e una « Tappezzeria di Satiri e 
Centauri». Gran fama avevano Margherita Barga e Vero- 
nica Scala, e specialmente celebrata era Caterina Cantoni, 
inarrivabile nell' imitare, coli' ago, qualunque pittura. 

Un'altra nuova caratteristica della moda son le collane 
e le bottoniere; le prime, sfarzosissime, soppiantano i più 
modesti paternostri del Quattrocento ; le donne ne porta- 
vano una o più al collo, d'oro massiccio, fatte ad anelli 
o a piastre pendenti sul petto; un'altra a guisa di cin- 
tura con lungo pendaglio sul davanti, a cui s' attaccava 
per la testa uno zibellino. Le bottoniere son d'oro o eli 
cristallo, e se ne fa un grande abuso; si dispongono in 
varie guise sui busti e sulle maniche, sì degli uomini che 
delle donne, sui calzoni cucite su larghe striscie ricamate, 
sul dosso dei mantelli e, in doppia fda, sul davanti della 
zimarra femminile aperta di solito dal busto in giù. Non 
è a dire quanto queste mode concorressero ad alimentare 
due tra le principali industrie -milanesi, l' oreficeria e la 
lavorazione del cristallo. 

Gli empori milanesi fornivano ordinariamente le più 
cospicue case principesche. Quei genialissimi principi che 
furono Alberto e Guglielmo V di Baviera non sembravano 
apprezzare se non gli oggetti che venivan loro mandati da 
Milano. Intermediario dei cospicui acquisti era un insigne 
cittadino milanese, loro amico carissimo, Prospero Visconti, 
uomo di gusto raffinato che anche si compiaceva di racco- 
gliere nel suo palazzo di via Lanzone, quel medesimo oggi 
posseduto dai conti Lurani, oggetti d'arte di massimo pre- 
gio. Il Visconti, che era ad un tempo buon poeta latino, 



— 134 — 

buon matematico e buon astronomo, intelligente di musica 
e bibliofilo, sceglieva pei duchi bavaresi nella bottega di 
Cesare Binago i più squisiti gioielli : un Nettuno d'oro 
sopra un delfino di madreperla, un Pegaso d'oro e d'argento, 
un S. Giorgio inciso nel diamante ; per Renata di Baviera 
collane di perle e d'oro raffiguranti cavalli marini e sfìngi. 
AH' insigne artista G. B. Pozzo ordinava collane con' figure 
di amorini, di arpie, di navi. Frequentava le più rinomate 
cristallerie, e faceva frequenti spedizioni in Baviera di 
bottoni cristallini, di fiori di vetro per conciatura di teste 
femminili, collane di cristallo con legature d'oro, cristalli 
miniati. 

I Duchi di Baviera e le loro famiglie si vestivano quasi 
interamente a Milano; Prospero Visconti acquistava e 
spediva con grande frequenza telerie bianche e colorate, 
specialmente lavorate con oro e argento, tessuti per man- 
telli, panni d'ogni genere, buratti, velluti, taffetà, rasi, 
broccati, damaschi, abiti fatti e loro accessori; calze, cap- 
pelli e cuffie d'oro, argento e perle, nastri, guarnizioni, 
passamani, veli, cinture, guanti profumati (di gran moda), 
ventagli , parasoli . 

I Sovrani bavaresi erano in buona compagnia. Quando 
avvenne l'incoronazione di Enrico III, Re di Polonia, e 
poi Re di Francia, un agente si trovava in Milano a far 
provvista di stoffe. 

Al pari che nel vestiario il secolo XVI segna un pro- 
gresso anche nella tavola e nella cucina. Il gusto barbaro 
del medio evo, pel quale i conviti erano un disordinato 
avvicendarsi di vivande che si facevan succedere le une 
alle altre col solo criterio d'ostentar la ricchezza del pa- 
drone di casa, si è andato raffinando e questa, dirò così, 
più fine educazion del palato si manifesta con una più 
ragionevole ripartizione dei cibi; (si comincia infatti ad 
aprire il pranzo cogli antipasti e a chiuderlo col dessert) 
e, sopratutto, nell'abuso dei dolciumi: col Cinquecento co- 



— 135 — 

mincia il trionfo dello zucchero : s' inzuccherano l'arrosto, 
la selvaggina, il pesce, la zuppa, i maccheroni; il pranzo 
finisce con un servizio di confezioni che fa gustare i più 
svariati prodotti della novella industria, e confezioni di 
nuovo si ripresentano nella collazione, cioè nel rinfresco 
serale che tien sempre dietro a qualunque pranzo di qual- 
che rilievo. 

Non contenti di deliziare il palato collo zucchero vo- 
levano deliziarne anche la vista con grandi statue zucche- 
rine rappresentanti personaggi mitologici, castelli, colonne, 
di cui il Reale e il Messisbugo, autori classici nella lette- 
ratura culinaria, ci forniscono curiosissimi esempi : « Tre 
statue di zucchero (sopra la tavola), il cinghiale di Meiea- 
gro, un camello con un Re mago sopra: un elefante con 
un castello sulla schiena pieno d'uomini armati»; «quin- 
dici figure di zucchero di grandessa tre palmi: cinque di 
Venere, cinque di Bacco e cinque di Cupido, dorate o di- 
pinte », ed altre simili bizzarrie. 




Matrona 




Costumi milanesi del skcolo xvi. 



— 136 



II. 

Milano nel secolo xvi. Il costume. -- Gli svaghi: Ma- 
scherate e Cortel - - I Teatri precari e il primo 

TEATRO STABILE. 

A Milano avviene nel § secolo XVI, sebbene in minor 
misura, quello che a Venezia nel tempo medesimo ; mentre, 
cessata l'operosità feconda degli avi, già cominciano ad 
operare tacite le cause della decadenza, e l'edificio con 
tanta fatica costrutto comincia a sgretolarsi, la vita corre 
gaia e spensierata, e allegramente si spendono i tesori 
accumulati dai padri laboriosi ; ma si consuma senza rifare, 
perchè lo spagnolismo ha oramai insinuato la massima che 
il lavoro degrada la nobiltà. 

Comincia allora il regno di quei famosi carnevaloni 
ambrosiani che da non molto hanno ceduto il campo ad 
altri, e certo migliori, divertimenti. Grandiose mascherate 
facevansi sul Corso di Porta Romana, alle quali prendeva 
parte tutta l'aristocrazia in fastosi costumi, offrendo al 
popolo spettacoli attraenti come la corsa air anello. 

Una relazione contemporanea ci dà notizia della ma- 
scherata fatta nel 1590: il 22 febbraio si presentarono a 
correr Fanello sul Corso di Porta Romana due brigate di 
cavalieri : l'ima guidata dal conte Teodoro Trivulzio e da 
altri gentiluomini « vestiti di cendaline bianche puntate 
tutte di turchino minutamente e con profili argentati, et 
cimieri simili », preceduti da trombetti, da paggi vestiti dei 
medesimi colori; l'altra dal marchese Marino e dal conte 
della Somaglia « vestiti di taffetà verde e nero, con vaghi 
fogliami dorati, con cappelli simili e piume ». Nuova gara 



- 137 — 

al I" marzo, indetta da un cartellò di sfida così concepita: 
« Due (lavaglieli dell'Isola di Fortuna, mossi solo dalla 
generosità degli animi loro, sori venuti in questa nobilis- 
sima città per certificarsi a pieno con tre colpi eli lancia a 
l'anello se il valore dell'armi di questi nostri Cavaglieli 
i immorali è tale quale va risonando la fama per tutto il 
mondo. E per ciò fare i suddetti due Gavagiieri si trove- 
ranno giovedì 1" di marzo sul Corso di Porta Romana, dove 
cortesemente sfidano tutti con gli infrascritti capitoli », e 
segue il regolamento dello spettacolo. La terza comparsa 
dell'8 marzo, fu seguita dal Carro d'Armida « pieno di belle 
figure et di valenti musici » e da una barca piena di musici in 
veste di marinai, dinnanzi alla quale procedeva un delfino 
portante a cavallo Adone. Comparve pure questa volta una 
mascherata umoristica : « Cupido sur un asino vestito di 
rosso, tenente in mano l'arco con f rezza, intorno al quale 
arco stava scritto : « In cuor villano non ha forza Amore »; 
e l'asino era tirato da due uomini a piedi, rosso vestiti, 
« et di dietro c'era il Boia, similmente vestito, che frustava 
Cupido ». « Invenzione bellissima », dice il relatore, e lascia- 
molo dire. 

Mascherate sontuose si organizzavano, anche fuori di 
carnevale, quantunque i Governatori di quando in quando 
emanassero gride per proibirle : fra tutte rimale famosa 
quella fatta il 26 giugno 1574 in onore di Giovanni d'Au- 
stria, così descritta: « Prima venivano cinque trombetti 
vestiti all'antica; poi un Dio Pane, indi in figure allego- 
riche il Pensiero, il Sospetto, V Ardimento, la Repulsa, il 
Desiderio, la Sollecitudine, la Speranza, la Paura, la Ge- 
losia, lo Sdegno, la Discordia, l'Affanno, il Sospiro, il 
Pianto, la Disperazione, il Furore, la Pace, la Fede, il 
Riso, il Contento, la Perseveranza, l'Amore trionfante, il 
Tempo; tutti con simboli e vestimenti allusivi e tramezzati 
da pastori suonanti istrumenti conface voli. Seguivano poi 
quattro re e regine portanti per impresa gli elementi e 



— 138 — 

serviti ai cavalli eia quattro uomini selvaggi che poi, colle 
mazze, facevano un combattimento. Indi un carro trionfale 
tratto da otto schiavi e sopra esso Venere colle Grazie 
cantando madrigali ». Di queste barocche e vane personifi- 
cazioni allegoriche il secolo seguente farà un incredibile 
abuso. 

Si diffondeva a quest'epoca l'amore per gli spettacoli 
teatrali. Nel 1548 si recitava in Corte, e precisamente nel 
Salone dei Senato, in Palazzo Ducale, la Commedia « Gli 
Ingenui » per festeggiare la presenza di Filippo II non ancor 
Re di Spagna, ma già Duca di Milano. Il cronista Bugatti 
dice essere stato « si ricco l' apparato e di si gran costo 
che nella memoria dei milanesi non fu mai la più bella 
per l' addietro recitata e per la rara scelta dei comici e pel- 
le acque nanfe~pióvute e pei confetti tempestati e per le 
burle risibili e per l'ordine stupendo e per l' invenzione 
delle cose meravigliose ». La commedia era in prosa, divisa 
in cinque atti, un prologo e cinquantanove scene; autore 
un magistrato, il bresciano Nicolò Barnaba Secco, Capitano 
di Giustizia in Milano. 

Quando venne in Milano, la seconda volta, nel 1574, 
Don Giovanni d'Austria, mentr'era ancor fresco il ricordo 
della strepitosa vittoria di Lepanto, recitò la celebre com- 
pagnia dei Comici Gelosi. Vent'anni dopo la stessa Ammi- 
nistrazione Comunale si faceva iniziatrice, pare per la prima 
volta, di spettacoli teatrali, a solennizzare l'arrivo in Milano 
della Contessa di Haro sposa al figlio del Governatore Ve- 
lasquez. Nel secondo cortile del Palazzo Ducale fu costrutto 
a spese del Comune, un altro teatro precario sotto la di- 
rezione dell' Architetto Giuseppe Meda, Il pittore e poeta 
trentino Nunzio Galiti ebbe F incarico di scrivere un'azione 
drammatica da musicarsi: il pittore di Corte Valerio Pro- 
fbnda valle disegnò i costumi, dipinse gli scenari, architettò 
i meccanismi. « La Caduta di Fetonte », tale era il titolo 



— 139 - 

dell'opera, entusiasmò il pubblico: era un insieme di prosa, 
dì poesia, di musica, di danza, una dì quelle composizioni 
che cominciavano allora a comparir sulle scene e segnano 
l'origine del melodramma. Questa del Galiti quantunque 
non dovesse aver grandi pregi, a giudicare dalla descrizione 
schematica che si conserva nell'Archivio Storico civico, era 
in sostanza uno dei primi melodrammi e si rappresentava 
nel medesimo tempo che, a Firenze, la Dafne di Ottavio 
Rinuccini. 

Gli spettacoli nei teatri precari di corte eran piuttosto 
rari e riservati ai nobili e ai patrizi. Più spesso avevan 
luogo rappresentazioni popolari su randagie baracche all'a- 
perto, o pure su palchi improvvisati, e in locali presi a 
pigione da ebrei, perchè i cristiani si facevano scrupolo 
d'affittare a persone reiette e scomunicate come eran allora 
ritenuti i comici; in questo caso il legname per il palco 
improvvisato e il materiale scenico si otteneva facilmente 
a nolo dalla soprintendenza del Palazzo Ducale; e qualche 
volta, per favorire buone compagnie di comici, si cedeva 
ad uso pubblico lo stesso teatro provvisorio di Corte, prima 
di spiantarlo. 

Le compagnie di comici, appena arrivate a Milano, do- 
vevano ottenere dal Governatore la licenza per dare spet- 
tacoli ed obbligarsi ad osservare i regolamenti prescritti ; 
che non si recitasse nei giorni festivi e nei venerdì e non 
si parlasse di cose attinenti alla religione; che i soggetti 
amorosi « fossero sempre di line onesto ». Nel 1573 recita- 
rono i Comici Intronati, nel '74 i Gelosi costretti a ripar- 
tire quasi subito per trovarsi a Venezia all'arrivo del Re 
Enrico III di Francia; nell'anno stesso, al posto dei Gelosi, 
e nel seguente, i Comici Confidenti, nel '79 e nell'80 an- 
cora i Gelosi, e nel '95 i Desiosi e quindi gii Uniti; quan- 
tunque i documenti non ci diano che notizie saltuarie, v'ha 
ragion di credere che ogni anno le compagnie più rinomate 
in Italia si alternassero in Milano. 



— 140 — 

Si recitava a quel tempo, dappertutto,/ Ja Commedia 
detta dell'Arte dove il dialogo era lasciato all'arbitrio degli 
attori, mentre all'autore spettava solo l'invenzione del sog- 
getto e la sceneggiatura. Tra i personaggi principali erano, 
com'è noto, le maschere delle varie città italiane. Sulla fine 
del secolo anche Milano ebbe la sua maschera: il Beltramo; 
esso portò sulla scena il gergo e le movenze dei contadini 
della Brianza che avevano fatto la prima comparsa nella 
poesia dialettale. Meneghino comparve solo nel secolo se- 
guente per opera di Carlo Maria Maggi. 

Gli spettacoli teatrali avevano oramai sedotto ogni 
classe sociale; si recitavan commedie perfino nelle case par- 
rochiali, nei seminari, nei conventi, nei monasteri; S. Carlo 
Borromno vedeva in esse un ostacolo alla sua indefessa 
azione di riforma morale e le condannò tutte con rigorosi 
divieti. Esagerò e non raggiunse, come è facile compren- 
dere, l'effetto desiderato: ottenne l'istituzione della cen- 
sura drammatica, ma non il bando perpetuo dei comme- 
dianti da tutta la diocesi come voleva. Anzi, pochi anni 
dopo la sua. morte, quando Margherita d'Austria passò da 
Milano per andar sposa a Filippo III, al posto dei soliti 
teatri precari si costrusse il primo teatro stabile nel Cor- 
tile del Palazzo Ducale. II nuovo teatro constava di tre 
navi sostenute da ventiquattro colonne marmoree; Paolo 
Camillo Landriani, buon pittore, apprezzato anche ai dì 
nostri, ne decorò la volta raffigurandovi l' Insubria sedente 
in una verde pianura in atto di contemplare gli Dei del- 
l' Olimpo. Nel tempo stesso, nell'ala del Palazzo Ducale 
verso la via delle Ore, cominciava a funzionar regolar- 
mente, per spettacoli di prosa, un altro teatro più pic- 
colo detto il Teatrino. 

Verso la fine del Secolo XVI Milano era ancor florida 
e potè, nel 1576, sopportar senza danni irreparabili il ter- 
ribile assalto di una tra le più micidiali pestilenze che la 



— 141 — 

storia dei nostri paesi ricordi, in quel frangente la Città 
fu in grado di combattere con meravigliosa energia il morbo 
crudele, organizzando servizi di sanità che riuscirono a 
limitare di molto la strage. Faceva asserragliare da una 
guardia di trecento soldati il Borgo degli ortolani dove 
s'erano manifestati i primi casi : faceva chiudere mercati, 
scuole, manifatture, specialmente quelle di seta esalanti 
un puzzo pernicioso. Rigorose quarantene mantenevan 
chiusi in casa gli abitanti; insufficienti al servizio i me- 
dici di Milano, che pure, come Lodovico Settala, si con- 
sacravano con tutte le loro forze al nobile ufficio, furono 
assoldati molti medici forestieri: insufficiente il Lazzaretto 
a contenere tante migliaia d'ammalati, si eressero due mila 
cinquecento capanne ripartite nei sei borghi. Deputazioni 
di Nobili e di Senatori si alternavano alle Porte per veri- 
ficare le fedi sanitarie di chi entrava e di chi usciva : com- 
missioni di cittadini andavano per ogni qnartiere, per ogni 
contrada visitando le case, sorvegliando affinchè gli infermi 
fossero curati a tempo e con ogni cura. Altri portavan cibi 
ai poveri fuori della città, altri vigilavano le vettovaglie 
foresi, facevano incetta di grani. Tutta la popolazione sana 
era in moto, e quelli che, sopraffatti della paura, eran fug- 
giti, furono segnalati all'universale disprezzo. Contro di 
essi l'Amministrazione Comunale pubblicò un manifesto 
paragonandoli a « lepri nell'ascondaglie ». La città spese 
più d'un milione e, quando il flagello fu domato, non aveva 
esaurito tutte le sue risorse e fece erigere il tempio votivo 
di S. Sebastiano. 

A celebrare la liberazione da tanta sventura, il pittore 
Nunzio Galiti disegnò una curiosa Pianta iconografica di 
Milano, dove, in unità di tempo e di spazio, volle ricom- 
porre diverse scene di quel luttuoso periodo : la costruzione 
e la demolizione di capanne, i fuochi disinfettanti, le scolte, 
i cimiteri m posticci e via. discorrendo .~~ 



142 



III. 

La decadenza dopo il 1630 — Lo sfacelo delle industrie 
— Il sistema industriale: Le Corporazioni e i Mono- 
polii. — Le imposte — Miseria delle campagne. 

In ben diverse condizioni trovò la Città, e di ben altre 
conseguenze fa causa, il flagello del 1630, quella peste 
di cui Alessandro Manzoni ci ha lasciato un'immortale 
descrizione. Milano parve annientata ; più di un secolo do- 
vette passare prima che potesse rialzarsi e riprendere l'an- 
tico suo posto alla testa della civiltà italiana. 

Ma non alla peste soltanto è dovuta quella rovina, 
bensì a molteplici cause, che avevano tacitamente operato 
nel secolo scorso, e più efficacemente operavano ora. Prima 
fra tutte l' amministrazione disordinata del Governo spa- 
glinolo e la sua indifferenza alle aspirazioni e ai bisogni 
del popoi lombardo. La popolazione, già diminuita dalla 
morìa, continuò a scemare per una continua emigrazione 
d'operai, diretti specialmente in Francia, dove quei Re ri- 
formatori li attiravano con larghi privilegi e con promesse 
di lauti guadagni. I settanta lanifici erano ridotti a quin- 
dici, le quindicimila pezze annue di panno a tremila, dei 
cinquecento battifogli e delle diecimila donne impiegate 
nell'esercizio dell'oro, di diecimila impiegate alla fabbrica 
delle calzette di seta (già floridissima industria) la metà, e 
più, eran licenziati per mancanza di lavoro ; di ventimila tra 
filatori, tintori, tessitori e donne che maneggia van la seta, 
una metà aveva smesso di lavorare; il Comune, già angu- 
stiato dal bisogno, era costretto a spendere centomila scudi 
l'anno per provvedere di pane i disoccupati ! 



— 143 — 

Le Corporazioni artigiane e industriali, che nei secoli 
precedenti avevano portato a tanta altezza 1' industria mi- 
lanese, vedendosi ora sfuggir di mano la fortuna si chiu- 
sero in un gretto esclusivismo che determinò una lunga 
serie di conflitti ecl affrettò, anziché ritardarla, la de- 
cadenza. 

Il sistema industriale di quei tempi era fondato sul 
lavoro casalingo; gli artigiani dovevano lavorare in casa 
propria non per conto dei consumatori ma per conto di 
mercanti; e, poiché questi provvedevano la materia, cer- 
cavano di tener soggette le varie classi operaie, opponen- 
dosi con ogni forza a che gli operai lavorassero per sé; 
onde una reazione continua da parte di questi ultimi, una 
lotta per scuotere il giogo, per acquistare il diritto a qual- 
che iniziativa privata. Non meno frequenti ed acerbi erano 
i contrasti fra le diverse corporazioni d'artieri dacché cia- 
scuna voleva impedire all'altra d'invadere il proprio campo, 
ricorrendo alle più artificiose distinzioni : i f ristagnali, per 
esempio, combattevano i tessitori di lino per distrarti dal 
labbricar tessuti dove entrasse bombace e filo, i giuppo- 
nari osteggiavano i pattali qualora fabbricassero vesti con 
robe nuove, i ricamatoli proibivano ai cinturali di vender 
cinture ricamate e così via discorrendo. 

Altre cagioni di conflitto eran determinate dal fatto che 
le corporazioni della città avevan giurisdizione anche sulla 
Provincia, ed esigevano che gii operai di fuori si facessero 
inscrivere nella matricola cittadina e concorressero al pa- 
gamento delle imposte mercimoniali, mentre negavano loro 
il diritto di fabbricare mercanzie di qualità superiore! La 
tendenza a raggruppare in poche mani il monopolio della 
produzione faceva sì che aspramente si osteggiassero i fo- 
restieri non iscritti nelle Corporazioni, impedendo loro di 
lavorare o con ostinati boicottaggi o con violenti sequestri : 
una guerra insomma continua alla libertà di commercio 
die doveva ritorcersi a danno di chi la muoveva. 



_*_ 144 — 

L'importazione era uno dei problemi che maggiormente 
affaticavano il mondo industriale d'allora e concorreva 
anch'essa a moltiplicare i dissensi : gli artigiani eran nemici 
dichiarati della roba forestiera; e tale avversione spingevano 
al punto di considerar forestieri quegli stessi produttori dei 
contadi rurali sui quali, come s'è detto, esercitavano una 
giurisdizione ! i mercanti che davano a lavorare, ora l'av- 
versavano, ora la difendevano secondo le circostanze e 
l'opportunità ; i negozianti all'ingrosso erano, com'è facile 
intendere, fautori del libero scambio. 

Il rapido incalzar delle mode, l'affluenza sui mercati 
stranieri di mercanzie accessibili anche a borse modeste, 
forte contrastava colle rigide esigenze monopolistiche delle 
corporazioni, le quali, solo preoccupate di mantenere il 
credito all'arte, aborrivano da qualunque novità. Mercant^ 
intelligenti e intraprendenti comprendevano che, anche senza 
adulterare i prodotti, il mescolar tra loro materie più o 
meno fini facilitava la vendita ai compratori più alla buona, 
ch'erano i più ; altri, inflessibili conservatori, inorridivano 
davanti a tali sistemi. Così l'industria andava consuman- 
dosi nell' immobilità. 

Le controversie, che ogni giorno si ripetevano, intri- 
cate nel viluppo dei più sottili arzigogoli, venivan giudi- 
cate talora dal Senato e, più spesso, dal Vicario di Prov- 
visione, a cui, secondo gli statuti milanesi, spettava la 
vigilanza e la tutela delle Corporazioni. Si giudicava a 
norma del buon senso o dell'opportunità del momento 
giacché i criteri economici, a quel tempo, oscillavano ben 
lontani ancora dal trovare il punto d'equilibrio. E d'altra 
parte i contrasti assumevan talora forme sì strane che il 
povero Vicario doveva trovarsi nei più seri imbarazzi. Un 
esempio: per impedire ai tintori di comperare e vendere 
sete per proprio conto, i mercanti li accusavano di cam- 
biare, con frode, o di adulterare quelle lor date a tingere, 
e sostenevano che, adoperando certe sostanze, eran capaci 

— : i 



— 145 — 



di far crescere e diminuire il peso della seta. Gli altri 
protestarono e vollero si facesse in casa del Vicario un 
esperimento a dimostrar falsa l'accusa; e così la casa del 
primo Magistrato del Comune si trasformò, per qualche 
tempo, in una tintoria. 

Mentre la miseria cresceva, il Governo impassibile au- 
mentava le imposte, moltiplicandone le voci, trascurando 
ogni giustizia distributiva, e mantenendo in vigore i più 
stolidi sistemi di riparto e di esazione. Le campagne, le più 
gravate, si andavano pure spopolando, giacché su di esse 
non solo pesavano le gabelle, comuni anche alle città, ma 
il peso terribile 
degli alloggia- 
menti militari ; 
quelle truppe fe- 
roci e indiscipli- 
nate, non conten- 
te di essere man- 
tenute dai poveri 
contadini, li an- 
gariavano in ogni 
modo; eran giun- 
ti perfino a tener 
legati i padroni 
delle case Va co- 
stringerli con 
atroci tormenti a 
soddisfare le in- 
gorde' loro brame; 
dovunque passa- 
vano, in' tempo 
di pace, come in 
tempo di guerra, 
portavano mise- 
ria e il esalazione. 




Lan'zichenkcco. 



146 



IV. 

La delinquenza e la giustizia penale. La compagnia di 
S. Giovanni decollato e i protettori dei carcerati. 

I DISCOLI -- I «CREATI». PREPOTENZE DEI NOBILI. DUE 
ILLUSTRI FURFANTI — I DUELLI. 

Mancavano così le braccia a lavorar la terra e le 
campagne s'andavan popolando di ben altra gente : di ma- 
landrini ; la delinquenza, fomentata dall'ozio, cresceva spa- 
ventosa, e il Governo era impotente a frenarla; ad ogni 
delitto emetteva una grida promettendo impunità e premi 
a chi rivelasse i rei ed i complici ; bandiva sul loro capo 
grosse taglie, ma in vano, lauta era la corruzione negli 
esecutori della giustizia, che ben sovente birri e bargelli 
chiudevano un occhio, quando non patteggiavano addirit- 
tura coi delinquenti. A render vane le leggi, già [per sé 
stesse deboli e mal osservate, sembrava l'atto apposta il 
diritto d'asilo, nelle chiese, nei conventi, e anche in al- 
cune case privilegiate, dove chi si rifugiava, avesse anche 
consumato cento omicidi, non poteva essere arrestato. 

II diritto penale divenne sempre più feroce ; si rabbri- 
vidisce a leggere gli statuti criminali di quel tempo, le 
torture inaudite diesi infliggevano ai condannati. La banda 
brigantesca di Legorino, Scorlino e Compagni aveva com- 
messo non pochi misfatti, ma la società prese ad usura 
le sue rivincite. Legorino il 17 maggio 1566, fu « strusato 
a coda di cavallo » sin fuori di Porta Comasina, poi messo 
in ruota coli' amico Scorlino alla Gagnola; « strusati a coda » 
e arrotati vivi furon parecchi dei loro compagni a Porta 
Tosa, in Bordello e in altre località. Andrea detto Trentuno, 



— 147 — 

fu squartato; una metà del suo corpo fu abbandonata 
presso S. Giovanni, l'altra portata fuor delle mura urbane. 

Vana illusione del legislatore se credeva di arrestare 
la delinquenza collo spettacolo di terribili esecuzioni di 
giustizia, quando si amputava al reo o questo o quel mem- 
bro, gli si attanagliavano le carni, gli si rompevan le ossa 
colla ruota, lo si trascinava a coda di cavallo, e così via 
discorrendo ; con ciò non si faceva che solleticare gii istinti 
più malvagi, non si faceva che alimentare quello stesso 
male che si voleva reprimere. 

Ai condannati a morte non mancava, tenue compenso, 
un conforto morale da parte di cittadini pietosi che, già 
in antico, eransi l'accolti in sodalizi per assistere quegli 
infelici nelle ultime ore della loro miserabile vita. Nel se- 
colo XIII esisteva una Compagnia della Pietà addetta alla 
chiesa di S. Giovanni in Era; nel XIV s'era organizzata 
quella dei Verberati presso la chiesa di S. Marta, trasfor- 
matasi nel XVI nella confraternita di S. Giovanni decollato. 
Sorta con umili origini, tra mercatanti e popolani, prosperò 
rapidamente con sussidi dei Duchi e lasciti di privati ; 
San Carlo la riformò facendovi entrare i nobili, i Re di 
Spagna ed i Governatori di Milano le concessero un alto 
Patronato. Vestivano un rocchetto di tela bianca e un man- 
telletto di panno bianco, portante, sovra un piccolo scudo 
a sinistra, dipinto il Crocefisso con la testa del Precursore 
ai piedi: bianco il cappello e adorno di serici fiocchi. 

I buoni fratelli si consacra van non solo all'assistenza 
dei condannati e a dar loro sepoltura o nel luogo del sup- 
plizio o nella loro chiesa di S. Giovanni alle case rotte, 
ma si adoperavan talora a sollecitare, dal Potere Sovrano, 
la grazia. Ottenutala, davano alla cittadinanza spettacolo 
di belle e commoventi cerimonie : il Prefetto e tutta la 
Confraternita si recavano in processione, preceduti da 
musiche, alle carceri; il Capitano di giustizia loro con- 
segnava il condannato, e di là il corteo lo accompa- 
gnava alla chiesa dove si cantava una messa solenne. 



— 148 — 

Altri sodalizi si dedicavano a mitigare le asprezze del 
disordinato sistema carcerario. La Compagnia dei « Protet- 
tori dei Carcerati», istituita nel 1466 per iniziativa di Bianca 
Maria Visconti, visitava i detenuti, studiava i loro processi 
per sollecitarne la risoluzione, faceva rispettare i loro di- 
ritti, sorvegliava i custodi e i fornitori delle carceri, im- 
pediva estorsioni e sevizie. L'opera loro si estendeva alle 
carceri della Malastalla, situate nella Via degli Orefici, a 
quelle del Podestà, del Capitano di Giustizia e della Curia; 
ma in nessun luogo la loro protezione riusciva tanto pre- 
ziosa quanto nella Malastalla, destinata ai debitori falliti 
o insolvibili, sempre ricolma d'ospiti angariati in ogni 
modo da custodi avidi e crudeli. La Malastalla, curiosa 
istituzione, era ad un tempo un carcere ed un'opera pia : 
coi proventi di elemosine e di lasciti sovveniva i prigio- 
nieri, e di quando in quando, nelle ricorrenze di Pasqua 
e di Natale, ne liberava qualcuno col pagarne i debiti. 
Solo nel secolo XVIII, al tempo di Maria Teresa, il man- 
tenimento dei carcerati fu sottratto alla carità cittadina e 
passò a carico del Governo. 

Accanto ai debitori ostinati, ed anche ai ladri che non 
di rado vi eran rinchiusi, vivevano, strana mescolanza, i 
discoli. Alle fanciulle pericolanti e alle donne traviate 
s'era, in qualche modo provveduto fin dal secolo XVI, con 
rifugi come la Casa delle Convertite in S. Valeria e il pio 
Luogo del soccorso fondato dalla Nobil Donna Isabella 
d'Aragona; ma pei maschi non v'era che il carcere; i ri- 
formatori sono moderni. Si tenevano appartati, ma pur 
sempre vicini ai furfanti; i Protettori li vigilavano spesso 
e davan loro buoni consigli. Le famiglie pagavano cinque 
soldi al giorno; quelle più ricche e disposte a pagare una 
retta più forte potevant arli rinchiudere nei Forti dello Stato. 
Ad ogni modo il rimedio era sempre peggiore del male. 

La boria spagnolesca trovò facili imitatori anche presso 
la nobiltà lombarda: onde si diffuse il costume di circoli- 



— 149 - 

darsi di bravi, o come allora dicevasi, di creati: tutta genie 
di mal affare che aiutava i Don Rodrighi è gli Innominati 
a commettere ogni sorta di furfanterie in barba alla legge : 
sorgevano da ogni parte lamenti, fioccavano le suppliche 
dei cittadini al Governo perchè ponesse rimedio a questi 
abusi, che compromettevano la pubblica sicurezza, si mol- 
tiplicavano i bandi, le gride contro i bravi; tutto era inutile. 
Esempi classici di nobili prepotenti sono il marchese 
Annibale Porrone e il conte Dugnani. Il Porrone, molestato 
dalle grida di un lattivendolo ambulante, lo costringe colla 
violenza a bere tanto latte fino a farlo morire; molestato da 
due ciabattini li costringe a cucirsi 1' un l'altro sotto alle 
reni ; obbliga de' facchini ad azzuffarsi con un grosso suo 
mastino; chi non gli va a garbo fa bastonare di santa 
ragione dovunque gli capiti tra' piedi; a un dottore, che 
ostenta di non temerlo, dà la buona sera con una fucilata 
che lo stende morto sul colpo. Il Dugnani fa bastonare i 
gabellieri che hanno osato fermare una sua carrozza 
per la visita, fa dar novanta legnate a un usciere manda- 
togli con una citazione da un suo creditore, per insegnargli 
a non molestare un cavaliere: cercato dalla giustizia, si 
ripara entro i muri d' un convento, e ottiene dalle autorità 
facil perdono di queste ragazzate. Spesso chiudevansi gli 
occhi quando si trattava d'un nobile. Spesso, ma non 
sempre. Anche i nobili salivano di quando in quando il 
patibolo, con tutti gli onori spettanti al loro grado, malo 
salivano : anziché impiccati, arrotati o squartati, venivano, 
per insigne privilegio, decapitati ; i parenti,; gli amici, gli 
ammiratori, potevano accompagnarli vestiti a lutto, con 
torce, salmodiando, fino al palco fatale rivestito di gra- 
maglie; essi stessi vesti van, nell'ora solenne, un ricco abito 
nero, e si fregiavano delle loro insegne : terminata la fun- 
zione i loro cadaveri A^enivan portati nella -chiesa di San 
Giovanni alle case rotte ed ivi sepolti. Con tale apparato 
pagò il suo debito alla giustizia, sul corso di Porta Tosa, 



150 



nel 1609, il nobile feudatàrio milanese, G. Battista Càccia, 
accusato di parecchi omicidi ; lo pagò nel 1635 il marchese 
G. Battista Affaitati per aver fatto ammazzare, nella propria 
casa, il conte Torelli; nel 1651 cadde, ancora, la testa del 
nobile Agostino Schiaffi nati uccisor del suocero Cristoforo 
Besozzi, e nel 1700 quella del marchese Malaspina. Ma 
tali esempi, quantunque terribili, rimanevano inefficaci. 
La violenza per chi era in grado di adoperarla sosti- 
tuiva il diritto: quindi un'altra piaga contribuiva a intri- 
stire gli animi, a distogliere la gioventù da qualunque 
nobile ideale, per concentrarla su vane e talora ridicole 
questioni di punto d'onore: il duello. Bastava un'inezia 
perchè due gentiluomini si cambiassero il cartello di sfida : 
duelli, anche di cinque o sei coppie in una volta, si rinno- 
vavano ad ogni tratto, massime tra ufficiali spaglinoli e cit- 
tadini milanesi, e molti ne morivano senza che si riuscisse 
a porre riparo a queste, come le chiamavano, bizzarrie gio- 
vanili. Ne è a credere che l'opinione pubblica sanzionasse 
siffatti eccessi. Nelle saporite commedie milanesi di Carlo 
Maria Maggi, dove si rispecchia il buon senso ambrosiano, 
che non mancava neppure nel triste Seicento, Meneghino 
si scaglia contro questa che, con felicissima espressione, 
definisce: « poltroneria che par valor. » 




Chiesa di S. M. Podoxe 
e Statua di S. Carlo Borromeo del Bussola (1600). 



151 



IV. 

LA VITA E L'EDUCAZIONE DELLA FAMIGLIA ; DONNA QuiNZIA E 

i tipi del Maggi: La signorina perfetta — La Po- 
litica : Spagnoleschi e Navarrini — Religione e bi- 
gotteria : Prediche e predicatori : La canonizzazione 
di Carlo Borromeo: Quanto costava fare un santo : 
Le oblazioni civiche — Streghe e untori. 

La boria spagnolesca penetrata nelle famiglie contri- 
buiva a dissolverle: il fasto era tutto: misuravasi la stima 
a ciascuno dalle spese che faceva, dal lustro che mettevasi 
d'attorno. E poiché il lavoro era spregiato, e un nobile si 
sarebbe disonorato impiegando capitali in commercio, non 
v'era di che rifondere gli sperperi; bisognava risparmiare 
sulle prime necessità in casa per pompeggiare di fuori. 
Ecco come un nobile di buon senso (è un personaggio d'una 
commedia del Maggi) si sfoga con la madre che non vor- 
rebbe adattarsi a dar la figlia in isposa a un borghese per 
quanto ricco: 

« Siamo cinque fratelli 
E tre da collocar figlie mature; 
Dalle liti, dai debiti, dai tempi 
Il patrimonio è travagliato e scemo; 
La nobiltà che in povertade è peso 
Ancor sopra le forze a far ci sforza. 
Si vorria pur coi pari andar del pari, 
Benché soverchie ormai le pompe siéno, 
L'ambizion ci detta 
Spropositi sì fatti, 
E siam costretti a gareggiar coi matti. 



- m - 

Finora con miracoli d'ingegno 
Abbiam tirato avanti, 
Ma a tal segno oramai son le strettezze 
Che a rattoppare ancor mancali le pezze. 

Ma a Donna Qirinzia che importa che la figlia sposi 
un galantuomo che non le farà mancar nulla"? Quello che 
le preme sono le pompe esterne, che il negoziante arric- 
chito o per ignoranza, o per taccagneria, non sarà in grado 
di procurarle. 

Mi quand me maritai, 

dice Donna Quinzia, 

Ebbi quattro staffieri e el carrozzier, 

Due paggi a tutta gala 

E el brazzant gentilomm de tutt decor; 

Do carrozz, una nera e l'altra d'or. 

I me trii fornimenti 

De zoi compii da testa fino ai pied, 

De diamant, de perle e de rubini. 

In casa pò el me quart 

Separa per mi sola 

Colle tappezzerie coi gallon d'or; 

La sala delle visite 

Addobbata con magna 

Coi so strati de Spagna. 

Bisogna.... in l'apparent 

Dar soddisfazion 

Al pubblich e ai parent. 

Di qui la necessità che il patrimonio rimanesse al più 
possibile nelle mani del figlio maggiore, e vincolato col 
fede-commesso. I maschi cadetti o si davano alla carriera 
ecclesiastica, o vivevan nell'ozio paghi del piatto che il 
fratel maggiore doveva loro passare. Le femmine, qualora 
non si presentasse subito un marito conveniente, entravano 



. - 153 — 

in convento: e ì conventi non erano altro se non scuole 
perenni di immoralità e di corruzione, officine di intrighi, 
dei quali i più onesti eran dedicati a fare e disfare matri- 
moni, i meno onesti quelli che resero famosa la Gertrude 
dei Promessi Sposi. Tarlesca, la serva delle monache (un 
altro personaggio delle commedie del Maggi), si lamenta di 
certi torti fattile dalla sua padroncina e conclude: 

Che la guarda s'hin coss 
De fa cont ima donna 
Fedele de sta sort, che soo di coss 
Che, doma' che zittis, 
Faraven scuri el so. 

L'educazione delle fanciulle sia in casa, sia in con- 
vento, tutta superficiale e destinata solo a far bella figura 
in salotto. Ecco quale doveva essere la signorina perfetta; 
è donna Quinzia che fa l'elogio di sua figlia: 

La ghe saprà dar cont 
De quante imprese han fatt e Florestan 
E Amadis e Splendian 
Della selva del Fogh, 
Dell'isola incanta, 
Dei Guerrier della tavola rotonda 
E del Gigari t fatai de Trabisonda. 
L'ha tutt a menadid 
El Marin, l'Ariosto, el Pastorfid. 
L'ha impara un minué 
Tutt in una mattina,.. < . 
I ariett de l'opera 
Che fan al Canio vai. 
No veri Pasqua che tutta la le canta 
Con una grazia che rapiss i cor.... 
Per far un compliment 
Recitar un sonett 
Trattener una dama no l'ha par.... 



- 154 - 

Avanti la venuta degli spagnuoli Le donne vivevano 
socialmente, raccoglievano', in salotti limasti famosi, Lette- 
rati, artisti, uomini politici, lo abbia ni veduto; lo spa- 
gnolismo bandisce i circoli e i ritrovi numerosi; ogni 
famiglia fa cerchio a sé per discutere gravemente di que- 
stioni d'etichetta, di punto d'onore, di domestica economia; 
le donne non si trovano accanto agli uomini se non sono 
stretti parenti; avendo una volta il Governatore Duca 
d'Ossuna raccolto in un sol circolo, a Palazzo, Signori e 
e Dame ne nacque uno scandalo. 

Così più rari facevansi i ricevimenti a Corte e presso 
i privati e si riducevano a fredde parate di abbigliamenti 
o ad ostentata mostra di dovizie. Come di cosa straordi- 
naria « di poema degnissima e di storia » parlano i con- 
temporanei delle feste fatte, nel 1649, in onore di Maria 
Anna d'Austria che passava pei- Milano per andare sposa 
a Filippo IV. Bartolomeo Arese, Presidente del Magistrato 
Ordinario, quel medesimo che colle cariche pubbliche accu- 
mulò tesori favolosi, aprì la sua casa ad un ricevimento 
da far invidia agli stessi Principi ai quali era dedicato. 
Aveva fatto costrurre verso il giardino una Galleria, per 
ricevere la Regina, dalle pareti rivestite di broccato d'oro 
e adorne di quadri; altre loggie accoglievan le dame e di 
quando in quando s'incontravan fontane d'onde zampilla- 
vano acque odorifere. Da un momento all'altro, come per 
incanto, comparvero le tavole apprestate per una sontuosa 
cena. Agli ospiti il padron di casa presentò splendidi 
regali ; al Re d' Ungheria un quadro d' autore insigne, 
alla Regina un cestello d'oro ripieno d'acconciature da 
testa, alle dame oggetti preziosi d'ogni qualità. In tal 
modo ostentavasi il frutto di ricchezze che, nel disordi- 
nato sistema amministrativo d'allora, era possibile racco- 
gliere ai Magistrati... intraprendenti. 

In mezzo ad una vita così arida e artificiosa si com- 
prende come gli uomini, in generale, si disinteressassero 



— 155 — 

dai grandi avvenimenti politici, che, nella classica lotta 
tra Spagna e Francia, si svolgevano intorno a loro. Tutta 
la politica riducevasi a platoniche scaramuccie tra i fautori 
della Spagna e i Xa vari ni, fautori della Francia. Quando 
quella ha la vittoria il partito ufficiale esulta, organizza 
luminarie e feste, e i Navarini s'appiattano mortificati; 
nel 1625 il generale Spinola prese la fortezza di Breda : e 
nei quartieri di Milano si eressero castelli rappresentanti 
la vinta città : in altri si distribuì al popolo formaggio e 
vino, a suon di musica e al grido : 

« Viva Spagna col boa vin 
E mora e ereppà i Navarin ». 

Quando vince Francia i Sovversivi si cercano, si sorri- 
dono, si abbracciano, talora spingono gii ardimenti fino 
ad organizzare mascherate politiche. Nel 1626 il Governa- 
tore Gonzales de Cordova aveva avuto la peggio nel Mon- 
ferrato e, durante il Carnevale del 1628, comparve un 
giorno, durante il corso, un numeroso gruppo d'uomini 
vestiti con mantelli neri di baietta pelata, portanti sulle 
spalle grandi cartelli coi motti : « A sem ridott così », 
» No poss più », « M'han pelat afatt ». L'audacia fu punita, 
avvennero arresti e carcerazioni senza riguardo a nobili: 
andarono in prigione un Gallarati e un Del Conte, un 
Visconti e un Brivio. 

La religione, che è pure la più costante e più viva 
preoccupazione degli uomini del Seicento, è anch'essa piut- 
tosto ostentata, fino a divenire bigotteria, che profondamente 
e sinceramente sentita. Il farsi frate era uno dei rifugi a chi 
volesse sottrarsi ai tedi della vita ; e di conventi vi era in 
Milano un numero strabocchevole che destava la mera- 
viglia di quanti stranieri passavan di qui, e specialmente 
di quelli che venivano dall' Inghilterra e dalla Germania 
con idee ben più larghe e liberali. Sulla fine del secolo NVI 



- 166 - 

il Morigi contava 30 monasteri di frati e 34 di monache; 
ma PAddison, venuto nel 1701, ne contava sessanta di sole 
donne. Pullularono le confraternite religiose. 

Dal pergamo il predicatore badava solo a colpire gli udi- 
tori colla teatralità del gesto e colla stranezza delle im- 
magini ; Gilbert Burnet, un inglese per nulla abituato al- 
l'eloquenza impetuosa vuota, anzichenò, delle genti latine, 
rimase stupito nel sentire a Milano una predica che consi- 
steva tutta in declamazioni e atteggiamenti buffoneschi ; 
quel monaco, dic'egli, dopo avere a lungo apostrofato un 
crocefisso che era a fianco del pulpito, preso ad un tratto 
da un trasporto ineffabile, lo afferrò, lo strinse fortemente 
fra ' le braccia, voltandolo e rivoltandolo in cento maniere ; 
poi lo pulì dalla polvere di cui era, o lo credeva, coperto, 
e lo tempestò di baci frenetici. 

Poco o punto il clero si preoccupava di spiegare il van- 
gelo e la dottrina, e la predicazione era abbandonata ai 
frati, per lo più mendicanti, non dipendenti dal vescovo 
e spesso, dice l'Oltrocchi, più desiderosi dell'applauso che 
del frutto, o del frutto delle borse non delle anime. Il clero 
era pure in gran parte indegno dell'alta sua missione; 
anziché dedicarsi al sacerdozio i più probi e sapienti, 
ignoranti, e malvissuti vi si ricoveravano per aver agio, 
sicurezza, ozio ; onde il proverbio, allora in voga, non es- 
servi strada più diritta per dannarsi che l'andar prete. 
Scendevano dai monti, dalle valli, dalle riviere nella opu- 
lenta Lombardia molti giovani appena ordinati sacerdoti 
poveri di fortuna e di dottrina; cercavan d'allogarsi nelle 
città o nelle campagne come Cappellani e ad un tempo 
Maestri di casa o Gastaldi presso le famiglie patrizie. 
Rozzi, sudici, avidi eran sovente oggetto di scandalo. 
L'episodio di prete Berengario di Nizza, avvenuto sul 
principio del secolo XVIII, cessata da poco la dominazione 
spagnuola, dà una chiara idea delle tendenze di questa 
genia. Aveva preso servizio nel 1713 in casa d'un cavaliere, 



— 157 — 

per inali diporti fu processato e sospeso a divinis; messosi 
in capo che l'accusa provenisse da una servente, la uccise, 
mentre dormiva, a colpi di mazzuola. Dopo un processo 
di due anni, con solennissima funzione, fu degradato, sopra 
un palco costrutto sulla gradinata della Cattedrale, alla 
presenza dell'Arcivescovo e di tutte le Autorità ecclesia- 
stiche, civili e militari ; quindi consegnato al carnefice che 
lo impiccò sulla piazza del Duomo. 

Eppure, strano contrasto, la devozione era imposta dai 
criteri di quell'epoca; senza di essa non si faceva carriera 
negli impieghi e nelle cariche pubbliche ; i magistrati as- 
sistevano assidui alle sacre funzioni. 

Ogni anno, quando il nuovo Tribunale di Provvisione, 
cioè, ripetiamo, la Giunta Comunale, s'insediava, doveva 
ascoltare la Messa dello Spirito Santo in S. Francesco e 
visitare le chiese di S. Maurizio e di Santa Valeria. Di 
tratto in tratto il supremo Magistrato cittadino emanava 
gride richiamanti al timor di Dio : « Considerando » diceva 
una del 1540, chi sa quante volte ripetuta, « Considerando 
come l'altissimo nostro Signore Idia quest'anno ne ha 
liberato da tanta penuria... che poi ancora si è dignato 
de liberarne de la gravissima sicità et donarne piogia salu- 
tifera... gli par cossa convenevole che... poi che siamo 
stati exhauditi, da tutti universalmente et publicamente 
si renda laude, honore et grafie al nostro Signore Idio... 
et si fa intendere a tutti corno... si è dato ordine ^che ne 
la chiesa magior de Milano et tutte le altre chiesie colle- 
giate, per tre giorni continui siano celebrate messe et officii 
per questo convenevoli... per il ohe spetialmente si exhor- 
tano tutte le donne che li vorrano andare che gli vadano 
ancora in abito condecente, cioè huuiile et honesto, velate 
et non in abito de vanagloria et de lascivia da spectaculi 
theatrali ». 

. Un'altra e più grave cura spettava all'Amministra- 
zione Coni una le di quei tempi: l'organizzazione e la dire- 



— 158 — 

zione delie oblazioni civiche. Un elenco ufficiale a stampa 
di queste singolari funzioni, compilato l'anno 1638, ne 
novera ventidue da ripartirsi nei dodici mesi, e non tien 
conto che delle principali ! Alcune avevano origini antiche 
e rivelavano un certo sentimento di nazionalità che poteva 
anche aver lontane radici nei bei tempi delle libertà co- 
munali, come quella del u 29 Maggio a S. Simpliciano com- 
memorante la battaglia di Legnano ; altre ricordavano date 
storiche o fatti tradizionali: la processione del Giovedì 
dopo Pasqua dirigevasi a S. Ambrogio ad Nemus dove si 
credeva che il Santo Protettor di Milano avesse fatto ora- 
zione e scritto alcuni dei suoi libri santi; quella del 21 
Gennaio, in Duomo, commemorava la vittoria di Desio e 
quella del 21 Febbraio, a S. Ambrogio, la vittoria di Pa- 
rabiago; altre infine avevan carattere puramente religioso. 

Nelle oblazioni il Vicario, seguito dall'intero Tribunale 
di Provvisione, guidava il corteo: precedevano stendardi 
con lo stemma del Comune e, nelle più solenni, il grande 
gonfalone di S. Ambrogio, inaugurato il 22 Giugno del 1566, 
quel capolavoro dell'arte del ricamo che si ammira nel 
Civico Museo. Seguivano i trombetti del Comune con la 
tradizionale divisa bianca e rossa, la « Cameretta » cioè 
il Consiglio dei sessanta Decurioni; poi il Podestà con 
tutto il Collegio dei suoi Giudici ed Assessori, poi le Cor- 
porazioni d'Arti e Mestieri coi loro stendardi, e avanti a 
tutte, forse perchè la più antica, quella dei Ferrai. L'obla- 
zione più solenne aveva luogo in Duomo per la Natività 
della Vergine, ed era stata istituita da Azzone Visconti. 
Vi prendevan parte : la Corte, le Bandiere e le Rappresen- 
tanze delle sei porte di Milano e di tutte le città, valli 
autonome e territori annessi dello Stato. 

Erano tali funzioni inspirate e governate da vero spi- 
rito religioso? in questo secolo no, certo. In processione, 
sulla soglia dei templi, entro i sacri recinti, ai piedi del- 
l'altare si portava una smania di litigio, un livore sempre 



— 159 — 

pronto a scoppiare in atti sconvenienti, per un nonnulla, 
per meschine questioni d'etichetta. 11 Gran Cancelliere, il 
Governatore, il Senato, il Re, venivano spesso invocati 
arbitri in questioni insorte fra i Membri del Tribunale di 
Provvisione e quelli del Consiglio generale, fra i Ministri 
Regi i Senatori, ira il Podestà e i Capitoli delle Chiese 
per la precedenza nel camminare o nell'entrare da una 
porta, per il modo con cui dare o ricevere l'acqua santa, 
pel colore, la forma, la collocazione delle sedie in chiesa, 
per la grossezza o il peso de' ceri ! 

Caratteristica prova di questa devozione ufficiale è lo 
zelo col quale l'Autorità municipale, cioè il Vicario coi 
Dodici di Provvisione e il Consiglio dei Decurioni, si ado- 
perarono per ottenere da Roma la canonizzazione di Carlo 
Borromeo, l'Arcivescovo riformatore che nel secolo antece- 
dente aveva saputo rendersi tanto popolare. Ad ottener 
quello scopo, il Municipio spese somme ingenti, mentre 
pure, in quegli anni in cui stavano a Milano per inaridirsi 
le fonti della ricchezza, a ben altri bisogni poteva essere 
consacrato il pubblico denaro. 

Ma sarebbe ingiusto condannare in questo i Milanesi. 
A quel tempo già l'influenza deleteria e corruttrice degli 
spagnuoli premeva sul nostro popolo; alle iniziative utili 
e feconde dei tempi passati, che in tutti i campi avevano 
portato la Lombardia a tanta grandezza, non si poteva più 
pensare; quella canonizzazione ci rappresenta in certo 
modo un risveglio di coscienza nazionale, nell'esaltazione 
d'un uomo che aveva saputo levar tanto alta la dignità 
del suo ufficio anche di fronte ai nuovi dominatori. 

È ben curioso lo studio di questo episodio nei docu- 
menti civici: quanta attività, quanta pazienza, quante 
spese, ci son volute per ottenere da Roma la santificazione 
del Borromeo! Bisognò mandare accurati elenchi di tutte 
le istituzioni da lui fondate, di tutti i miracoli compiuti. 
Tra quegli incarti si legge persino una lettera di Carlo 



— 160 - 

Emanuele eli Savoia ai nostro Sindaco, o Vicario di Prov- 
visione che dir si voglia, narrante un miracolo a lui per- 
sonalmente fatto da S. Carlo. 

I viaggiatori stranieri che passavan per Milano osser- 
vavano con certa sorpresa questi entusiasmi. L'Addison 
fa rilevare come i Milanesi sieno riusciti ad ottenere la 
santificazione del loro concittadino prima del tempo ordi- 
nario, giacché la chiesa romana per consuetudine non l' ac- 
corda se non dopo cinquantanni dalla morte del candidato ; 
l'arguto inglese non nasconde il suo stupore perchè gli 
interessi d'una città e d'una famiglia possano influire su 
deliberazioni di tanto rilievo. non sarebbe meglio' sog- 
giunge che invece di uomini moderni, santificassero gli 
apostoli i quali hanno assai più indiscutibilmente diritto 
a questo privilegio? Gilbert Burnet ci rivela a questo 
proposito, un particolare ben curioso : la canonizzazione di 
S. Carlo, die' egli, costò alla città più di diecimila scudi, 
ed è questa la ragione perchè non si sollecita ora quella 
di Federico Borromeo, quantunque si sia convinti ch'esso 
ne sia meritevole al par dell'altro : il far fare un Santo 
costa troppo. La venerazione del popolo pei' S. Carlo rag- 
giungeva il fanatismo ; lo stesso Burnet, non potè in Duomo 
avvicinarsi alla tomba del Santo, tanta era la calca che la 
circondava. 

Non fa meraviglia che in condizioni siffatte la religione 
degenerasse, presso il popolo ignorante, in superstizione; 
ma quello che riempie di stupore chiunque scoria le istorie 
di quei tempi si è che persone elevate per posizione sociale, 
per ingegno e per coltura, indulgessero agli stessi pregiudizi 
ond'erano offuscate le menti del volgo; che magistrati, i quali 
pur nelle cause civili davano prova di profonda sapienza 
giuridica, potessero istruir processi o firmar condanne di 
morte contro supposte streghe, frequentai rici della messa 
diabolica o della tregenda sul monte Tonale; che mentre 
infieriva la pestilenza, descritta dal Manzoni, e il volgo, 









"'Il I I I I- 



.00 



Scacco clù $rciccia,7Se.rvU,*yHil:cvnesi. 



^Facciata, ecC ina ressa cCeMcv, 'Bibiioteccv^Am^ro^f^rvcL 



— 161 — 

preso da strana follia collettiva, perseguitava gli untori, 
non una, fra tante insigni persone che contava Milano, 
abbia avuto il coraggio di levarsi contro sì stolte credenze, 
ma invece, una città che aveva dato al mondo luminosi 
esempi di civiltà, potesse assistere impassibile agli atroci 
supplizi inflitti a G. Giacomo Mora e ai suoi compagni, 
accusati di aver diffuso la pestilenza con venefìci unguenti ! 




11 



— 162 



V. 

LE VIRTÙ DEI MILANESI NEL SEICENTO. -- ENERGIA DEI MA- 
GISTRATI cittadini. -- L'inquisizione a Milano. — Il 
Vicario in carcere. — Principi di riforma economica. 

— La Congregazione di Stato e le origini della 
«Provincia». Patrizi benemeriti. - Il Senato. 

— La Coltura : Gli storiografi del Comune. I Col- 
lezionisti. 

Noi abbiamo descritto un assai fosco quadro delle con- 
dizioni sociali ed economiche del popolo milanese durante 
il dominio spaglinolo: ma saremmo ben meschini interpreti 
e giudici della storia civile se non mettessimo in rilievo 
anche quanto in quell'epoca e in quella gente v'era di 
buono: che anzi i mali più sopra accennati, dovuti non 
solo all' influenza spaglinola, ma a molte cause, che non è 
qui il luogo di esporre, soli comuni a tutto il popolo ita- 
liano e non all' italiano soltanto: mentre di ben altri fatti 
deve tener conto chi vuol tessere la storia del popolo lom- 
bardo nel secolo XVII, e correggere le esagerazioni che gli 
storici sono andati ricopiando gli uni dagli altri, inconscia- 
mente concordi nel dipingere quel popolo come caduto in 
un abbrutimento bestiale. 

Giunto al Seicento, così scriveva il Sismondi, approvato 
anche da Francesco Cusaiii, l'insigne storico di Milano: « Il 
Ducato di Milano non avendo nel secolo XVII esternato alcuna 
volontà nazionale, uè essendosi appigliato ad alcuna risolu- 
zione spontanea, essere non può argomento di separata storia. 
Esso sopportò come le altre provincie spaglinole i mali 
causati dalla dappocaggine e dal tasto dei primi ministri ». 



— 163 — 

Ali! no: La storia dei Milanesi in questo periodo non 
sta nette vicende politiche, le quali son piuttosto storia di 
Spagna, o nei pochi fatti esteriori che si raccontano a ri- 
prova di quella tesi; sta negli atti delle amministrazioni e degli 
istituti civici, a cominciare dal Tribunale di Provvisione. 

Quegli atti ci dimostrano che almeno le classi elevate 
lottarono sempre, entro i limiti della legalità, contro le 
angherie, le sopraffazioni del Governo spaglinolo. 

Quando Filippo II volle introdurre la Inquisizione di 
Spagna a Milano (1563), per farne, come si capisce, stru- 
mento di inquisizione politica, il Tribunale di Provvisione 
organizzò una sapiente ed efficace opposizione. Ambascia- 
tori del Comune, Gottardo Reina e il conte Sforza Morone, 
circuirono in Roma il Papa, Pio IV, e, aiutati da insigni 
personaggi milanesi che in Roma dimoravano, quali Carlo 
Borromeo, Lucio e Pomponio Cotta, Francesco Bossi, Fran- 
cesco Alciato, ed altri, lo indussero ad osteggiare i disegni 
del Re; un altro ambasciator milanese, Sforza Brivio, ap- 
poggiato dai cardinali milanesi Morone e Simonetta, e dal 
Vescovo di Venti miglia, pur milanese, Carlo Visconti, co- 
raggiosamente portò la quistione in mezzo al Concilio di 
Trento e seppe predisporre gli animi in favor di Milano; 
sì che il Papa fece capire a Filippo II che non era il caso 
di insistere, e il Re rimangiò la proposta. 

Quando il Governo volle introdurre un carico iniquo 
a favore delle milizie, il Vicario di Provvisione così ener- 
gicamente protestò, che il Governatore lo fece arrestare, 
ma non pas'saron ventiquattro ore che l'aveva rimesso in 
libertà e fattogli le sue scuse. Tanto era il prestigio della 
prima Autorità cittadina! Il Municipio manteneva un'Am- 
basciata a Madrid pei 1 far valere le proprie ragioni, era infor- 
mato a tempo di tutto quanto si macchinava alla Corte 
che potesse tornare svantaggioso agii interessi di Milano. 

Ver rimediare agli iniqui riparti delle imposte, le città 
e le campagne crearono la Congregazione (ti Stato, un 



— 164 — 

Consiglio formato dei rappresentanti di tutte le città lom- 
barde e di quelli dei contadi, che il Governo dovette 
riconoscere, rispettare, ascoltare. Quel consesso durò fino 
alla rivoluzione francese, e per due secoli attivamente 
lavorò a mitigare i danni di una amministrazione disor- 
ganizzata e cieca. A quel consesso si deve l'aver sempli- 
ficato di molto le macchine troppo complicate dell'ammini- 
strazione delle città, sottraendo ad esse § i contadi, talora 
estesissimi, per quanto riguarda la ripartizione e la esa- 
zione delle imposte, e facendo così un primo passo verso 
la costituzione della Provincia. 

Quando, dopo il 1630, si videro le industrie milanesi 
ridotte all'estremo, e il Governo del Re Cattolico, con 
indifferenza da mussulmano, mirar la rovina, a Milano 
si istituiva (20 luglio 1631) una Giunta di Mercimonio, 
composta del Vicario di Provvisione, di un Regio Luogo- 
tenente, di due Conservatori del civico patrimonio e di 
quattro membri del consiglio dei Decurioni, coli' incarico 
di tenersi in perpetua relazione coi mercanti e industriali, 
di indagare le cause dello sfacelo e preparare i rimedi, 
nonché di ridurre ad oneste proporzioni i prezzi saliti 
in quel tempo ad altezze esagerate. Una istituzione sul 
genere dei Cinque Sa vii della Mercanzia a Venezia, e del 
Consiglio di Commercio fondato in Francia nel 1602 da 
Enrico IV. 

Mentre era concetto quasi universale che causa del- 
l' impoverimento fosse il lusso, e dappertutto si voleva 
combatterlo con leggi suntuarie, tanto più inutili quanto 
più diligenti e minuziose, qui da noi si perdeva ogni fede in 
quei- vani provvedimenti, non si volle più sentir a parlare 
di siffatte leggi, e si lottò invece per ottenere una maggior 
libertà di commercio, una più ragionevole organizzazione 
delle dogane, un freno alla eccessiva tendenza monopoliz- 
zatrice delle Corporazioni, le quali osteggiavano tirannica- 
mente ogni attività che accennasse a svolgersi fuori del 



— 105 — 

loro seno, un incoraggiamento valido e continuo a chi 
introducesse e facesse prosperare industrie nuove. 

Pregiudizi enormi intralciavano l'opera delle autorità 
cittadine ; ma pure qualche cosa ottennero e, già sulla fine 
del secolo XVII, si notava un rinvigorimento nella produ- 
zione manifatturiera di Milano. Alcuni intraprendenti in- 
dustriali forestieri, allettati da privilegi e da esenzioni, 
avevano impiantato officine e manifatture, ingaggiando 
contro le corporazioni e i monopolii quella lotta che nel 
secolo seguente doveva conseguire un completo trionfo. 
Se nel 1663 l'inglese Giovanni Hanford non riuscì a vin- 
cere le opposizioni dei fabbricanti di calzette a mano, per 
fondare l'industria nuovissiama delle calze a telaio, sì che 
solo nel 1722 questa fabbrica si potè impiantare, poterono 
nell'81 Ambrogio Mazzardi dar vita ad una manifattura di 
stoffe seriche, velluti e damaschi all'uso d'Inghilterra e 
l'anno seguente G. B. Baldacchini introdurre l'arte di lu- 
strare i drappi auroserici all'uso di Venezia, e nell'87 un 
Gatti e un Trevi iniziar la fabbrica delle felpe di seta ri- 
levate. Gli incerti criteri economici del tempo non permi- 
sero di raggiungere completamente lo scopo, ma non v'ha 
dubbio che gli spiriti fossero sempre vigili ed attivi. 

In Milano viveva una istituzione civile di alta e me- 
ritata autorità: il Senato. Lo aveva creato, con provvido 
pensiero, Re Luigi XII sull'esempio dei Parlamenti Fran- 
cesi, lasciandogli però un certo qua! carattere nazionale 
che lo rendesse accetto al popolo e dotandolo d'ampi po- 
teri che valessero a moderar l'arbitrio dei Governatori. Lo 
composero in origine diciassette membri scelti, com'era co- 
stume in Francia, tra i Prelati, tra i Cavalieri, tra i Giu- 
reconsulti; più tardi le « Nuove Costituzioni », onde nel 1541 
fu riformato il diritto pubblico milanese, ridussero i membri 
a quindici, tutti Giureconsulti, il Senato ebbe il suo assetto 
definitivo e meglio si delineò quale supremo Magistrato 
politico, camerale e giudiziario (di giudizio e d'appello) con 



— 166 — 

■attribuzioni larghissime, con dignità pari alla Regia, con 
autorità in certi punti superiore persino a quella del So- 
vrano del quale interinava i decreti. 

Con tali poteri il nostro Senato visse tre secoli d'una 
vita gloriosa, studiandosi di promuovere e mantenere, a 
vantaggio dei cittadini, l'unione e la concordia; protestò 
sempre contro gli attacchi del Governo intesi a menomarne 
l'autorità, la dignità e l'indipendenza; si adoperò a fre- 
nare la baldanza delle soldatesche e a ristabilire la pub- 
blica sicurezza; spiegò una energica azione nella lotta fra 
la Potestà laica ed ecclesiastica, specialmente ai tempi di 
S. Carlo, e, se nelle sentenze criminali troppo spesso in- 
dulse ai pregiudizi del tempo, elevò in quelle civili un 
meraviglioso monumento di sapienza giuridica. E il popolo 
sempre lo venerò perchè in esso vedeva rifugiarsi, come 
in un santuario, la moralità, la. giustizia, il dovere, virili 
a quei tempi rare e preziose. 

In un'epoca in cui i privilegi di casta separavano in 
Milano, come in tutto il mondo, le classi della cittadinanza 
ed impedivano, perfino nel campo del lavoro e dell' inte- 
resse, una unione di forze che avrebbe prodotto incalcola- 
bili benefìci, si organizzava, nei 1636, una istituzione che 
tutte le classi riuniva, almeno allo scopo di difesa comune: 
la milizia urbana e forese. In quell'anno il Consiglio civico 
dei Decurioni decretava che « per difesa della patria si 
debba istituire una milizia della città a condizione che 
debba servire esclusivamente a difesa della medesima e per 
quel tempo che alla città parerà bisogno ». S'impose per la 
spesa una capitazione e anche il clero, di solito esente, 
s'adattò a contribuire. Si ripartì la nuova milizia, di sei 
mila militi fra i diciotto e i cinquantanni, in sei Terzi, o, 
come diremmo noi, Reggimenti, comandato ciascuno da un 
Mastro di Campo, assistito da capitani, tenenti e sergenti 
scelti in -parte fra i patrizi, in parte fra i borghesi. Ogni 
Terzo ebbe la sua bandiera portante da un lato l'insegna 



— 167 — 

del Comune, dall'altro lo stemma gentilizio del Capo. Reg- 
geva Finterò corpo un sopraintendente generale eletto dal 
Governo: il primo fu il Conte d'Adda, l'ultimo il Conte 
G. Galeazzo Serbelloni che occupò la carica dal 1776 al 1796. 

D'otto mila militi era composta la milizia forese, di- 
stribuiti, in compagnie nelle Provincie dello Stato, per la 
difesa dei rispettivi territori, sotto gli ordini di un coman- 
dante generale. 

È dunque una leggenda che la Guardia Nazionale sia 
un'invenzione degli uomini del 1796. In Lombardia esisteva 
da cento cinquantanni nel corso dei quali potè rendere 
preziosi servigi nelle calamità pubbliche, durante le guerre 
e i cambiamenti di signoria. 

Uomini insigni, in ogni campo, non mancarono : non 
parliamo di Carlo Borromeo, Arcivescovo dal 1560 al 1584, 
quasi dittatore e capace di far chinare il capo agli stessi 
Governatori di Spagna, uè di Federigo Borromeo che con 
azione non meno efficace, quantunque forse più cristiana- 
mente umile, sempre e dovunque tenne alta la buona fede e 
la verità, quando, come abbiam veduto, la bigotteria e le 
superstizioni pareva soverchiassero la vera religione; ma i 
Taverna, i Castiglioni, i Visconti, i Brivio, i Morone, sosten- 
nero ambasciate e diressero cancellerie : Luca Pertugiati pre- 
siedette il supremo Consiglio d'Italia a Madrid : Bartolomeo 
Arese, presidente del Senato, fu, sotto il regime di tredici go- 
vernatori, la persona più autorevole di Milano. Non tutta- la 
nobiltà era ignorante, burbanzosa, presuntuosa; ma molti, 
potremmo forse anche dire la maggior parte, dei nobili si 
consacravano alle magistrature* civiche, alle quali solo essi 
potevano accedere, non trattandole come sinecure né sfrut- 
tandole per interesse personale. Di questi integri magistrati 
è bello esempio Lodovico Melzi, il Vicario di Provvisione 
che compare nei Promessi Sposi a sedare il gran tumulto. 

La coltura, sebbene, come vedremo tra. poco, molto 
tendesse a quell'empirismo enciclopedico e superficiale che 



— 168 — 

il Manzoni ha così ben ritratto nel tipo eli Don Ferrante, 
aveva pure i suoi insigni rappresentanti: basti citare l'i- 
niziativa gloriosa del Cardinale Federigo Borromeo nel 
creare la Biblioteca Ambrosiana, oggi ancora tra le prime 
del mondo, la Pinacoteca e l' Accademia di Pittura. Nu- 
trito di forti studi era il Canonico Ripamonti scrittore 
d'una storia di Milano in classico latino; il Municipio lo 
nominava suo storiografo e lo pagava, e assegnava altri 
non meschini sussidi alla pubblicazione di opere storiche ; 
si fa oggi altrettanto? Il Puricelli fu per Milano un pic- 
colo Muratori; il Pertusati aveva raccolto una biblioteca 
preziosa, gli Archinti una grande collezione archeologica, 
il Mezzabarba una numismatica di prim' ordine, il Cano- 
nico Manfredo Settala un curiosissimo museo. 

Sul teatro, dove regnava la commedia dell'arte, spesso 
volgare e scipita, Carlo Maria Maggi portò una vita nuova 
con quelle sue commedie, miste di italiano e di dialetto, 
piene di brio e di arguzia, specchio vivo e fedele della vita 
milanese del suo tempo. Egli creava l'originale tipo di 
Donna Quinzia che fu modello alla Paola Travasa di Carlo 
Porta e creava la maschera di Meneghino che tanto ha 
esilarato, il popolo di Lombardia. A incoraggiare l'arte 
drammatica sorse un gran mecenate il Conte Vitaliano 
Borromeo, il quale, nel suo principesco palazzo all' Isola 
Bella sul Lago Maggiore, aveva costrutto un teatro più bello 
di quel di corte e vi dava eccellenti spettacoli di prosa e 
di musica eseguiti da artisti di cartello : il Maggi scriveva 
i libretti che venivano musicati dai più celebri compositori. 

Tutto quanto siamo andati esponendo ci par dimostri 
all'evidenza che, se sotto il seguente dominio austriaco la 
Lombardia risorse a sì vigorosa vitalità, non fu perchè Maria 
Teresa o Giuseppe II avessero creato dal nulla, con una 
bacchetta magica, tutte le virtù civili, ma perchè queste 
virtù avevano germinato nell'oscurità e nel silenzio durante 
il dominio spagnuolo. 



— 169 



VI. 

Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano: Gilbert 
Burnet, Richard Lassels, Addison, Mabillon, Mon- 
conys — i vetri alle finestre — i corsi di carrozze 
— L'Albergo del Pozzo — Il Castello Sforzesco 
nel Seicento — La Biblioteca Ambrosiana. 

A dare l'ultimo tocco, e sarà forse il più efficace, al 
quadro della vita milanese nel secolo XVII, spigoliamo tra 
le impressioni di alcuni viaggiatori stranieri. A sentire i 
nostri scrittori, i quali tradizionalmente sono andati esage- 
rando la decadenza di Milano, la capitale dell' Insubria 
sarebbe stata nel Seicento una città miserabile e deserta. 
Non così la giudicarono persone fornite di elevata cultura, 
che pur venivano da paesi molto innanzi sulla via del 
progresso. 

Ecco le prime impressioni dell' inglese Richard Las- 
sels, venuto da noi verso il 1670 : « È una grande città » 
die' egli : « ha dieci miglia di circuito ed è cinta di mura, 
dieci porte, duecento chiese e trecentomila abitanti ». Le 
cifre, quantunque ripetute da altri, saranno un pò esage- 
rate; e pare impossibile che dopo la peste del 1630 tanta fosse 
la popolazione mentre i documenti dei nostri archivi de- 
plorano ad ogni passo lo spopolamento; tuttavia, a chi 
la visitava, non daA r a per nulla l' idea d' una città abban- 
donata. « Una delle cose più singolari di Milano, » continua 
il Lassels, « è la gran quantità di nobili che vi dimora » ; 
questa osservazione egli fece un giorno di festa nel vedere 
un grandissimo numero di carrozze alla porta di una 



- 170 — 

chiesa, che non era delle maggiori. Innumerevoli sono in 
Milano gli artigiani, orefici, armaiuoli, tessitori, operai 
in seta, tiratori d'oro, lavoratori di cristallo; d'onde il 
detto che chi vuole restaurare l'Italia deve distrugger 
Milano, perchè allora tutti gli operai che la popolano si 
sparpaglierehhero per la penisola dove sono scarsi. Questo 
proverbio era ben in voga nel seicento : prova evidente 
che se a Milano si piangeva, non si rideva altrove, 

« Città magnifica e popolosa » la chiama il celebre erudito 
Mabillon, venuto nel 1(585; e licitato Gilberto Burnet, nel 
medesimo anno, così si esprime : « ciascuno sa che è una 
delie più belle e più grandi città del mondo, quantunque 
sia situata lungi dal mare e non abbia alcun fiume navi- 
gabile: e, non solo è grande e bella, ma è ricchissima 
come provano la sua vasta distesa, la bellezza dei suoi 
edifici e specialmente la sontuosità delle sue chiese e dei 
suoi conventi ». 

Una sola cosa sembrava contrastare colla magnificenza 
degli editici, e pareva agli stranieri molto singolare : 
la mancanza di vetri alle finestre! « la quale obbliga a 
restar chiuso come in una scattola chi non voglia essere 
esposto a tutti i venti ». Questo porge occasione al Burnet 
per fare la seguente considerazione : « la mancanza di 
vetri si riscontra anche in Firenze e ancor più nelle pic- 
cole città d'Italia cìie sono troppo povere per concedersi 
quel lusso. Sia per la durezza del Governo sia per l'arti- 
ficio dei preti (è un anglicano che parla) che spigolano 
tino all' eccesso quel poco che resta della devastazione del 
Principe, per arricchire le loro chiese e conventi, il popolo 
è qui in grande povertà, quantunque a veder le chiese si 
creda il contrario. A Milano son così magnifiche che non 
si immaginerebbe mai d'onde tante ricchezze possano per- 
venire se non si sapesse che essa è un purgatorio con un 
fondo inesauribile. Ma con tutto questo è una verità in- 
discutibile che il popolo sia povero ». Non aveva torto il 



- 171 - 

Blirnet: il pauperismo era davvero grande a Milano, ali- 
mentato, incoraggiato dalie congregazioni religiose mede- 
sime che colle quotidiane elemosine abituavano i poveri 
all'ozio. «Ma per compenso, » continua il Burnet « i gen- 
tiluomini ostentano gran lusso, tanto negli abiti, quanto 
negli equipaggi e nel seguito. Non è il caso, » conchinde, 
« di domandarsi se le donne fanno altrettanto. Non v'è 
città d'Italia dove si mostrino in pubblico più che a Mi- 
lano » : e questo, aggiungiamo noi, è vero oggi giorno al 
pari che nel secolo XVII. 

Cominciavano allora quegli sfarzosi corsi di carrozze 
che vedremo poi tanto ammirati nel secolo XVIII; il Mon- 
conys, un francese che fu a Milano nel 1664, non mancò di 
ricordarli nelle sue relazioni, notando lo sfarzo delle toilettes 
femminili e delle vetture tutte ricoperte di tela d' argento e 
d'oro, divelluti e di ricami. Il giorno in cui vi assistette 
il Monconys, partecipava al Corso il Principe di Toscana, 
che era ospite del Marchese Visconti : e ad onorarlo in- 
tervenne anche il Governatore Pone 3 de Leon, in una 
bella carrozza, a sei cavalli, di velluto verde con ricami 
d'oro, seguito dai suoi cortigiani e dalle guardie a cavallo. 
Ufficiali di Giustizia, a cavallo, regolavano il Corso fa- 
cendo arrestare o proseguire le carrozze a tempo opportuno, 
per impedire F ingombro. 

I forestieri scendevano per lo più all'Albergo del 
Pozzo; anche il Pozzo, che già nel 1515 ospitava gli Am- 
basciatori della Svizzsra, e ancora sulla fine del secolo XVIII 
sarà dichiarato il migliore albergo della città dal Duclos, 
che pur diceva corna degli alberghi italiani, e dallo Joung 
pari ai migliori di Francia, anche il Pozzo merita il suo 
posticino nella storia di Milano. Si recavano innanzi tutto 
a visitare il Duomo; esso era ben lungi dall'avere l'aspetto 
in cui lo ammiriamo noi ; non aA r eva guglie, eccettuate le due 
falle nel XV secolo, un rozzo tetto lo ricopriva; della 
facciata non v'era che la parte inferiore, consistente nelle 



— 172 — 

porte del Pellegrini, e dietro a questa si vedeva ancora 
L'antica facciata di S. Maria. Considerando che fino dal 1386 
il Duomo era stato principiato, e tanto mancava a finirlo, 
gli stranieri concludevano che non io si sarebbe finito 
mai; perchè il clero italiano, dice il Burnet, sa benissimo 
che fin che vi è qualche cosa da fare c'è modo di sfruttare 
la bigotteria del popolo. Questo giudizio è ripetuto di 
frequente anche dai viaggiatori del secolo XVIII. La catte- 
drale, anche nello stato in cui si trovava allora, stupiva 
per la grandiosità, per la copia d'ornamenti e sopratutto 
per il numero delle statue; chi ne contava sette, chi dieci, 
chi quattordicimila, esagerando tutti, perchè esse non sono 
oggi che duemilatrecento, e allora erano molto meno; ma 
lo stile non piaceva : siamo nel Seicento, quando il gotico 
è disprezzato; l'Addisoii lo chiama una gotica catasta; 
il Burnet dice: « Il Duomo non è india per quanto riguarda 
l' architettura, perchè tutto è gotico e per conseguenza gros- 
solano.... » 

I monumenti più spesso visitati dai foraslieri erano : 
S. Ambrogio, l'Ospedale Maggiore, che ispira al Lassels 
espressioni di questo genere : « Magnifico ; si desidererebbe 
quasi di essere un po' ammalato per alloggiarvi ; un re vi 
potrebbe stare senza incomodo »; in questo secolo coi co- 
spicui lasciti d'un ricchissimo negoziante milanese, G. B. 
Garcano, s'era aggiunto un altro grandioso corpo di fabbri- 
cato al primitivo edificio sforzesco, dove gli stranieri po- 
tevano ammirare lo stupendo corti Le centrale, capolavoro 
degli architetti Renimi, Mangone e Pessina. E poi : il Laz- 
zaretto, S. Nazaro, S. Lorenzo, che il Lassels dice costrutto 
sul modello di S. Sofìa di Costantinopoli, e il Mabillon, 
strano, antico tempio d'Ercole; S. Vittore, col grandioso 
Convento dei Monaci Olivetani ; la Madonna di S. Celso, 
S. Marco, la Passione. 

Del Castello ci dà il Lassels una descrizione che vai 
la pena di riferire: «È una delle migliori fortezze d'L 



— 173 — 

lalia, se si deve credere al Duca di Rolian, competen- 
tissimo giudice. Guardia ordinaria 500 spagnuoli, con un 
Governatore particolare che non dipende dal Governatore 
dello Stato. È più una città che una tortezza; ha un miglio 
e mezzo di circuito e fornisce ai soldati tutto il necessario : 
vi sono strade, case, palazzi pei principali ufficiali, piazze, 
botteghe con ogni genere di mercanzie, e per fino negozi 
d'oreficeria. Cinque fontane o pozzi che non asciugano 
jnai, un molino, un ospedale, una chiesa con otto o dieci 
cappellani e un curato. Sulla piazza si possono schierare 
seimila uomini in ordine di battaglia. Sui bastioni e nel- 
l'arsenale vi sono duecento pezzi di cannone; ci si mostrò 
quello che uccise il Maresciallo di Crequi, messo a riposo 
per ricompensa di tanto servigio. » 

La Biblioteca Ambrosiana era variamente giudicata: 
il Mabillon la loda senza restrizioni; l'Addison, altro tipo 
d'uomo erudito, nota che, secondo il costume italiano, si 
sono spesi più denari in pitture che in libri. Secondo lui 
i libri sono la minor parte del patrimonio che ordinaria- 
mente si raccoglie nelle biblioteche italiane ; si preferisce ador- 
narle con pitture e statue. Il Burnet ne loda la sede, e la 
ritiene, al contrario dell' Addison, ricchissima in libri ; ma, 
da buon anglicano del seicento, sempre pronto a lanciare 
una frecciarella ai cattolici italiani, trova che le opere 
buone son poche, e troppe invece quelle di scolastici e di 
canonisti : « secondo la moda d' Italia, dove ciascuno si 
consacra volentieri agli studi della scolastica e del diritto 
canonico. » E malignacelo è davvero il Burnet, quando, 
accennando alle sale dei manoscritti, soggiunge : « Il biblio- 
tecario li mostra, ma senza capirne nulla; non vi aspettate 
di saper da lui che cosa sono ; scommetto che è tutta roba 
che riguarda S. Carlo! » Anche il Lasse] s dice la sua: la 
raccolta di quadri con ritratti di uomini illustri non gli va 
a genio; è una spesa inutile; meglio sarebbe stato impiegar 
que' denari in libri che onorano i sapienti assai più che 
non i ritratti. » 



174 



VII. 

La coltura empirica e barocca a Milano - - Il Museo 
Settala e le sue strabilianti collezioni -- Un passo 

DEL SOMAGLIA E UN PASSO DEL TORRE -- Un FUNERALE 
SPETTACOLOSO IN DUOMO. 

Eppure quei signori che trovavano tanto a ridire nelle 
nostre biblioteche, sol perchè i Lunghi scattali si inter- 
calavano con quadri e statue a ricreazione dell'occhio e 
dello spirito affaticato dallo studio intenso, si deliziavano 
nel Museo Settala, che era tutto quanto di più empirico, 
di più superficiale, anzi di più ciarlatanesco poteva offrire 
il Seicento. Non uno dei visitatori di Milano nel secolo XVI] 
e nel XVI 11 si asteneva dal visitare le collezioni raccolte 
dal canonico milanese Manfredo Settala, un erudito al 
quale non può non aver pensato il Manzoni nel creare ii 
tipo di don Ferrante. Il Monconys, che era alla sua volta 
un don Ferrante francese, ce ne ha lasciato un'ampia 
descrizione. Fondatore primo di questa raccolta eia stato 
il famoso protofìsico Lodovico Settala, il quale tanto aveva 
operato durante la peste; uomo senza dubbio di vivissimo 
ingegno, che, se in molle cose era Legato ai pregiudizi dei 
contemporanei, in molte altre di molto li avanzava : 
ma al figlio Manfredo spetta il merito di avere ingrandito 
il primo nucleo, consistente in una biblioteca e in una 
galleria, tino a formarne una istituzione unica e impor- 
tante della sua città natale, un luogo pieno di attrattive 
non solo pei- gli studiosi, ma per tutti quanti della scienza 
volessero cogliere senza fatica i più Tacili frutti. 



— 175 — 

Mentre nel Quattro e nel Cinquecento il criterio nel 
raccogliere cose rare era determinato sopratutto dalla brama 
di adunare ogni bellezza, nel Seicento invece anche i Musei 
aspirano a rappresentare lo stato delle scienze, si prefìg- 
gono di raccogliere tutto quanto possa dare un'idea del 
mondo, dell'uomo e della sua storia; non era ancora in 
quei tempi stabilita V indipendenza delle varie discipline. 

Così nelle sale del Palazzo Settala nella via Pantano, a 
due passi dalla basilica di S. Nazaro, il visitatore ammirava 
una ricchissima'collezione di strumenti matematici, astro- 
labii, sfere armillari, compassi; una raccolta meravigliosa 
di orologi di tutte le forme e di tutti i sistemi, taluni 
regalati al Settala da principi e da altissimi personaggi ; 
una lunga serie di canocchiali d'ogni genere, e di micro- 
scopi, istruiiienti ottici svariatissimi e specialmente potenti 
specchi ustorii. Varie raccolte di minerali provenienti dalle 
miniere del Perù o d'altre regioni lontane, di cristalli 
curiosi dove si vedevan rinchiusi fili d'erba, goccie d'acqua 
semoventi, insetti, conchiglie fossili; e poi oggetti orientali, 
archi, treccie, faretre turche, cliinoiseries; e poi una col- 
lezione numismatica di molto valore, della quale egli stesso 
aveva compilato il catalogo, e le antichità che di tratto in 
tratto si andavano scavando in Milano. 

Gran parte degli oggetti erano fabbricati dalle sue 
stesse mani, tanto era versatile e ingegnóso : tornitore abi- 
lissimo faceva artiglierie d'avorio, carrozzine con cavalli 
e cocchieri che potevano stare sotto l'ala d'un' ape, stra- 
nezze di cui l'epoca si compiaceva; se non fosse stato il 
pregiudizio spagnolesco che faceva ritenere ignobile il lavoro, 
circondato d'abili operai, il Settala avrebbe potuto fondare 
in Milano una feconda industria. Egli invece amava inse- 
gnare l'arte del tornio ai nobili suoi pari. Fabbricava can- 
nocchiali, ed aA r eva anzi nuovi trovati pei' quelli a più 
canne, perfezionava i inicroseopii, e quelli da lui fabbri- 
cati divennero famosi, si dedicava al perfezionamento d'altri 



— 176 - 

istr irnienti, specialmente degli spacchi ustòrii ond'era chia- 
mato nuovo Archimede. 

Stava al corrente di tutte le invenzioni meccaniche : se 
non che mentre in questo par di vedere un vero scienziato, 
instante altre cose^egli rivela quella puerile smania dello 
strano e del miracoloso, che è così caratteristica negli 
uomini di quel secolo : era capacissimo di discutere se 
l'uccello del paradiso fosse o no la fenice, se avesse o no 
i piedi, se vivesse o no d'aria come il camaleonte; al si- 
gnor di Monconys diceva d'aver scoperto il segreto d' un 
certo Borri, che pretendeva di ridar la vista a un animale 
dopo avergli cavato gli occhi e d'averli incisi dov'è l'u- 
more; segreto che consisteva nei mettere sulla piaga del 
jùs di chelidonio ; diceva d'aver il segreto per fabbricare 
in una notte tre grossi cannoni da batteria. 

E cosìjper interessare le persone ignare di scienza ador- 
nava'i suoi apparati in modo da renderli piuttosto depo- 
siti di balocchi che ricetto d'istrumenti scientifici ; ai suoi 
orologi, per esempio, univa clavicembali ed altri istrumenti 
musicali che suonavano alle ore volute, e sopra vi poneva 
figurine variamente vestite che, grazie a vari giuochi di 
molle, eseguivano danze. Di un orologio aveva fatto una 
tigre che moveva gli occhi, di un altro un cane che sal- 
tava, e così via. Si scervellava a crear meccanismi che 
dessero "l'illusione dell'automatismo; aveva fabbricato una 
sfera d'ottone che correva sopra uno specchio per un tempo 
lunghissimo, un mostro che mandava ululati spaventosi 
dalla bocca e schizzava vipere dagli occhi. 

Gli è che, a differenza di Galileo e del Redi, nei quali 
trionfa la critica e il metodo che dagli esperimenti trae le 
leggi della scienza, nel Settata, come nella maggior parte 
dei suoi contemporanei, fossero pure accademici del Ci- 
mento, l'amore dell'esperienza riesce solo in quanto è fonte 
d'interesse e pascolo di curiosità. Tuttavia anche l'opera 
di questi empirici fu profìcua, perchè contribuiva a for- 



— 177 — 

mare, intorno all'uomo dotto, una società che lo poteva 
intendere ed apprezzare. Se a Milano invece del Governo 
spagnuolo che non pensava 'se non ad imporre balzelli, 
fosse stato un Governo paesano, la scienza e. la fatica di 
Manfredo Settala non sarebbero andate perdute. 

Il Museo Settala non andò tutto disperso. Una parte 
di quei curiosi oggetti passò alla Biblioteca Ambrosiana. 

Questa tendenza ad affastellare le cose più disparate, 
a compiacersi delle più grossolane stramberie, si ma- 
nifesta un po' dappertutto, nella letteratura, nell'arte, nelle 
cerimonie. L' « Alleggiamelo dello Stato di Milano » di 
Gian Luca della Somaglia, e il « Ritratto di Milano » di 
Luigi Torre, già assai bene ci rappresentano le esagera- 
zioni dello stile, e le storture del pensiero nel Seicento. 

Dice il Somaglia, in un'opera che tratta del modo di 
diminuire il peso delle imposte: « Non si puoi negare che 
il buon governo delle Gittadi nasce in gran parte dalla 
superiore vigilanza, dalla vigilanza delle persone pubbliche, 
a cui gli negozii ed affari sono appoggiati. Perciocché non 
basta l'ha ver con avveduta e consigliata prudenza eletti 
ufficiali idonei ahi carichi, ma conviene invigilare come si 
portino nelli maneggi. Anche le cicogne si congregano in 
circolo e con dettami naturali preveggono e proveggono a 
quanto fa di mestieri, o per trattenersi dove si trovano o 
per marciar in altri paesi migliori ; ma tra di loro è asse- 
gnata quella che sollecitamente vola e invigila se ciascuna 
esercita puntualmente la cura imposta». 

Lasciamo le cicogne a consiglio e sentiamo il Torre 
scusarsi coi suoi lettori della sua prolissità, mentre im- 
prende a parlare della Porta Ticinese ; « Mercurio fu quel 
Dio ch'ebbe in tutela questa Ticinese Porta ; a questo Dio 
fu attribuito il sapere; così nei suoi gesti si trova, per 
l'eloquenza, essere stato più volte affacendato in amba- 
scerie ed in altri impieghi, adoprando finezze retoriche o 
per encqmmre o per persuadere. Io lo voglio palesare in 



— 178 — 

questa giornata per la Deità delle ciarle, e se voi mi tro- 
verete, o signori Passeggeri, per uomo troppo imparolato, 
dite ch'ho dalla mia il Nume e mi piacque tal Profes- 
sione ». E così via. Quasi ogni capitolo del libro comincia 
con digressioni di questo genere. 

Ma la più caratteristica prova delle sottigliezze in cui 
si perdevano gli ingegni di quel tempo, ci è data dalla 
descrizione di un funerale principesco in Duomo: il fune- 
rale di Isabella di Borbone, Regina di Spagna. 

Un catafalco immenso, monumentale con balaustre e 
statue di bronzo disposte su diversi ripiani. Con queste 
statue alternate a composizioni pittoriche, tutte simboliche, 
si volle rappresentare quanto si faceva nei funerali del- 
l'antichità. E pazienza, ma vedremo in che modo. Alcune 
statue agli angoli della balaustrata dovevan figurare gli 
antichi araldi che avevan l'ufficio di radunare il popolo 
e invitarlo alla solennità delle esequie ; ma questi araldi 
son poi immagini femminili; la Fedeltà con una chiave 
in mano e un cane ai piedi ; la Pietà con fiamme in mano 
« alzate dall'ardore del cuore », dice la relazione; la Rive- 
renza, con ali alle mani in segno di prontezza nell' ubbidire. 

Un'altra serie di statue doveva rappresentare la classe 
dei magistrati che pure intervenivano alle esequie degli 
antichi. E come"? Colle rappresentazioni simboliche delle 
Provincie, di cui i magistrati sono rappresentanti. Ecco 
dunque la Spagna col manto reale e pelle di montone 
d'oro; l'Insubria,. cioè a dire la Lombardia, con elmo e 
corazza, la quale Insubria « benché senta » dice la rela- 
zione « li travagii della guerra, de' suoi mali si dimentica 
per piangere questa morte »; la Germania, la Fiandra, che 
piange col sangue: (e in ciò avevan ragione se si pensa 
alle stragi che il Governo spagnuolo. vi consumò per as- 
soggettarla); Napoli in abito di ninfa con cornucopia; la 
Sicilia col Mongibeilo in mano e spiche dorate in fronte 
«porta sull'abito greco V antica sua origine e nelle la- 



— 179 — 

grime la sua fedeltà (al dominio della Spagna, s'intende) 
tanto fertile di dolori quanto di frutta »; l' Africa col petto 
ignudo a dimostrare i calori onde è arsa. Ognuna di que- 
ste statue aveva di dietro un cartello con dipintovi il 
tiume che simboleggiava la regione e una lunga tiritera 
dichiarante il simbolo. 

Un'altra sorte di persone che concorrevano ai funerali 
antichi erano i membri della famiglia del Principe. « Ora », 
dice la relazione, adoperiamo le medesime parole perchè 
non c'è nulla di più caratteristico « poiché non si trova 
famiglia più domestica di quella che si serra dentro del 
cuore né corteggio più nobile eli quello delle proprie doti, 
queste appunto sono la famiglia che assiste ad onorare le 
esequie della regina; ma perchè le doti altre sono dell'a- 
nimo, altre del corpo, vengono esse divise in due ordini, 
con tal maniera che quelle le quali sono doti del corpo 
restano agli otto angoli della balaustrata, e quelle dell'a- 
nimo negli intercolonni del catafalco ». 

Ed ecco le doti del corpo: le Maestà dell'aspetto, la 
Nobiltà in abito ricamato di stelle e coronata di torri, la 
Ricchezza con un forziere in mano, la Bellezza collo spec- 
chio, la Modestia portante in mano una rosa chiusa, la 
Grazia con vezzi di perle. 

Ed ecco le doti dell' animo : la Religione in abito pon- 
tificale, la Provvidenza coli' occhio fìsso a una sfera, la 
Magnanimità con una spoglia di leone pendente dal brac- 
cio e lande ai piedi, la Clemenza coronata da foglie di lieo 
«simbolo di clemenza presso gli Egizi», l'Economia con 
un compasso e un timone di nave, la Concordia coniugale 
con corona d'olivo, con veste ricamata a cuori e con -un 
pomo granato in mano. 

Poiché sul catafalco non c'era più posto, e si capisce, 
quattro grandi composizioni pittoriche : la Povertà, la Fame, 
la Mestizia e la Malattia, « solite » elice la relazione, « ad 
avere per altare di rifugio l'amorevole compassione d'isa- 
bella, si sono ritirate in coro appunto attorno all'altare », 



— 180 — 

Ognuna delle statue sopra descritte aveva la sua ri- 
spondenza in un grande quadro appositamente dipinto e 
munito d'una lunga epigrafe esplicativa. Così, per esem- 
pio, alla statua della Clemenza rispondeva un quadro rap- 
presentante Amalassunta in atto di concedere una legge 
a' sudditi « i quali, con alzare il dito mostrano di ricevere 
volentieri il comando »; a quella della Magnanimità, Elena 
che con generoso disprezzo di se stessa serve alcune ver- 
gini ; a quella della Provvidenza, Semiramide che, sul punto 
d'incominciare la propria toilette, improvvisamente chia- 
mata, monta a cavallo per recarsi a provvedere ai bisogni 
del Regno, e così via dicendo. 

Di siffatti zibaldoni si compiaceva il gusto d'allora; e 
chi sa qual eco di commenti e di elogi avrà avuto in quei 
giorni il funerale d'Isabella nei salotti milanesi. 




CAPO IX. 

Milano durante la dominazione Austriaca 



i. 

La guerra contro la corruzione e i suoi tre Campioni 

— I PRIMI EFFETTI JDELLE RIFORME. Le ORIGINI DELLA 

Grande Industria : Gli Stabilimenti e la disfatta 
del Sistema corporativo. Cesare Beccaria e la di- 
sciplina degli operai: I primi scioperi. 

Cinque furono i Re di Spagna che dominarono Milano : 
Carlo V, Filippo II, III, IV e Carlo II. Il 1° di Novembre 
del 1700 Carlo II morì senza eredi legittimi dopo aver de- 
signato, nel testamento, a suo successore Filippo figlio del 
Delfino, o Principe ereditario di Francia, e nipote dello 
stesso Carlo del quale una sorella era andata sposa al Re 
Luigi XIV. Ma al trono di Spagna altri pretendevano : 
Leopoldo II, Imperatore d'Austria marito anch'esso d'una 
sorella di Carlo II, Ferdinando di Baviera figlio d' una so- 
rella del Re, e Vittorio Amedeo di Savoia, come pronipote 
d'una figliuola di Filippo II. Il giovane Filippo di Francia 
fu subito proclamato Re, col nome di Filippo V; ma gli 
altri non si acquetarono e nacque una guerra formidabile, 
detta la Guerra di successione, che produsse radicali mu- 



— 182 — 

lamenti nella polìtica europea e determinò la caduta della 
dominazione spaglinola in Lombardia. Da una parte stet- 
tero i Franco -Spaglinoli e, loro alleato, il Piemonte; dal- 
l' altra l' Austria alla quale, dopò tre anni di lotta, si ac- 
costò Vittorio Amedeo o perchè disgustato dall'insolenza 
spagnuola o perchè allettato da promesse dell'Imperatore. 
Gli Austro -Piemontesi, guidati dal grande Capitano Prin- 
cipe Eugenio di Savoia ebbero alla fine, dopo molte Ac- 
cende, la vittoria. 

Il 24 Settembre del 1706 Eugenio entrava in Milano 
e la occupava in nome dell'Imperatore. Così si strinse il 
primo legame tra Milano e Savoia. Terminò la guerra nel 
1712 colla pace di Utrecht e lo Stato milanese tu assegnato 
all'Imperatore d'Austria. 

Sotto Giuseppe I (f 1711) e sotto Carlo VI la Lom- 
bardia non fece grandi progressi e d'altronde l'ambizione 
di quest'ultimo per altri ingrandimenti in Italia fé si che 
il nostro paese l'osse teatro di un'altra guerra (1733). Il nuovo 
Re di Sardegna, Carlo Emanuele di Savoja, alleato di 
Luigi XV di Francia e di Filippo V di Spagna, occupò 
Milano senza che gli austriaci avessero pur tempo di pen- 
sare alla difesa e la tenne per tre anni sotto il suo governo, 
«governo pieno di dolcezza» il quale lasciò tra i milanesi 
un grato ricordo, germe delle future simpatie. 

In mezzo a tanti rivolgimenti, sebbene la Lombardia 
avesse cambiato padrone, soggiaceva ancora all'influenza 
delle idee e dei costumi spagnuoli; la vita milanese non 
potè essere gran fatto diversa da quella che abbiamo 
poc'anzi descritta. 

Ma colla pace di Vienna (1736) lo stato di Milano tor- 
nava all'Austria e si iniziava il periodo aureo del suo 
risorgimento. A questo periodo Maria Teresa diede il nome 
e ne ebbe il merito; se, come ho detto, non creò attività 
nuove, seppe incoraggiare quelle già vivissime dei Lom- 
bardi e metterli in grado di trarre il maggior profìtto dai 



— 188 - 

suoi atti di governo felici, e di scemare il danno dei suoi 
spropositi; seppe scegliere a coadiuvarla uomini capaci 
come il Cristiani, il Firmian, il Kaunitz e l'Arciduca Fer- 
dinando. 

Il Governo spagnuolo e i successivi rivolgimenti del 
primo quarto del secolo XVIII avevano infiltrato la corru- 
zione in tutti gli organismi civili, e in tutti si ristabilì la 
disciplina e il sentimento del dovere. Pietro Verri battè 
in breccia la corruzione amministrativa col suo libro « Sul 
commercio dello Stato di Milano » e indusse il Governo a 
profonde riforme finanziarie; Cesare Beccaria attaccava la 
corruzione giudiziaria col famoso libro « Dei delitti e delle 
pene », Giuseppe Parini correggeva la corruzione civile 
col suo poema « Il Giorno ». 

Questo risanamento affrettava i progressi d'ogni genere. 
L' industria e il commercio erano stremati : le corporazioni 
d'arti e mestieri si erano, come abbiam veduto, ristrette 
in un monopolio esiziale: nessuno che non fosse iscritto 
nelle loro matricole poteva esercitare qualsiasi arte e prima 
di ammettere un candidato lo si sottoponeva ad esami che 
andaron diventando sempre più rigorosi fino a esser ridicoli. 

A combattere l' oramai assurdo sistema corporativo che 
rendeva impossibile il tentare vaste e coraggiose imprese, 
il Governo si diede a incoraggiare assai più che non avesse 
fatto sullo scorcio del secolo precedente, l'iniziativa dei 
privati, anche forestieri, con larghi privilegi ed esenzioni ; 
parecchi poterono tentare imprese considerevoli. 

Già nel 1703 il tedesco Francesco Tieffen aveva fon- 
dato un lanifìcio per la produzione di tessuti fini alla 
foggia d'Inghilterra, aveva fatto venire operai inglesi, 
francesi, olandesi, esemplari di macchine e utensili da lui 
poi fatti costrurre a Milano. Nel '39 i fratelli Bianchi eri- 
gevano in Porta Nuova un filatoio di nuovo genere, mosso, 
cioè, ad acqua mentre per l'innanzi non s'erano usati che 
wolini a mano. Felice Clerici tentava imprese grandiose 



— 184 — 

e tali da meritare un posto d'onore nella storia dell' in- 
dustria lombarda, fondava in Milano la prima fabbrica di 
majoliche, fondava (1747) un grande opificio per la filatura, 
la tortura, la tintura dei peli di capra e di cammello e 
uno stabilimento per la tessitura dei cammellotti di tipo 
francese e inglese: organizzava la produzione con una 
perfetta divisione di lavoro ed occupava circa quattrocento- 
cinquanta operai d'ambo i sessi, un numero per allora 
favoloso. Di questa fabbrica si conserva ancora nell'Ar- 
chivio storico civico, prezioso cimelio, il campionario con 
trecentonovantacinque campioni. In quegli anni medesimi i 
fratelli Rho introducevano la sbianca e la stampa delle sete 
indiane e calancà, oltre alla filatura dei cotoni e alla fila- 
tura delle tele greggie; operai svizzeri, alsaziani, austriaci 
furono invitati a Milano, ammaestrate le figlie del luogo 
pio della Stella, e in breve per la vaghezza dei disegni e 
la vivacità dei colori, i prodotti dei Rho vinsero la con- 
correnza straniera. Dopo varie vicende, nel 1785, questa 
importante fabbrica passò nelle mani dei Cramer che get- 
tavano allora in Milano le basi della loro fortuna, in modo 
da meritare gli elogi di Cesare Beccaria. Nel 1765 infine la 
società Pensa-Lorla iniziava la più grande impresa indu- 
striale che si tentasse fra noi nel secolo XVIII : una grande 
manifattura di stoffe auroseriche all'uso di Francia, con 
ottantasette telai, con trecento operai, oltre quaranta allievi, 
che sette anni dopo eran già cresciuti a circa quattrocento- 
cinquanta. Grosse commissioni venivano con frequenza dal 
Governo imperiale e Cesare Beccaria, nientemeno, aveva 
l'incarico di trattare coi proprietari per il prezzo e per la 
qualità. 

Le corporazioni protestavano di continuo contro queste 
novità, ma invano ; il Governo era oramai recisamente 
avverso a organismi invecchiati che avevan fatto il loro 
tempo. Alla nuova industria soprintendeva il Supremo 
Consiglio di Economia, di cui era membro operosissimo 



- 185 - 

Pietro Verri, e più tardi il terzo dipartimento del Su- 
premo Consigliò di Governo, di cui Cesare Beccaria era 
l'anima. 

Un grande rivolgimento s'andava dunque compiendo 
nelle industrie manifatturiere, e particolarmente in quelle 
tessili. Di fronte alle Corporazioni che le avevano ridotte 
in poche mani, sminuzzandole in tariti rami diversi, go- 
vernati ciascuno da leggi grette e immobili, sorgeva lo 
Stabilimento per comprendere e coordinare in sé tutte le 
operazioni necessarie alla fabbrica dei tessuti: al lavoro 
casalingo, per tanti secoli eseguito dai maestri e dai loro 
artigiani per conto dei Mercanti, e solo per essi, subentrava 
la grande impresa industriale che, coli' impiego di grossi 
capitali, colla copiosa e celere produzione e col minor 
prezzo, spostava ed accentrava la clientela prima sparpa- 
gliata e dispersa in molti e minuscoli centri di lavoro. 
Era un movimento simile a quello che, iniziatosi in Francia 
con Enrico IV, aveva raggiunto con Colbert la massima 
intensità, con questa differenza che là il potere regio, pur 
istituendo e privilegiando manifatture, manteneva intatte 
le Corporazioni, mentre qui da noi la grande industria 
veniva più matura, più libera e pronta acl approfittare dei 
servigi della scienza da qualunque parte le venissero offerti 
e prendeva un risoluto atteggiamento di lotta contro le 
Corporazioni. 

Gli uomini' insigni preposti dal Governo Austriaco alle 
industrie ed ai commerci avevano idee pratiche e liberali 
e, di fronte ai pregiudizi di tempi passati, sapevano essere 
intransigenti. 

Fin che aveva regnato il sistema corporativo, fondato 
sulla piccola industria casalinga, i lavoranti sparsi nelle 
innumerevoli case o botteghe dei maestri, che si limitavano 
a far andare pochi telai, destinati a diventar maestri alla 
lor volta come voleva la gerarchia industriale, e divisi in 
tanti piccoli consorzi, non avevano interessi comuni se non 



— 186 — 

nel grembo della rispettiva Corporazione, cioè come filatori, 
come tessitori di lana, come tessitori di seta, come tintori 
e così via; ma collo svolgersi della grande industria, col 
prosperare dello stabilimento che li raccoglieva, disgre- 
gando le Corporazioni, si venne formando ima grande classe 
nuova, la classe lavoratrice, o, come dicono oggi, prole- 
taria. Tolti alla calma antica della bottega e spinti verso 
un avvenire pieno di promesse, ma indefinito ed incerto, 
stettero un pezzo pencolanti tra il vecchio e il nuovo come 
un corpo che oscilli cercando il punto d'equilibrio. È questo 
un punto di importanza capitale per la storia della nostra 
industria: esso segna per noi le origini della questione 
operaia. 

Cominciavano allora i primi guai: le Corporazioni, 
non osando attaccare di fronte le grandi manifatture le 
combattevano con armi subdole, subornavano i lavoranti 
e li attiravano a sé con l'esca di maggiori guadagni, onde 
taluni, più audaci, rompe van d' un tratto gli accordi coi 
padroni ed abbandonavano l'opera imperfetta, altri, con 
animo deliberato, si diportavano male per essere licenziati. 
La maggior facilità con che il danaro concorreva alla fab- 
brica li invogliava a chiedere anticipi e prestiti: dall'uso 
si passò presto all'abuso e molti operai, carichi di debiti 
verso il padrone lo lasciavano prima di averli scontati : la 
fedeltà era scarsa : in officine e magazzini pieni di materie 
prime e di utensili di lavoro, forniti di mercanzie d'ogni 
genere svegliavansi appetiti non mai per l'addietro provati. 
Ma c'era di più ; fuori e dentro l'officina andavan forman- 
dosi riunioni e conventicole per obbligare i proprietari, 
massime nei momenti di maggior bisogno, ad aumentare 
le mercedi. Era l'alba degli scioperi. 

Davanti a siffatte novità non fu il Governo uè impre- 
parato né indolente e Maria Teresa che, in fatto di disci- 
plina, andava per le spiccie, emanò il 30 Maggio del 1764 
un editto draconiano per reprimere con gravi pene gli 



— 187 — 

accennati abusi ed affidare ad un rappresentante dei Go- 
verno tutte le questioni tra capitale e lavoro. Il decreto fu 
forse sulle prime temuto, poi certo dimenticato ; la classe 
operaia cominciava ad ingrossare e ad imporsi : nel 1786, 
per la scarsità del lavoro, scoppiò un ammutinamento a 
Como nel grande lanifìcio Guaita da non molti anni isti- 
tuito e privilegiato : era il primo esempio d'un moto mi- 
nacciante violenza. Il Governo se ne preoccupò: che fare? 
Tra la forza o la persuasione scelse il secondo mezzo e si 
valse dell'uomo che meglio era in grado di adoperarlo. 
Cesare Beccaria fu mandato a Como a sedare i tumulti e 
a fare un'inchiesta. Egli riuscì nell'intento. 

Ma si reclamava una legge che impedisse per l'avve- 
nire il ripetersi di simili disordini. I reazionari eccitavano 
a provvedimenti severi: il licenziamento immediato del- 
l'operaio che mancasse al lavoro nei giorni ed ore stabilite ; 
il divieto ai fabbricanti di accordare anticipi e sovvenzioni 
agli operai ; sanzioni penali a chi cercasse di attirarli dalle 
fabbriche altrui nella propria. Tutte queste proposte, per 
ragioni d'ufficio, passarono tra le mani del Beccaria; ed 
egli si dichiarò a tutte contrario : riteneva il grande uomo 
essere i regolamenti repressivi divulgatori del male senza 
assicurarne il rimedio. 

Non voleva regolamenti che potessero parere odiosi ed 
incitare le masse a reazioni funeste. Così sotto gli auspici 
di Cesare Beccaria si affermava questo grande principio di 
Governo ; la necessità di sostituire alla paterna ma noiosa 
sorveglianza dello Stato su tutte le manifestazioni della 
vita cittadina, con regolamenti che troppo vincolavano la 
libertà individuale, sostituire, diciamo, il controllo più 
lento, ma ben più efficace della coscienza pubblica e della 
opinione. 

L'industria privilegiata e sussidiata dal Governo non 
rispose in tutto alle speranze che aveva destato ! Tuttavia 
quel primo suo svolgersi segnò per Milano un periodo di 



- - 188 - 

prosperità di cui da oltre un secolo non s'aveva esempio. 
Milano e il suo Stato erano divenuti un gran centro di 
attrazione per le classi lavoratrici: a centinaia si presen- 
tavano le domande per prendervi domicilio: segreti emis- 
sari di fabbriche inglesi bazzicavano per la città coli' in- 
carico di far incetta di buoni operai di seta per la com- 
pagnia delle Indie orientali. 

Auspice il Beccaria, si andaron riformando le imposte 
che sotto il Governo spaglinolo erano, come abbiam detto, 
stoltamente determinate e più stoltamente ripartite, e così 
la Lombardia rifioriva. 

Più lenta e meno appariscente era la riforma dei co- 
stumi. 

Se il Seicento era stato l'epoca della vanità e del fasto, 
il settecento è quella della frivolezza ; la letteratura, d'am- 
pollosa che era, diventava puerile nelle strofette degli 
Arcadi ; la vita, allegra e spensierata, si conduceva oziando 
nei salotti; la nobiltà, abbandonate dopo la pace d'Aqui- 
sgrana le cariche militari dove gli antenati avevano acqui- 
stato gloria e ricchezza, aveva deposto qualunque alto e 
generoso ideale e intristiva nei ridotti di giuoco : quest'idra 
terribile l'aveva tutta avvolta nelle sue spire; il vincolo 
della famiglia rallentava pei falsi sistemi di educazione 
che tenevano i figliuoli troppo distanti dai genitori, e la 
corruzione vi penetrava insidiosa coi cicisbei, o cavalieri 
serventi, che erano sempre a fianco delle donne, al posto 
del marito. 

Questi sono i tratti caratteristici di quella vana società 
del secolo XVIII che il Parini ha sferzato nel suo capo- 
lavoro ; certi vizi così profondamente radicati non si pote- 
vano correggere d'un tratto, ne a correggerli poteva bastare 
un poema per quanto mirabile; e d'altra parte erano vizi 
comuni dell'epoca, non imputabili particolarmente ai Lom- 
bardi ; che anzi da noi più blande che altrove per avven- 



189 



tura operavano quelle forze dissolutoci, che resero, pe- 
citare un esempio, Venezia impotente a resistere all'urto 
della rivoluzione. 

Non tutta la nobiltà viveva per fortuna in Lombardia 
come il giovin signore del Panni; eran pur nobili quelli 
che sedevano nei supremi Consigli destinati a migliorare 
le sorti economiche dello Stato; eran nobili quelli che, 
col celebre giornaletto II Caffè, divulgavano il succo 
migliore delle teorie liberali che si andavano elaborando 
in Francia; eran nobili i membri della Società Palatina 
che tanto cooperò al rifiorire degli studi storici e diede i 
mezzi per pubblicare la colossale raccolta del Muratori; 
eran nobili infine quelli che nella Società patriottica si 
dedicavano al miglioramento dell'agricoltura lombarda, 
all'incoraggiamento di tutti i nuovi trovati nelle industrie 
e nei mestieri. 




$m?rotrt£Ì nu. Conti, Al rjm iri y, vj. ,.4iartct, *'J*edone Coìteti* 



Costumi Milanesi nel secolo xviii. 
Il giuoco jmsl pallone xtxr.A Piazza pi S. M. Popone. 



190 — 



IL 

Impressioni di viaggiatori stranieri in Milano : Cover, 
Grosley, Lalande, De Brosses — li, salotto di Clelia 
Borromeo -- Le accademie in Casa Agnesi - - Casa 
Simonetta, Casa Archinti -- Il Marchese Visconti e 
il Conte Castiglione — li. Capitano Archenholz e i 
« co CHE cus ». 

A dare un'idea della vita milanese del secolo XVIII, 
non amiamo ripetere il solito quadro della società di quel 
tempo, di cui ha così ben tracciato le linee Cesare Cantù, 
commentando il poema pariniano; ma preferiamo, come 
abbiamo pur l'atto in parte per il secolo precedente, usare 
fonti da altri trascurate, cioè Je relazioni degli stranieri che 
hanno visitato la città nostra. In quel tempo, cresciuto il 
gusto del viaggiare, molti insigni personaggi accorrevano 
in Italia e studiavano con interesse, se non sempre senza 
preconcetti, i nostri costumi, i nostri progressi nell'ordine 
civile ed economico, notavano con ammirazione le nostre 
virtù, senza celare i difetti; e nei loro libri si trovano 
bene spesso particolari che invano cercheremmo nelle fonti 
paesane. 

Mentre l'abate Coyer percorreva nel 1783 la strada fra 
Torino e Milano, una strana cosa colpì il suo sguardo: 
in una gabbia di ferro, appesa ad un palo, eran rinchiuse 
tre teste umane, e un cartello diceva : « Queste sono le 
teste di tre malfattori che assalirono li Conti Marazzani 
in questo loco. » Spettacoli siffatti non eran fari lungo le 



— 191 — 

strade : il malandrinaggio, che tanto aveva infestato la 
Lombardia era, per varie cause, spaventosamente cresciuto: 
nel ventennio 1741-1772 si contano nelle gride dannati e 
messi a taglia, vivi o morti settantaduemila delinquenti, 
numero da sembrar favoloso se si considera che allora la 
Lombardia era ridotta a sole cinque Provincie. I trambusti 
che sogliono accompagnare qualunque mutamento di Signo- 
ria e specialmente la guerra combattutasi dal 1742 al 1749 
avevano inondato il paese di vagabondi e disertori: la ferma, 
o appalto generale delle Regalie, istituita nel 49, aveva, con 
esagerate angherie fiscali, dato origine ad un'esercito di 
contrabbandieri risoluti e facinorosi. I contadini rozzi e 
maneschi sentivano ancor ribollire il lievito delle antiche 
gare di campanile, e attaccavano frequenti risse che fini- 
vano spesso con omicidi: i colpevoli fuggendo ricoveravansi 
tra le bande dei ladri. 

11 Governo faceva sforzi inauditi per estirpare il malan- 
drinaggio, e poiché non vi riusciva tentò un'ultima prova : 
un delegato, Commissario di campagna, accompagnato da 
un Notaio criminale e da un confessore, con guardie e col 
carnefice, tutti a cavallo, andava girando per le strade e 
luoghi più frequentati, arrestava i malviventi, e secondo 
il caso, li condannava a morte: poi dopo un breve inter- 
vallo, li faceva impiccare alle piante. Con questi mezzi, e 
solo verso il 1786, si riuscì a ristabilire la pubblica si- 
curezza. 

Il buon abate Goyer, dopo quell'incontro, arrivò nella 
capitale lombarda un po' di mal umore ; ma in mezzo alla 
gaia società milanese non gli mancò il modo di distrarsi, 
il Lalande, il più diligente e anche il più equanime di 
quanti hanno scritto sull'Italia del secolo XVIII, venuto a 
Milano, se non erriamo, nel 1767, notava con compiacenza 
come il carattere dei nobili milanesi fosse pieno di gene- 
rosità e di magnificenza; come lo straniero fosse da loro 
ricevuto, sì in città che in campagna, con cordialità mag- 



— 192 — 

giore che in qualunque altra città d' Italia. Uno straniero 
è invitato a pranzo nelle migliori case, e se è, come il. La- 
lande, francese, vi si trova a tutto agio come in casa propria. 

La società borghese non è gaia e vivace come a Parigi ; 
dura ancora un po' della gravità spagnuola che rende 
le riunioni men numerose e più serie che in Francia; 
ma bonarietà, buon cuore e costumi illibati sono le sue 
caratteristiche. « Qualcuno », dice il Lalande, « pretende 
che i Milanesi siano lombardi per eccellenza nel senso che 
si dava a questa parola nel medio evo, cioè, presso a poco, 
usurai ; non è vero : i mercanti domandano sì il triplo del 
prezzo che vogliono avere, ma sapendo contrattare non si 
è ingannati. E del resto questo avviene un po' dapper- 
tutto ». Altri rimproveravano loro di portare l'economia 
all'esagerazione, ma il Lalande ritorce l'accusa in lode, 
notando come questo amore dell'economia fa sì che a 
Milano si lavori e si produca di più che in tutta Italia. 

Quando venne a Milano, nel 1739, il Presidente Carlo 
De Brosses, la società più colta si adunava di preferenza 
nel celebrato salotto della contessa Clelia Borromeo, figlia 
del duca Del Grillo, ricco patrizio genovese, venuta sposa 
nel 1707 al conte Giovanni Benedetto Borromeo. Bellezza 
maestosa, modi signorili, ingegno straordinario, singolare 
bizzarria di carattere avevano collocato questa donna sopra 
le emule dame milanesi; per tre quarti del secolo essa 
levò altissima fama di sé non solo in Milano, ma in molta 
parte d'Europa. Conosceva le lingue principali, il latino, 
il greco, l'arabo, era dotta in teologia, in filologia, in 
matematica e in scienze naturali; insomma f un don Fer- 
rante in gonnella. Fondò in casa sua l'Accademia dei 
Vigilanti, e volle che essa si occupasse di scienza anziché 
perdere il tempo in vani e puerili esercizi di poesia, come 
era di moda nella celebre Accademia degli Arcadi ; fece la 
sua casa centro di agitazione politica, raccogliendo nelle 
sue mani le fila di una cospirazione che facilitò il trionfò 



— 193 — 

dei Gallo-Ispani, nel 1745, e un breve ritorno di Filippo V 
al dominio della Lombardia. L'essersi ella fatta interprete 
delle aspirazioni del partito spagnuolo, che ancora contava 
numerosi fautori in Lombardia, la rese invisa a Maria Te- 
resa; V Imperatrice non le risparmiò mai noie e persecuzioni. 

Non capitava a Milano alcun personaggio distinto che 
Clelia non invitasse a casa sua : appena seppe che qui si tro- 
vava il Presidente De Brosses gli fece manifestare il de- 
siderio di conoscerlo ; ma questo s pirito bizzarro e scettico 
promise e non fece la visita, e della mancata parola si 
vantò nelle sue lettere dall'Italia. 

Vent'anni dopo il De Brosses veniva a Milano l'in- 
glese Grosley, e il salotto della Clelia era ancora il ri- 
trovo della miglior società ; la padrona di casa conservava 
ancora tutto il suo fascino. Il Grosley fu presentato dal 
Conte Visconti, « giovine amabile e sapiente cavaliere » vi 
trovò, fra le altre dame la Contessa Archinti, sorella del 
Cardinale. In un appartamento al pianterreno dell'antico 
palazzo Clelia aveva fatto costrurre un teatro, dove la 
gioventù del quartiere recitava le commedie ; il Grosley vi 
assistette ad una rappresentazione che egli dice comicissima. 

Un' altra donna straordinaria era pei forestieri oggetto 
d'ammirazione : Maria Gaetana Agnesi. « Per Dio, ho voglia 
di non andarvi, ne sa troppo per me» scriveva il De Brosses; 
ma dall' Agnesi andò ; ed ecco come descrive la visita : « È 
un fenomeno, mi è sembrata una cosa più stupenda del 
Duomo. Mi han fatto entrare in un grande e bell'appar- 
tamento dove ho trovato trenta persone d'ogni nazione 
d'Europa. L' Agnesi ha da diciotto a vent'anni; né bella 
né brutta, ma dolce e semplice. Credevo di assistere ad 
una conversazione ordinaria ; invece il Conte Belloni che 
m'accompagnava ha voluto dare uno spettacolo pubblico 
e le ha indirizzato una orazione in latino per essere inteso 
da tutti. La fanciulla gli ha risposto molto bene. Seguì 
una discussione sulla origine delle fontane, sui flussi e 



— 194 — 

riflussi, ecc., si ragionò di filosofia: ella rispose a meraviglia, 
in un latino purissimo, sii tutti gli argomenti ». Tali i 
primi saggi di quegli studi che per cinquant'anni resero 
famosa PAgnesi in tutto il mondo. 

Men dotti, ma forse più brillanti, i ritrovi in casa Si- 
monetta. 11 Conte Simonetta, giovane assai distinto, col- 
mava di cortesie gli stranieri; la Contessa era l'idolo di 
quanti venivan di Francia, per la bella accoglienza da lei 
fatta ai francesi durante la recente guerra; ella offri va 
buone soirées musicali : al De Brosses fece sentire due mo- 
nache, esimie cantal ri ci, dà lui giudicate appena inferiori alla 
Van Loo, la moglie del pittore Carlo Van Loo, che fu la 
prima a far conoscere al di là delle Alpi la musica italiana. 

Larga ospitalità offrivano parecchie altre case : gli Ar 
chinti, finche ne fu a capo il Conte Carlo, gentiluomo di 
camera dell' Imperatore, Grande di Spagna, e fondatore, il 
che è ben maggior' sua gloria, della Società palatina; i 
Pertusati possessori d'una ricca librerìa, òhe alla morte 
del Conte Carlo, 1763, formò il primo nucleo della Biblio- 
teca Braidense; i Clerici nel magnifico palazzo, dove ora 
risiede la Corte d'Appello, decorato da affreschi delTiepolo: 
ne era proprietario, verso la metà del secolo, il Marchese 
Clerici, gran signore che manteneva a sue spese un reg- 
gimento neh" esercitò di Maria Teresa, e aveva adornato 
la sua stanza da letto coi ritratti di tutti i suoi ufficiali; 
poi i Melzi, i Litta, i Serbelloni, i Calderara, i Trivulzio. 
Il Cardinale Burini raccoglieva i migliori ingegni nella villa 
di Mirabelle; era del numero il Parini, e il poeta Balestrieri 
celebrava in saporite strofe milanesi le virtù dell'ospite. 

Si diffondeva allora qui, come in Francia, la smania 
del villeggiare e dei piaceri rustie-ali ; nella buona stagione 
le maggiori famiglie accoglievano gran numero di amici 
nelle sontuose ville della Brianza; i Recalcati a Casbeno; 
gli- Imbonati a CavalJasca; i Calmi a Turate; i Resta a 
Corta; i Trotti a Niguarda ; i Taverna a Bruzzano; i -Gusani 
a Desio, nella villa che oggi appartiene al Ministro degli 



- 105 — 

Esteri Tittoni; i Litta nella villa di Lainate, ora Weil-Weiss, 
famosa per i giuochi d'acqua e per le meraviglie fantastiche 
dei suoi giardini all' Italiana ; gli Arconati nelP immensa 
villa di Castellazzo, oggi della Contessa Sorniani-Busca, 
che a ragione fu detta un piccolo Versailles ; la Contessa 
Simonetta nella sua residenza estiva di Vaprio, lungo 
l'Adda, che Madama Du Boccage ci descrive come un para- 
diso. Era l'antica villa Melzi, dove fu ospitato Leonardo 
da Vinci e dove esiste tuttora un affresco a lui attribuito. 

La maggior parte di queste splendide ville, per la man- 
canza di buone strade, eran sorte nel perimetro d'otto o 
dieci miglia dalie mura urbane. La villeggiatura si apriva 
di consueto verso il settembre e durava a tutto dicembre. 
Nel giorno stabilito per la partenza, che di poco variava 
ogni anno, il signore colla famiglia e la sequela di servi 
lasciava Milano e arrivava con pompa nel paese, ben ac- 
colto dal clero, dai minuti trafficanti, dai coloni perchè 
la sua dimora prometteva sollazzi e guadagni, e perchè 
nel signore lombardo era una esita bonarietà, temperante 
l'orgoglio di casta che, del resto, il raddolcimento dei co- 
stumi e le nuove dottrine filosofiche d'oltr'alpe avevano 
molto sminuito. 

Quando nel 1789 Arturo Joung fece in Italia il suo 
bea, noto viaggio per studiarvi le condizioni dell' agricol- 
tura, trovò presso nobili milanesi non solo le più festose 
accoglienze, ma anche una larga e disinteressata coopera- 
zione ai suoi studi. A ogni passo egli professa la sua gra- 
titudine al Marchese Visconti, al Conte Castiglioni, un tipo 
geniale, come dicono i francesi « di gentilhomme campa- 
gnard », che viveva sulle sue terre a Mozzate colla Con- 
tessa « un'eccellente donna », dice lo Joung, « senza le 
affettazioni e le stravaganze che sono oggidì gli attributi 
Ordinari d'una bella signora. » 

La vita esteriore continuava pure ad essere gaia e sfar- 
zosa ; nel le apparenze lo spagnolismo larda va a scomfKtriw. 



196 



L'Archenholz, un ex capitano al servizio del Re di Prussia, 
venuto verso il 1788, notava appunto come gli Spagnuoli 
avessero lasciato nei lombardi un certo « tono di grandezza » 
specialmente nella nobiltà; ma aggiungeva che i francesi, 
nelle frequenti loro guerre in Lombardia, avevano raddol- 
cito quella ruvidezza e quel fare cerimonioso che regnava 
prima nella società, avevau reso le donne più socievoli e 
più disinvolte. Passiamogli pure questa considerazione ; ma 
quando dice che i Lombardi devono agli austriaci quel 
« carattere ospitaliero » sconosciuto agii altri italiani, e che 
questa virtù sociale si è trasmessa a Milano da Vienna, 
lasciamolo dire e passiamo avanti. 

La nobiltà milanese, dice sempre il nostro prussiano, 
è numerosa e ricca; il suo principal lusso è negli equipaggi 
e neir abbondanza di cavalli e di coureurs: cioè di quei 
servitori, detti lacchè, i quali precedono correndo, con 
fiaccole se eli notte, la carrozza signorile ; Milano è la prima 
scuola dei buoni coureurs e ne fornisce non solo a tutta 
F Italia, ma anche alla Germania meridionale. E poiché a 
Milano è Yentrepót di questa specie d'uomini, il loro gran 
numero fa sì che si possono avere a buon mercato ; ci sono 
case che ne mantengono tre, quattro e più. Lo sfoggio dei 
coureurs avviene specialmente al corso. 




La villa dllla Simon ltta 



— 197 — 



III. 

Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano: Madame 
du Boccage e il Corso — Il Vauxhall — Arghenholz, 
Baretti e i cicisbei — I teatri a Milano — Pubblico 
scandaloso. 

La magnificenza del corso di carrozze, che si teneva 
prima lungo il Corso di Porta Romana e fuori fino a Gam- 
boloita, e sulla fine del secolo lungo la bella via Marina 
fiancheggiata da pioppi, sorprendeva non poco gli stra- 
nieri. La nota scrittrice Madame Du Boccage, venuta a 
Milano verso il 1763, e condotta al corso dalla gentile 
contessa Simonetta, a noi già nota, lo trovò uno spetta- 
colo singolare : « là, dic'ella, per la prima volta io vidi 
passeggiare senza muoversi: la carrozza della contessa si 
fermò in una piazza davanti una'chiesa ; questa immobilità 
(anche tutte le altre carrozze si erano fermate) mi mera- 
vigliò; mi presi la libertà di domandare che cosa si aspet- 
tava: — Prendiamo il fresco — rispose la contessa. Cer- 
cammo allora d'indovinare l'origine d'un tal costume, e 
pensammo che fosse proprio una creazione delle donne 
italiane; il pretesto di prendere il fresco dava occasion 
di parlare alla portiera coi cavalieri che non si potevano 
ricevere in casa; oggi le dame hanno facoltà di ricevere 
chi vogliono, ma il costume tradizionalmente si conserva. 
E infatti, non appena fermate le carrozze, cominciava 
una animata conversazione alle portiere e da una carrozza 
all'altra. Accettiamo pure questa lezioncina di folklore da 
Madama Du Boccage; non ha nulla di inverosimile; il 



— 198 — 

costume che aH'Archenholz verso la fine del secolo pareva 
insipido, era già vivo nel '39 quando venne il De Brosses, 
ed ebbe probabilmente origine durante il periodo spagnuolo. 

Uno spettacolo caratteristico era il Yauxhalì, d'impor- 
tazione inglese, come dice il nome ; consisteva in un pas- 
seggio o ritrovo pubblico di persone a piedi, in un recinto, 
lungo la via Marina, ben illuminato, disposto a padiglioni 
A r erdi e giardinetti con sedili, allietato da musiche, da danze, 
da fuochi artificiali, e provvisto di spacci di bibite e tabacchi, 
di negozi di commestibili, di minutaglie, di ventagli e simili; 
organizzato per la prima volta fra noi da un veneziano, certo 
Giuseppe Fossati, nel 1778, durò molto tempo e ancora nel 
1824 la « Gazzetta di Milano » ne parlava come di ritrovo 
favorito dal pubblico milanese. Anche fuori del Vauxhall, 
il pubblico d'ogni classe amava, e questo nel secolo pre- 
cedente avrebbe fatto inorridire, amava frequentare i caffè ; 
il De Brosses provò non poca meraviglia nel veder perfino i 
carrettieri in Mouse prendere il gelato al caffè. 

Il serventismo, p cicisbeismo che dir si voglia, era 
come dicemmo poc'anzi, una piaga della società italiana 
di quel tempo. Gli stranieri, non abituati a questo pessimo 
costume, o lo deridono o lo giudicano severamente. Samuel 
Sharp, un chirurgo inglese venuto in Italia nel 1765, tanto 
esagerò nel condannarlo, fino ad asserire non essere in 
Italia una sola donna onesta, che il Baretti sorse, non sap- 
piamo con quanta convinzione, a difenderlo. Sosteneva l'il- 
lustre critico italiano non essere il cicisbeato così recente 
come voleva lo Sharp, ma riattaccarsi nientemeno che alla 
cavalleria del medio evo, al culto platonico per la donna, 
alla pura e innocente contemplazione della bellezza femmi- 
minile che fu comune a tutti i nostri poeti, a cominciare 
dal Petrarca. Magra difesa che non persuadeva nessuno. 
Sentiamolo descrivere e giudicare dall' Archenholz : A datare 
dal giorno delle nozze il marito non si mostra più in pub- 
blico colle moglie, né a passeggio, né allo spettacolo, né 



— 199 — 

in società ; si renderebbe ridicolo, lutti gii amici e cono 
scenti lo sfuggirebbero; egli durerebbe fatica a difendersi 
dai frizzi insultanti del volgo. La dama è dovunque accom- 
pagnata da un cavaliere servente di sua scelta, e spesso desi- 
gnato persino nel contratto di matrimonio. Il cicisbeo è tutto 
per la dama, eccetto qualche ora della notte. Un cicisbeo 
che disimpegna scrupolosamente la sua carica, entra dalla 
signora al mattino di buon'ora, presiede alla sua toilette, 
al suo comparire il marito si ritira. Checché dicano a difesa 
di questo costume alcuni viaggiatori spiritosi, essi non sono 
altro che il portavoce degli italiani. 

Ma l'Archenholz aveva studiato il cicisbeismo a Genova, 
dove, a dire di molti, la moda era esagerata fino al ridicolo. 
Genova era la città dei grandi contrasti, e tutto al dir di 
parecchi viaggiatori, e non dei più superficiali, vi prendeva 
proporzioni eccessive, cosicché il Dupaty, spiritosamente 
diceva ; ci son tanti preti che non c'è religione, tanti gover- 
nanti che non c'è governo, tante elemosine che i poveri vi 
formicolano. A Milano era altra cosa: Il Lalande assicura che 
fra noi il cicisbeismo non era punto un'etichetta per le donne 
e una schiavitù per gli uomini come a Genova, a Roma, a 
Napoli; una buona metà delle signore non aveva cava- 
lieri serventi, e quelle che lo avevano colla massima faci-, 
lità lo cambiavano per non esser costrette a vedersi vicino 
un uomo noioso o antipatico. 

Variamente giudicati eran pure dagli stranieri i nostri 
spettacoli teatrali. Lo spiritoso De Brosses rimase scanda- 
lezzato pel modo in cui il pubblico milanese si conteneva in 
teatro: « la platea è pazza od ubbriaca o l'uno e l'altro in- 
sieme; nemmeno sul mercato si fa altrettanto rumore, non 
basta che ciascuno vi faccia conversazione gridando a perdi- 
fiato e saluti con urli i cantanti quando si presentano e mentre 
cantano, senza ascoltarli; no, i signori della platea espri- 
mono la loro .ammirazione col battere lunghi bastoni sui 
banchi, a questo segnale gli spettatori del loggione lan- 



— goc- 
ciano milioni di fogli stampati contenenti sonetti in lode 
dei virtuoso o della virtuosa. » 

Questo contegno indecoroso del pubblico non solo della 
platea, ma anche di quello aristocratico che nei palchi 
faceva conversazione ad alta voce durante lo spettacolo, 
durò per tutto il secolo, e non v'ha straniero che non se 
ne dichiari indispettito. Si aggiunga l'inconsulta pretesa 
dei nobili d'aver il passo libero, non per sé ma per un 
nugolo di domestici, sì che gì' impresari rifìutavan di dare 
rappresentazioni costose a un pubblico che non pagava 
l'ingresso e il Governo era costretto a trattenerli con vistose 
indennità. Rigorosi decreti tentavan di rimediare al disor- 
dine ma con poca efficacia: cominciava il Governatore a 
trasgredirli: in una nota degli esenti dal 1754 al 1771 si 
contano centotrenta nomi oltre a un numero indeterminato 
di ufficiali, segretari, diplomatici di S. E. il Conte di Fir- 
mian. Tra quei nomi compaiono, quelli del poeta Domenico 
Soresi e di Giuseppe Parini. S'erano anch'essi indotti a 
seguir la corrente; ma avevano almeno qualche diritto 
al privilegio: il Soresi aveva composto pel teatro ducale 
una cantata e il Parini YAscanio in Alba rappresentato il 
il 17 ottobre 1771, con musica di Hasse, per le nozze del- 
l'Arciduca Ferdinando d'Austria con Beatrice d'Este. 

Eppure proprio in questi tempi il Teatro milanese pro- 
grediva al punto da superare i più acclamati d'Italia. Nel 
1717 aprivasi un grande teatro costrutto dall'Architetto 
Barbieri di Parma, a spese dei nobili milanesi, al posto del- 
l'antico incendiatosi nel 1708. Il nuovo tempio dell'Arte 
si inaugurava coli' opera Costantino del maestro Gas parini 
cantato dal Tempesti, dal Pasi, dalla Melimi. Nella stagione 
successiva otteneva un' immenso successo VAmbleto, mu- 
sicato dai maestri Vignati, Baglione e Cozzi su parole di 
Pariati e di Apostolo Zeno. Da allora si può dire che Milano 
cominciasse ad avere un vero Teatro d'Opera: si fondarono 
allora le tradizioni che la Scala doveva poi mantenere fino 



— 2501 — 

ai nostri giorni. Dal 1717 fino al 1776, quando un altro 
incendio distrusse anche questo teatro di Corte, ogni anno, 
senza interruzioni si diedero spettacoli grandiosi con due, 
con tre e fin con cinque spartiti. Vignati, Giay, Orlandini, 
Pradieri, Hasse, Porpora, Galluzzi e Scarlatti venivano a 
Milano a far sentire, prima che altrove, le loro melodie: 
le più decantate celebrità canore maschili e femminili cal- 
cavano le nostre scene, e già si cominciava a tributar loro 
plausi ed omaggi portati all'esagerazione : la Caterina Ga- 
brielli inspirò tanti poeti da dar vita a due raccolte, a 
stampa, di poesie tra le quali si leggon versi d'un Tanzi, 
d'un Balestrieri, d'un Parini. Quando lasciò Milano oltre 
cento carrozze l'accompagnarono sin fuori di città! 

Il 3 agosto del 1778 s' inaugurava il teatro della Scala 
coli' Europa Riconosciuta di Mattia Verazi musicata dal 
maestro Salieri. Milano era già diventata il principal centro 
musicale d' Italia. Il teatro della Scala parve subito mera- 
viglioso a quanti stranieri lo videro ; la grandiosità della 
sala, il lusso degli addobbi nei palchi sembrava superiore 
a qualunque confronto con gli altri teatri. Lo Joung ne era 
entusiasta ; confessa di non aver mai veduto nulla di simile : 
«rimasi stupito- nel trovar il teatro per tre quarti pieno, i 
palchi s'affittano fino a 40 luigi d'oro ; come mai una città 
con poco commercio e poche manifatture può spendere 
così allegramente? Tutto si deve all'aratro». 




Alessandro, Pietro e Carlo Verri 



202 



IV. 
Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano. Uomini 

DI SCIENZA E DI LETTERE — La SCUOLA — LA NOBILTÀ E 

le riforme — visite agli stabilimenti industriali — 
Arturo Joung a Milano e le sue idee sulla nostra 

AGRICOLTURA : Le FATTORIE VISCONTI E BONOMI : Le VAC- 
CHERIE DEL SIGNOR BlGNAMI. 

Lo straniero che viaggiava collo scopo di istruirsi 
trovava in Milano gran numero di persone colle quali intrat- 
tenere un largo e fecondo scambio di idee ; il Lalande volle 
aver notizia di quanti si distinguessero allora nei vari campi 
del sapere, e con parole d'elogio segnalò ai suoi conna- 
zionali il barnabita matematico Frisi, Antonio Lechi, il 
Padre Re, il Padre Francesco M. De Regis, gesuita il 
primo, barnabiti gli altri, celebri nella scienza idraulica ; 
il cavaliere Landriani, fisico, che dice inventore dell'eu- 
diometro, istrumento destinato a misurare la salubrità del- 
l'aria secondo i principi del Priestley, il naturalista Padre 
Ermenegildo Pini, il Conte Andreani dilettante di areonau- 
tica; il domenicano Porta occupato allora nell'esame di 
manoscritti orientali per una bibbia poliglotta che si 
doveva pubblicare a Oxford; il Conte Gabriele Verri insigne 
giureconsulto e i suoi figli Pietro e Alessandro; il Beccaria 
già famoso; il Conte Carli noto pel suo trattato sulle mo- 
nete ; il Parini, del quale, curioso, dice solo : « ha fatto di- 
verse satire e passa per un eccellente poeta »; l'Abate Pas- 
serotti autore del poema sulla vita di Cicerone. l'Abate 
Cassola d'un poema sui metalli e di uno sull'astronomia. 



— %m — 

Giuseppe Pecis autore anch' egli d'un poema, intitolalo 
PAustriade, la duchessa Serbeiloni traduttrice delle com- 
medie francesi di Destouches. Da poco eran morti il Cam- 
pani giureconsulto insigne, commentatore degli statuti di 
Milano e il Conte Giubili storico della città nostra. Il 
Duclos, un gran personaggio francese e valente filosofo, 
appena, giunto a Milano, corre a trovare il Padre Frisi, e 
Cesare Beccaria, col quale discute a lungo sulla questione 
delia pena di morte; il Joung va a ossequiare l'Abate 
Amoretti segretario della società patriottica, e l'Abate 
(Mani, astronomo del Re. 

Né sfuggirono agli stranieri attenti i progressi mirabili 
dell' istruzione in Milano. La Biblioteca Ambrosiana conti- 
nuava ad essere visitata scrupolosamente; il De Brosses 
la trovava tutti i giorni piena di studiosi, a differenza 
delle biblioteche francesi che erano deserte. Parvegli strana 
cosa veder una donna studiare in mezzo a mucchi di libri 
latini : quella donna era la signora Manzoni, poetessa del- 
l'Imperatrice. Le numerose collezioni private di libri, di 
quadri, d'oggetti artistici, d'antichità, erano oggetto di am- 
mirazione per non dire d'invidia ; il Lalande ricorda quella 
immensa del Governatore Conte Firmian, quella nel pa- 
lazzo allora del Marchese Castelli, lungo il Naviglio, in 
faccia al Corso della Passione, quella del Marchese Calde- 
rara presso S. Giorgio in Palazzo, quelle del Conte Arese, 
in faccia al seminario, del Marchese Corbella presso S. Sa- 
tiro, del Marchese Litta in Porta Vercellina, del Conte 
Arnioni in Porta Romana; infine quella di Casa Peralta 
presso S. Maria del Paradiso, che oltre molti quadri conte- 
neva più di tredicimila medaglie e molti libri di archeologia 
e numismatica di ogni lingua e fu messa in vendita nel 1767. 
Quanta suppellettile preziosa, ahimè, andò dispersa! 

E le scuole? Il collegio dei gesuiti nel Palazzo di Brera 
istruiva milleduecento scolari; « il Collegio Du Plessis a 
Parigi » dice il Lalande, « non ne ha altrettanti ».. Nel 1770, 



204 



continua il medesimo autore, fu fondato in Milano uno 
stabilimento per istruire nei principii della migliore cultura 
duecento venti ragazzi che si distribuiscono in vari cantoni. Si 
mandavano in Francia giovani a studiar l'arte veterinaria, 
e, sull'esempio di quelle sorte da poco in Francia e nel 
Belgio, si fondava nel 1791 la scuola superiore di medicina 
e veterinaria, che fiorisce tuttora. Non parliamo delle scuole 
Palatine, dell' Accademia di Belle Arti istituita nel 1777. 
dell'osservatorio astronomico fondato nel 1760 e di tante 
altre istituzioni. 

Sull'opera riformatrice del Governo e sul risorgimento 
delle industrie del commercio e dell' agricoltura in Milano e 
nel suo territorio, il Grosley, il Lalande e il Joung ci 
dàn notevoli ragguagli che allargano e completano le co- 
gnizioni forniteci da altre fonti. 

Nella seconda metà del secolo XVIII il Governo era 
già con savi criteri riorganizzato; generalmente si ricono- 
sceva quanto merito avessero avuto in questa non facile 
opera il conte Firmian e specialmente il conte Cristiani, il 
figlio d' un mugnaio che meriti straordinari avevano spinto 
ai più alti gradi della gerarchia sociale. Ma un'altra cosa 
sorprendeva gli stranieri, particolarmente quando in Francia 
già cominciavano a ventilarsi le teorie che misero capo 
alla rivoluzione: la parte che la nobiltà prendeva al Go- 
verno e il suo attaccamento alla patria: la nobiltà, osser- 
vava il Lalande, seconda le idee saggie e feconde, nel campo 
economico, dell'Imperatore per il bene dell' agricoltura, il 
sollievo dei polveri e l'aumento della popolazione. 

In tanto fervor di riforme non s'era pensato a ripa- 
rare a un disordine che fu per alcun tempo un flagello 
per la Lombardia: alle ferme. Il Governo appaltava a So- 
cietà di fermieri i sali, i tabacchi, le polveri, i dazi; i 
fermieri esigevano rovinose usure e anche i favori e i lucri, 
indebiti e soverchi, del privilegio e della privativa. I con- 
tribuenti strillavano, il buon popolo si sfogava in satire. 



— 205 — 

talora giunse pedino a minacciare qualche grave fatto: ma 
non era un male che si potesse tagliar di mezzo così pre- 
sto: lo Stato aveva bisogno urgente di danaro, e i fer- 
mieri eran sempre pronti a dargliene purché chiudesse un 
occhio sui loro abusi. 

Del resto le ferme eran forse P unico argomento al 
quale si appassionasse il popolo : delia politica allora non 
c'era né la curiosità, né il gusto, né la facilità di occu- 
parsene; i Lombardi erano allora ben lontani dal me- 
ritare la fama di ingovernabili che si acquistaron -di poi: 
si erano adagiati tranquilli sotto l'egida paterna del go- 
verno austriaco e lasciavano fare. 

Il risveglio economico della Lombardia e la lunga serie 
di provvedimenti per rialzare le sorti del commercio e 
dell' industria, da noi poc'anzi descritta, erano oggetto 
di studio più o meno accurato da parte di viaggiatori 
stranieri. Le nuove grandi fabbriche sussidiate e privilegiate 
dallo Stato eran visitate al pari dei monumenti e dei musei. 
Il Lalande ci descrive quella dei Clerici, e rimane estatico 
davanti a una macchina non mai veduta per dividere il 
pelo di capra : in una camera di grandezza ordinaria si 
alzava una grande ruota del diametro di circa 15 piedi, 
munita di piuoli: due donne, tranquillamente filando le 
loro cannocchie, camminavano su quei piuoli, facevano così 
girar la ruota, la quale metteva in movimento un numero 
prodigioso di naspi e di rocchetti che riempivano una sala 
superiore. Curioso particolare, non è vero, per la storia 
delle macchine? Visitò pure il Lalande la manifattura Pensa 
e Loria, in via Rugabella, vi ammirò macchine per tirar 
l'oro e ridurlo in fogli, per lustrare e cilindrare i drappi, 
e notò che una delle carrozze del Re a Versailles era guer- 
nita di velluto milanese. 

Nella fabbrica dei nastri potè ammirare il nuovo mac- 
chinario di telai molteplici, introdotto in Milano nel 1760 
da Carlo Morelli, macchinario che permetteva la fabbri- 



- 206 — 

eazione contemporanea di sessanta dozzine di pezze di 
nastro. 

Notava pure il nostro Laiande lo sviluppo di un'indu- 
stria, che ancor oggi fiorisca in Milano mirabilmente: la car- 
rozzeria. Nelle nostre officine si fabbricavano vetture leg- 
giere e di buona, qualità come ne occorrevano per viaggiare 
in Italia, e se ne fornivano in gran numero agli stranieri 
che non potevan percorrere le strade montuose della pe- 
nisola colle vetture francesi o inglesi troppo grandi e 
troppo pesanti. 

Osservazioni d'altro genere, ma non nien notevoli, fa- 
ceva Arturo Joung. Una delle prime visite dell' illustre 
agronomo inglese fu naturalmente alla Società Patriottica, 
fondata di fresco da Maria Teresa. Eia giorno di seduta, 
dieci o dodici membri si trovavan riuniti sotto la presi- 
denza del Marchese Visconti: un operaio milanese aveva 
presentato un bottone e un pàio di forbici, di cui una metà 
era inglese e una metà di sua fabbricazione. Domandò ed 
ottenne una ricompensa. « Tutte cosi, esclama il Joung, 
qUeste società d'incoraggiamento: a Londra s' occupano di 
rabarbaro e d'aratri nuovi, a Parigi di pulci e di farfalle, 
a Milano di forbici e di bottoni ! Son tutti marchesi, conti, 
cavalieri, abati ». L' Joung avrebbe voluto che di tali società 
facessero parte dei buoni conduttori di fattoria senza par- 
rucca e co' stivali impolverati: quanto ne avrebbero gua- 
dagnato le deliberazioni sociali! 

Tuttavia quei conti e cavalieri se ne intendevano, fi 
Marchese Visconti e il cavalicr Don Bassiano Bonomi lo 
fecero assistere nelle loro tenute alla fabbricazione del for- 
maggio lodigiano, e dovette convincersi che nulla di meglio 
si sapeva fare in Inghilterra nel campo di questa fecondis- 
sima industria; le piantagioni fatte dal marchese Casti- 
giioni nella sua tenuta di Mozzate gii parvero esemplari. 

Né conte ne cavaliere era invece il signor Bignami 
proprietario di vasle tenute, fattorie e vaccherie alla bassa. 



— 207 — 

plesso Codogno, e autore di pregiate dissertazioni in ma- 
teria d'irrigazione; a questo signore deve l 'Joung tutte 
quelle cognizioni che gli permisero di scrivere, nella rela- 
zione del suo Viaggio, un vero trattato di agricoltura lom- 
barda, ricco di dati e di statistiche, preziose anche per 
noi se volessimo tessere la storia di questa principalissima 
tra le industrie del popol lombardo. 

Avversario dichiarato della piccola cultura a mezzadria, 
credeva V Joung che la Lombardia sarebbe stata dieci volte 
più ricca se dappertutto avessero prevalso la grande cultura 
e il lavoro a giornata come nelle pianure irrigate. Le terre 
più povere gli parvero quelle affidate ai mezzadri: quelle 
terre gli parevan dovessero fatai mente divenire asili di mi- 
seria, perchè il contadino fosse di continuo in debito verso 
il padrone, e non essendo nella città numero sufficiente di 
manifatture per occupare la popolazione sobrabbondante, 
esso si agglomerasse sulla terra e la stessa quantità di ali- 
menti andasse ripartita in un numero di bocche sempre 
maggiori; Gli pareva che anche in questa parte delia Lom- 
bardia i proprietari avrebbero dovuto cambiar sistema, 
lentamente e prudentemente trasformando i loro possessi 
in fattorie coltivate da giornalieri d'ogni età e d'ogni sesso 
ben retribuiti, e fondando magari qualche manifattura 
grossolana per occupare il soverchio della popolazione e 
proporzionare il nutrimento alle bocche. 

Credeva lo Joung che la rivoluzione,, la quale già si 
poneva in cammino, avrebbe sicuramente trionfato in paesi 
popolali da miserabili mezzadri indebitati coi padroni: 
mentre gravi ostacoli avrebbe trovato nelle grandi pianure 
irrigate, dove si fosse formata ima classe di potenti affit- 
tarùoli (fermiéTs). pronta a fai- causa comune coi proprie- 
tari per tenere il popolo in pace. 

Le grandi simpatie del nostro Autore sono per il basso 
milanese sottoposto ad irrigazione, per quelle immense spu- 
gne che sono le marcite, fonte prima (iella ricchezza di questa 



208 



regione : l' irrigazione del milanese, la prima che sia stata 
tentata in Europa dopo la caduta dell' Impero romano, 
quando il Nord languiva ancora nelle barbarie, era ancora 
la più importante del mondo ! Riflettano gli uomini di stato, 
concludeva lo Joung, a questo fatto: un paese, che come 
la bassa Lombardia vive solo dei prodotti della terra, senza 
manifatture, quasi senza commercio, se si toglie quello delle 
derrate, è giunto a tanta prosperità da emular le contrade 
che neir industria e nel commercio hanno la principale 
risorsa ! 




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: 1 



— 209 



L'Albergo del Pozzo - Milano allo scuro -Come si de- 
nominavano LE STRADE E SI INDICAVANO LE CASE - GlU- 

dizii sul Duomo - Il Foppone - 1 palazzi - Il giardino 
di Gasa Porta. - L'edilizia in Milano nel sei e nel 
settecento. 

Gli stranieri continuavano a scendere all'Albergo del 
Pozzo ; se eran personaggi distinti, compagnie di suonatori 
ambulanti si recavano davanti all'albergo a dar loro il 
benvenuto. 

Si diceva che a Milano il vivere fosse caro : — potrà 
essere, esclama lo Joung, quando uno s'accontenta d'ordi- 
nare lasciando all'oste la cara di fare il conto; — ma egli 
saviamente aveva combinato prima per sei lire di Milano 
al giorno, pari a quattro scellini, per vitto e alloggio: i 
pasti serviti a parte, perchè non c'era table d'hóte in Italia; 
con questa spesa era ottimamente trattato, e se la minestra 
e i maccheroni gii parevan detestabili, era colpa del suo 
gusto che aveva in orrore la pasta. 

Anche in questo secolo Milano sembrava a tutti una 
grande città tornita di quanto era allora necessario alla vita 
civile. In qualche cosa tuttavia rimaneva indietro ad altri 
centri d'Europa; notava il Lalande che non v'era illumi- 
nazione; solo davanti ai principali palazzi qualche lampione 
o qualche lampada innanzi alle frequenti immagini della 
madonna ! I signori, come al tempo degli spagnuoli, si face- 
van far lume dai lacchè colle torcie, gli altri camminavano 
all'oscuro. Milano fu illuminato solo nei 1786, con lampade 

14 



— 210 — 

sospese ; questo progresso si deve all' Arciduca Ferdinando 
che stanziò la spesa sui redditi del giuoco del lotto. Le 
strade, salvo le principali, non avevano indicazioni, non 
numeri le case; le si designavano dalle chiese vicine « questo 
aiuto, dice il Lalande, non manca mai, perchè vi sono circa 
dugensessanta chiese ». Ecco, per esempio, come, con 
questo sistema, si sarebbe indicata l'abitazione d'un indi- 
viduo che avesse dimorato sulla via di S. Barnaba; «Giù 
del fosso la nona porta a man dritta nella contrada per 
contra l'Hospitale grande di Milano». La numerazione 
delle case cominciò sulla fine del secolo. 

In estate, particolare curioso, il corso era inaffiato da 
galeotti; se ne attaccavano sei a un carretto che portava 
una botte, un settimo taceva da cocchiere; avevan ferri alle 
gambe e una catena lunga due piedi che loro lasciava la 
libertà dei movimenti. Ciò, dice il Lalande, sei- ve, d'esempio 
al popolo. 

Come nel secolo precedente, anzi più ancora, sembrava 
straordinario il numero delle chiese e dei conventi: — A 
Milano, diceva il Grosley — non manca che il Papa per 
farne una città santa come Roma; chiese, cappelle, se- 
minari, confraternite in numero infinito. Vi si vende 
ogni anno un almanacco di devozione per indicare le sta- 
zioni, le ottave, le indulgenze che si trovano ogni giorno : 
mezza la città è occupata da case religiose. — Giuseppe II 
fece un primo repulisti. Napoleone il resto. Lo spirito super- 
stizioso del seicento faceva ancor qua e là capolino e di 
tratto in tratto s' incontrava nelle chiese questa scritta ; 
«Oggi si cava un'anima dai purgatorio» il che suggeriva 
al Cover questa curiosa osservazione: «Noi francesi cre- 
diamo che le preghiere possano liberare anime del purga- 
torio, ma senza cessare d'essere ortodossi, non sappiamo 
fissarne il tempo. Gli italiani lo sanno!» 

Tra i monumenti il Duomo inspirava ancora giudizi 
vari, e non tutti favorevoli. Si annuirà va lo sfarzo della deco- 



- 211 — 

razione, non sempre lo stile. Il gotico era ancora spregiato; 
la cosa più osservata continuava ad essere il S. Bar- 
tolomeo! Solo nel secolo venturo la cattedrale di Milano 
susciterà entusiasmi e Teotìlo Gautier scioglierà ad essa 
un inno superbo. Agli stranieri sembrava ancora una cosa 
strana che la fabbrica non finisse mai; ben ernioso il 
giudizio del Grosley, che racchiude una profezia : « Questo 
edificio senza esempio nella storia antica e moderna pro- 
fana e religiosa, rassomiglia a un gigante vestito di broc^ 
cato d'oro, carico di diamanti, ma senza scarpe e senza gli 
indumenti più necessari. In questo stato esso rimarrà finche 
qualche sovrano, impadronendosi dei patrimoni legati per 
quest'opera, non li destinerà senz'altro al suo compimento». 
È precisamente quello che quarantanni dopo faceva Na- 
poleone. 

Degli edifìci pubblici, uno dei più ammirati, strano 
davvero ! era la Rotonda o Foppone di Porta Vittoria. 
Aveva cominciato il De Brosses ad esaltare quella biz- 
zarra costruzione eretta pochi anni prima (1731) dall'archi- 
tetto Croce, fino a chiamarla il più bell'edificio di Milano, 
e tutti gli stranieri che vennero dopo di lui la decantarono. 
Serviva allora da cimitero ai morti dell' Ospedal Maggiore, 
meglio sarebbe dir da carnaio, perchè i cadaveri si but- 
tavano in ampie stanze sotterranee, murate, dove hanno 
dormito il sonno eterno fino a due anni sono, quando 
il Municipio fece liberare i sotterranei. «E' un immenso 
porticato poligonale » così lo descrive il (Dover-, « che cir- 
conda un bel prato fiorito. Nel centro una chiesa a croce 
greca. I morti riposano in larghe stanze sotto il porticato 
che olire una passeggiata amenissima: ad ogni interco- 
lonnio rispondono finestre che offrono vedute incantevoli 
sulla campagna. Voi non credereste come tutto questo fa 
venir voglia di morire! ». « 11 culto che gli italiani hanno 
per le anime del purgatorio » aggiunge il Grosley « ha fatto 
sì che questo cimitero sia un luogo di devozione dei più 
frequentati ». 



— 212 — 

Ammirati erano i palazzi privati, a cominciare da quello 
Litta ; ma specialmente, in città e nelle grandiose ville dei 
dintorni già menzionate, i giardini all'italiana, con bo- 
schetti tagliati con tanta arte da figurare gallerie, arcate, 
gruppi di statue, e intercalati da edifìci barocchi, da fon- 
tane, da prospettive dipinte sui muri e così via. Nella villa 
di Castellazzo, era ed è tuttora, un teatro colle scene e le 
gradinate tutte di verzura. « Per Dio » scrive il De Brosses 
a un amico, « ricordatevi, appena arrivato a Milano, di 
visitar il piccolo giardino di Gasa Porta. Il terreno ne è 
tagliato a mezzo da una rozza muraglia, il che ha offerto 
l'occasione di fare una delle cose più sorprendenti che si 
possano immaginare: è una prospettiva di edifizi dipinti 
su questa muraglia con tale maestria che tutto il terreno 
sembra d'una regolarità perfetta, e si dà il naso contro il 
muro contando di passeggiare più oltre ». 

L'attività edilizia negli ultimi due secoli in Milano 
aveva prodotto edifìci che ben meritavano l'ammirazione 
degli stranieri. 

Nell'epoca della decadenza Milano non aveva avuto 
uè un Bernini né un Borromini che col vigoroso ardimento 
delle concezioni facessero dimenticare i difetti d'im'arte 
che andava sempre più perdendo il senso della misura. 
Tuttavia abili architetti avevan saputo interpretare con 
gusto le tendenze nuove e rendere men brusco il passaggio 
dal classico al barocco. Fabio Mangone, impareggiabile nel- 
F adattar le fabbriche agli usi a cui dovevan servire, alle 
esigenze del luogo e dello spazio, aveAa eretto la Biblioteca 
Ambrosiana, un vero modello per la opportuna severità 
dell'insieme architettonico e per la sapiente distribuzióne 
dei locali ; aveva ideato il Palazzo pel Collegio dei Chierici 
elvetici, sorto nel 1620 per volontà del Cardinal Federico 
Borromeo, dove i due maestosi cortili circondati da un 
doppio ordine sovrapposto di colonne architravate, offrono 
un esempio, sempre ammirabile, di quelle prospettive sce- 



— 2:13 — 

niella così care agli nomini del Seicento. Il Mangone, insie- 
me con G. Maria Ricchini e G. B. Pessimi, aveva disegnato il 
nuovo corpo dell'Ospedale Maggiore, da erigersi coi cospicui 
lasciti del negoziante milanese G. Pietro Garcano, dando 
prova d'un'audacia straordinaria in quei tempi, dacché in 
pieno barocchismo, e nel grande cortile centrale dai vasti 
porticati a colonne corinzie, e nella fronte dalle finestre ogive 
adorne di terre cotte, avevano imitato la parte antica, ac- 
contentandosi di affermare la loro originalità nelle decora- 
zioni, pur sempre, del resto, armonicamente rispondenti 
all'insieme; sì che il nuovo edificio, potè essere creduto, 
e lo è tuttora da qualche guida, opera del secolo XV! 

Il Ricchini tra il 1651 e il 1686 aveva costrutto l'im- 
ponente Palazzo di Brera, la chiesa di S. Giuseppe equi- 
librata e leggiadra e quella di San Giovanni alle case 
rotte, il Palazzo Durini, il Palazzo Annoni e il Palazzo 
Arese, che poi prese il nome dai Litta, d'una magnificenza 
regale. 

Nel Settecento l'Architettura, dopo un periodo di quel- 
l'attività indisciplinata fino alla follia di cui son fastosi 
esempi il Palazzo Cusani, ora del comando militare, e il 
Palazzo Clerici, ritornò alla fredda compostezza dello stile 
classico e ve la ricondusse il folignate Giuseppe Piermarini, 
L'Architetto più operoso in Milano nel secolo XVIII. Egli 
disegnò il Palazzo del Monte di Pietà, la fronte dell'Arci- 
vescovado verso Piazza Fontana, il monumentale Palazzo 
Belgioioso e ricost russe nell'attuale forma l'antico palazzo 
Ducale. Più calda e varia fantasia spiegò Simone Cantoni 
in molti palazzi e ville, compresi il Palazzo Porta, ora 
Poldi Pozzoli, che tanto piaceva al De Brosses e l'immenso 
Palazzo Serbelloni sul Corso di Porta Orientale. Verso la 
fine del secolo infine Milano vedeva sorgere uno dei più 
bei monumenti dell'arte classicheggiante, per opera di 
Leopoldo Pollak, nel Palazzo fatto costruire, ai giardini 
pubblici, dal Principe Lodovico Barbiano. 



— 214 — 

• -AH "aprirsi del Secolo XIX se Milano non poteva ga- 
reggiare con Roma, con Firenze, con Venezia e con Genova, 
dove l' incitamento e la cooperazione di Principi mecenati 
o di Governi indigeni non erari mai venuti meno, era già 
tuttavia ben degna, anche per il decoro esteriore, di di- 
venire, come divenne pochi anni dopo, la capitale di un 
Regno. 




CAPO X. 

Milano nell'epoca napoleonica. 



i. 

BONAPARTE A MILANO — CONFUSIONE GENERALE — I DEMA- 
GOGHI e la Municipalità — I giornali — I glubs. 
Rosa Sangiorgio alla bigoncia — La guerra agli 
stemmi e alle immagini sacre — intermezzo austro- 
RUSSO — Le nuove Repubbliche — Il carnevale 
del 1802. 

Mentre il secolo XVIII stava per chiudersi, in Francia 
trionfava la Rivoluzione. Moriva sul patibolo il Re 
Luigi XVI e la Repubblica, proclamata in mezzo alle più 
orribili stragi che la storia umana ricordi, si apprestava 
a purgare i delitti che l'avevan fatta sorgere, distruggendo 
gli antichi e iniqui privilegi di casta e instaurando nuovi 
sistemi di governo fondati sulla libertà, sull'uguaglianza 
e, fin dove era possibile, sulla fraternità e sulla giustizia. 

Il movimento d'idee che aveva prodotto in Francia 
così profondi rivolgimenti, si era propagato, più o meno 
intensamente, in gran parte d'Europa; ma i governi, che 
pure avevano favorito molte riforme nell'ordine sociale ed 
economico, si apprestavano a combattere con ogni possa 



— 216 — 

l'audace nazione che minacciava Hi sconvolgere tutte le 
altre anche nell'ordine politico. 

La Repubblica, costretta a difendersi, lanciava in ogni 
direzione immensi eserciti che affrontavano la battaglia 
con entusiasmo meraviglioso. Uno di quegli eserciti, co- 
mandato da un giovane generale, che già dava luminose 
prove di genio. Napoleone Bonaparte, scendeva in Italia 
a combattervi l'Austria e a farvi trionfare le idee predicate 
dalla Rivoluzione. 

Il cammino del Bonaparte dalle Alpi a Lodi fu segnato 
da un succedersi di vittorie stupefacenti. Il 15 maggio 1796 
egli entrava a Milano, in mezzo ad una popolazione atto- 
nita per una fortuna militare di cui non aveva mai visto 
l'uguale. 

Napoleone era padron di Milano; e cominciò subito a 
tutto cambiare, a tutto riordinare. 

I principii di questo nuovo periodo di storia mila- 
nese sono di anarchia e di confusione. La parte più seria 
della popolazione non voleva farsi innanzi; intorno al Ge- 
nerale si affollarono gli scalmanati che aA r evan fatto pro- 
prio il verbo degli emissari mandati qui dalla massoneria 
francese a preparare il terreno, i demagoghi, gli arruffoni ; 
e ad essi Napoleone dovette appoggiarsi : essi volevano 
imitare la rivoluzione francese mentre qui le condizioni 
eran molto diverse da quelle della Francia : molte e seris- 
sime riforme erano state fatte, non v'era antagonismo tra 
nobiltà e popolo, che anzi, lo abbian veduto, a quelle 
riforme il fiore della nobiltà stessa aveva largamente con- 
tribuito. 

Così, aboliti gli antichi organismi amministrativi, fu 
costituita una Municipalità clamorosa e vaniloquente. Le 
truppe francesi spadroneggiavano, generali e commissari 
vuotavano le casse pubbliche, saccheggiavano, si può dire, 
le case private con requisizioni inique. Bonaparte impo- 
neva contributi di guerra enormi, spogliava i nostri Musei 



— mn — 

per mandarne* i eapilavori in Francia; cosa non mai fatta 
da tutti gli altri invasori che pure, nei secoli precedenti, 
non eran venuti, come lui, in nome della libertà e dell'u- 
guaglianza. Era una tragicommedia come la chiamò Pietro 
Verri. Bonaparte se ne accorse e colla costituzione della 
repubblica cisalpina (Giugno 1797) pensò a rimettere un po' 
d'ordine ; era la pura costituzione francese, abito non fatto 
pei nostri panni, con un Direttorio e due Corpi legislativi; 
tuttavia frenò gli abusi ; ma, lui partito, si tornò alla con- 
fusione di prima. 

Idee come quelle della rivoluzione trasportate ed appli- 
cate in un paese che non aveva preparazione alcuna alla 
libertà politica, dovevano per forza far sì che quella libertà 
trasmodasse immediatamente in licenza. E così la libertà di 
stampa fece sorgere una miriade di giornali parolai e viru- 
lenti, incapaci di discutere con serenità e con competenza 
i problemi gravissimi che avrebbero dovuto preoccupare 
chi pretendeva illuminare l'opinione pubblica, ma solo ba- 
davano a insultare con sfoghi volgari gli aristocratici e i 
preti : la libertà di associazione fece pullulare i clubs poli- 
tici, dove ogni intemperanza era lecita, basti dire che nel 
Circolo democratico aperto nella chiesa della Rosa, una sera 
la figlia del chimico Sangiorgio, salita in bigoncia, con- 
chiuse un violento sproloquio offrendo la sua mano a chi 
le avesse portata la testa del papa. Questa ubbriacatura 
rendeva, forse inconsciamente, tiranni anche i più convinti 
d'essere apostoli di libertà e di patriottismo ; onde si dichia- 
rava senz'altro nemico della patria chiunque osasse pur 
timidamente condannare siffatte esagerazioni. 

L'odio contro la nobiltà, odio in gran parte fittizio e 
perciò degli scalmanati e dei demagoghi, per nulla condi- 
viso dal popolo della città e tanto meno da quello della 
campagna, l'odio contro la nobiltà induceva a puerilità 
che sarebbero incredibili, se tanti documenti non fossero 
lì a comprovarcele: basti accennare alla guerra agli stemmi, 



— 218 — 

uno degli episodi più curiosi nella storia di quei tempi. 
Si pubblicò una strana legge che condannava .... alla 
morte tutte le insegne d'araldica e di marescialleria. Il 
potere esecutivo rivolse innanzi tutto gli occhi al Duomo 
che primo doveva fare il grande sacrificio. S' intima al- 
l' Amministrazione della fabbrica di dar mano allo scal- 
pello e spazzar via quella roba. V è sulla porta uno stemma 
di Papa Braschi : lo si tolga. Gli amministratori fanno os- 
servare ch'esso non mantiene nella società alcuna distin- 
zione civile; ma è appeso alla porta d'una chiesa per di- 
sposizione canonica; e la Municipalità giacobina cosi ri- 
sponde : « Cittadini : la vostra condotta ha incontrato la 
nostra decisa disapprovazione : noi troviamo riprovevole il 
vostro indugio e lo scritto impertinente, vi intimiamo che 
se entro 24 ore non verrà tolto lo stemma Braschi sarete 
arrestati e detenuti per tre mesi, oltre l'ammenda di 100 
scudi per ciascuno ». Al posto dello stemma doveva porsi 
l'effigie di S. Ambrogio che Andrea Appiani era incaricato 
di dipingere. Siili' Aitar maggiore è un grande baldacchino 
colle insegne di Spagna: lo si tolga. Ma, dicono gli am- 
ministratori, è un' impresa difficile e dispendiosa ; bisogna 
rompere la volta, impiantare argani, impiegare trenta per- 
sone. Non importa, via il Baldacchino. L' Architetto Soave 
fa notare che parecchi monumenti decorati da insegne 
nobiliari, sono preziose opere d' arte : come scalpellare 
le insegne del magnifico monumento Caracciolo, opera 
del Bambaja, o di quello di G. G. Medici ? L' architetto 
Soave è un reazionario : si eseguisca l' ordine della Mu- 
nicipalità. Dove non arrivano i Municipalisti, arrivano i 
cittadini zelanti, con denuncie segrete. Eccone una : « Pa- 
sando ieri matina dal Duomo ho vedutto sopra una ca- 
pella di marmo un'aquila detta imperiale : io per tanto 
spinto da zello patriottico e non volendo che resti alcun 
vestigio dell' antica Urania ricorro a questo dicastero acciò 
li Venga datto ordine a chi spelta onde sia levato questo 



— 219 — 

S$g#© della detestabile nostra schiavitù. » Lo stesso si ta- 
ceva in tutte le altre chiese, in tutti gli edifìci pubblici e 
privati. 

Ma queste in fondo erano ragazzate e trovarono nel 
ridicolo la medicina più efficace; assai più grave fu la 
guerra alle immagini sacre; è un episodio che si ricon- 
nette a quelle persecuzioni contro la chiesa e la religione 
stessa, onde il popolo fu distolto dal far causa comune coi 
patrioti. Non meno si esagerò nella lotta contro il culto 
esterno che ebbe la sua sanzione nella legge 30 giugno di 
quell'anno, vietante ogni manifestazione religiosa fuori 
dalle chiese, anch'essa giustificata con dire che quelle 
manifestazioni potevano servir di pretesto ai nemici del- 
l' ordine pubblico per turbare la tranquillità dei cittadini, 
che la religione, spogliata degli apparati esteriori, avrebbe 
guadagnato in intensità e in sincerità. 

Le immagini sacre sui muri esterni delle case s' in- 
contravano allora ad ogni passo, il popolo soleva da an- 
tico raccogliersi davanti ad esse, venerarle, festeggiarle 
con musiche, addobbi, luminarie. Ma i « patrioti » avevan 
veduto in quel costume i germi di agitazioni popolari, e 
le vollero cancellate. Al duro decreto aveva dato la spinta 
un piccolo subbuglio successo in via Pattari dinnanzi ad 
una madonna che si andava dicendo avesse aperto e chiuso 
gli occhi. La polizia aveva dovuto sciogliere con qualche 
violenza assembramenti di popolani che si riscaldavano 
nel commentare il miracolo. Pochi giorni dopo seguì un 
tumulto dinnanzi alla statua di S. Ambrogio esposta sul- 
l'angolo tra la via Spadari e la via della Rosa; si voci- 
ferò che il santo avesse agitato lo staffile (per staffilare i 
giacobini, s' intende). La diceria scatenò l' ira dei patrioti 
che proprio sulla Piazza della Rosa tenevano il loro Club 
Costituzionale. Il Governo, impensierito, ordinò agli Ispet- 
tori dei Rioni di cancellare a poco a poco tutte le imma- 
gini. Ed ecco i pubblici funzionari, accompagnati da im- 



— <m — 

Mancatóri, da portatori di scale e lorde accingersi, di 
notte, al faticoso lavoro. Taluni per aver fatto troppo a 
fidanza col patriottismo popolano buscarono bastonate ; ad 
altri, non sappiamo se più o meno fortunati, si rovesciò 
sul capo qualche vaso d'intima natura. La mattina, allo 
svegliarsi i cittadini trovarono tutte le immagini imbian- 
cate, abbattuti i contorni, i tegumenti, le cornici. I gior- 
nali annunziarono esultanti la lieta novella e coonestarono 
la violenza con dire che « le immagini servivano a mante- 
nere viva nel popolo la rispettosa rimembranza e la vene- 
razione di tanti esseri che furono o inutili o anche perni- 
ciosi alla società e che non ebbero altro merito fuor quello 
di sostenere, talora anche col sangue, gli interessi della 
curia romana e dei preti dai quali per ciò appunto furono 
divinizzati ». 

Così parlava un giornalista del 1798. 

Ma la moltitudine non si lasciò convincere dalle ra- 
gioni filosofiche e, fino ad un certo punto, giustificate dal 
timor di disordini in un momento in cui gli animi erano 
tanto eccitati. 

Al veder proibiti gli apparati alle chiese, proibite le 
processioni, costretto il sacerdote a portare il viatico senza 
le consuete forme, ma quasi in segreto, cancellate le imma- 
gini sacre, lodato un Vescovo di Bergamo, Dolfìni, che 
proponeva ai suoi dipendenti di smettere Y abito eccle- 
siastico fuori della chiesa, acclamati preti apostati^ che 
dileggiavano pubblicamente la religione e ballavano il can 
can intorno all'albero della libertà; proposto di sostituire 
ai nomi di santi alle vie, quelli di Bruto, di Temistocle, di 
Camillo ed altri insulsi e persino grotteschi come : contrada 
del Bel sesso, del Sonno eterno, dell' Isola Tatti, dei Pa- 
tagoni; rappresentarsi al teatro della Scala il Ballo del Papa, 
nel quale in osceni atteggiamenti comparivano sulla scena 
il Pontefice e i Cardinali, il popolo rimase profondamente 
turbato. In mezzo a quei gravi contrasti attraversò una 



— 221 — 

crisi penosa : l' urto violento contro le sue antiche credenze 
lo offendeva; le blandizie dei giacobini più moderati, che 
gli si accostavano con faccia di amici mostrandogli che 
le nuove idee non volevano distruggere la fede ma solo 
spogliare la religione di quanto v'era di superstizioso, lo 
stancavano. Non è quindi meraviglia che nel 1799, quando 
gli Austro Russi, durante la permanenza di Napoleone in 
Egitto, scacciati i Francesi dalla Lombardia, entrarono in 
Milano, la folla li acclamasse col grido : « Viva la reli- 
gione, viva l'Imperatore e Re ». 

Una reazione era inevitabile; non fu certo a Milano 
feroce come a Napoli, ma ebbe pure il suo sfogo; il po- 
polo baciava i cavalli dei vincitori, malediceva i « patrioti » 
abbatteva gli alberi della libertà. I sentimenti dovuti re- 
primere sotto il regime Cisalpino eruppero ora liberamente 
con un diluvio di opuscoli, di invettive, di diatribe ; la 
massa popolare si fece interprete del disprezzo per la sop- 
pressa repubblica: 

« Tra i preti e i frati chi lascia la veste 
Chi la sciabola dietro si trascina 
E chi dell'ateismo empie le teste. 

Del pubblico la roba va in mina 
Briccon, falliti, comandali le feste, 
La Repubblica è questa Cisalpina ». 

Ma in questo grave momento psicologico il popolo, 
senza pure accorgersene, andava innovando la propria co- 
scienza, la sua fede uscì dai contrasti più limpida e libera 
da molte grossolane superstizioni ; era senza dubbio pene- 
trata nell'animo della moltitudine un'onda ristoratrice di 
vita nuova; e la rivolta contro le idee della rivoluzione 
non era in fondo se non l'estremo lamento del secolo de- 
crepito che crollava. 

E infatti l'aura popolare presto si cambiò un'altra 
volta. L'Austria, aveva troppo confidato nel malcontento 



— %m — 

contro i Francesi, inaugurò una fiera, anzi feroce, reazione, 
mandando a languire nelle luride prigioni di Cattaro gli uo- 
mini che avevano favorito la rivoluzione, e proprio i migliori, 
giacché i peggiori o erano fuggiti o avevano mutato bandiera. 
I disordini della prima Repubblica avevano fatto desiderare 
V intervento Austro-Russo: gli orribili eccessi reazionari 
della restaurazione fecero di nuovo desiderare i francesi, 
e quando Bonaparte, divenuto primo Console, distatto 1' e- 
sereito austriaco a Marengo, rientrava in Milano, il 21 
giugno 1800, fu accolto con giubilo. 

La Repubblica Cisalpina fu ricostituita con elementi 
di governo più temperati; fu escluso innanzi tutto G. Battista 
Sommari va, membro del primo Direttorio, quel medesimo 
che il, Foscolo chiamava inclito ladro; colle mai acquistate 
ricchezze comperò la sontuosa villa Clerici a Cadenabbia sui 
lago di Como, e condusse vita principesca a Parigi, non 
curandosi delle ingiurie e delle maledizioni scagliate da ogni 
parte contro di lui. Nella consulta legislativa entrarono 
uomini insigni come il Mascheroni, il Gicognara, il Moscati : 
tuttavia le idee erano ancora molto confuse e la seconda 
Repubblica non fu molto migliore della prima. 

Se non che colla Repubblica Italiana, proclamata nei 
Comizi di Lione, 1802, si entra in un periodo di savia e 
illuminata riorganizzazione : l' illustre cittadino Francesco 
Melzi, voluto Vice-Presidente dal Presidente Bonaparte, si 
contornò di persone oneste e valorose, come Carlo Verri, 
Pietro Moscati, Giuseppe Primi e governò con virile sag- 
gezza quasi tre anni. 

Il Carnevale del 1802 fu dei più vivaci ina insieme 
dei più composti e signorili : ballarono i popolani, ma ri- 
cominciarono a ballare anche i titolati, i perseguitati dai 
cisalpini : parecchie case, da anni chiuse, si riaprirono 
agli amici.. L'inaugurazione del nuovo governo e la pre- 
senza del Melzi rassicuravano gli animi e rendevano più 



— 223 — 

onesta e decorosa l'allegria. Il Melzi dischiuse l'ex palazzo 
ducale a ricevimenti e feste da ballo ; a quella del 3 marzo 
1802 furono invitate tremila persone: la sala era adorna 
di bassorilievi e dipinti allusivi agii eventi contemporanei. 
In quelle riunioni si cominciarono a riudire i vecchi titoli, 
gridati nelle anticamere: si aboliva l'epiteto repubblicano 
di « cittadino » : insomma si cominciava ad allontanarsi 
dai ricordi e dalle fasi tumultuose delle due repubbliche 
Cisalpine. La religione e il clero ricominciarono ad essere 
rispettati : Melzi stesso assisteva al Corpus Domini venendo 
immediamente dopo il baldacchino. 




Francesco Melzi 



224 



II. 



Il Regno italico — La vita intellettuale a Milano - 

I lavori pubblici: Un sogno edilizio — La Corte — 

II rovescio della medaglia - - La morte del Prina 
e la caduta del regno. 

Ed eccoci al 1805. Napoleone compie la sua meravigliosa 
ascesa e diventa Imperatore: la Repubblica si tramuta in 
Regno d'Italia; Re il Bonaparte, Viceré Eugenio di Beauhar- 
nais. Milano, capitale, si mette alla testa della nuova civiltà 
italiana e per la prima volta, da Lodovico il Moro in poi, 
gode d'una vera preminenza politica e civile. 

E con onore |i milanesi tennero l'altissimo posto; 
furono audaci organizzatori e riformatori nella politica e 
nell'amministrazione e fecero delia loro città un grande 
centro di cultura. Sorse allora l' Istituto Lombardo di 
scienze, lettere ed arti : Alessandro Volta, Barnaba (Mani, 
Antonio Scarpa, Antonio Gagnola, Andrea Appiani, Vin- 
cenzo Monti ne furono i primi membri: si riordinò radi- 
calmente l'Accademia di Belle Arti, che prese nuovo 
sviluppo sotto la direzione del celebre pittore Giuseppe 
Bossi, e nel 1815 si iniziò l'annuale Esposizione di Belle 
Arti, la quale andò col tempo acquistando grande rino- 
manza. 

Si istituivano premi per concorsi artistici. L'archeologo 
Gaetano Cattaneo, incoraggiato e favorito dal Viceré, fondò 
il Gabinetto Numismatico; esso fu, e crediamo sia tuttora, l'u- 
nico istituto governativo di questo genere in Italia. La Scuola 
di veterinaria, fondata nel 1791 e limitata dapprincipio alla 




Gabrio Casati 



- m> — 

veterinaria minore, fu ridotta nel 1808 a completa scuola 
teorico-pratica, con ampie infermerie, le quali sono ancora 
oggidì ritenute le migliori del genere. Nel medesimo anno 
si inaugurò il Conservatorio di Musica, si fondò il Collegio 
Reale delle Fanciulle, dove si iniziava un sistema d'educa- 
zione femminile più liberale e veramente adatto a formare 
buone spose e buone madri, a differenza degli antichi metodi 
che non sapevano produrre se non donne galanti o bigotte. 
Ne fu affidata la direzione alla baronessa de Lor, venuta 
apposta da Parigi, dove dirigeva, con gran lode, una isti- 
tuzione consimile. 

La vita intellettuale era quanto mai intensa. A Milano 
convenivano i migliori ingegni : i giureconsulti Saffi e 
Romagnosi, il medico Paletia, il chimico Porati, il fisico 
Pietro Moscati, diffonditore della teoria di Halier, che 
aveva organizzato un gabinetto fisico metereorologico, de- 
scritto dal francese Millin come unico nel suo genere; il 
pittore-scrittore d'arte Giuseppe Bossi, Andrea Appiani 
che decorava col suo pennello le sale del Palazzo reale ; gli 
architetti Cagnola, Canonica, Antolini; Zanoia, architetto 
e poeta, autore di sermoni che poterono essere attribuiti 
al Parini ; Paradisi, il sapiente geometra, come lo definisce 
il Millin, che riuniva in sé la profondità di concezione di 
Newton e lo spirito di d'Alembert, e tanti altri. 

Abbondavan le scuole: con 127.000 abitanti Milano 
contava diciotto scuole normali, (così chiamavansi allora 
le elementari) due ginnasi, un collegio militare; cattedre 
speciali di chimica, di ostetricia, di chirurgia, di anatomia, di 
diritto pubblico e commerciale, d'alta legislazione, tenuta 
nientemeno che da Romagnosi, di eloquenza, di letteratura 
greca si affidavano come un premio a persone illustri nelle 
proprie discipline. 

Un forte impulso ebbero i lavori pubblici : si asser- 
enarono dieci milioni pel parco di Monza, si avviava il 

15 



— M6 — 

canale tra Milano e Pavia, si costruiva l'Arena e l'Arco 
del Sempione: si terminava la facciata del Duomo... si 
pensava a rinnovare tutta Milano! 

Tutti erano invasi dal desiderio di rimutare ogni cosa. 
È bello quel continuo miraggio di grandezze mai ritenute 
bastevoli alle esigenze dei tempi, quel ringiovanimento 
degli spiriti che si affacciavano alla vita nuova colla 
gaiezza ingenua, e talora perfino colla fede inconscia, di 
ragazzi che non vedono ostacoli e non misurano difficoltà. 
Il passato appariva ai più gretto e meschino; splendido 
P avvenire ; a tutti pareva di vedere la felicità universale 
in fondo ad una lunga via diritta che, inforcate due velo- 
cissime cavalle dal nome di « Libertà » e di « Uguaglianza », 
in un attimo si sarebbe percorsa. 

Come poteva piacere a quella brava gente una città 
quale Milano, dove dalle vie strette e tortuose "sembrava 
esalasse lo spirito nauseante dell'aborrito medioevo"? Aria 
e luce, si gridò da ogni parte, e nacque allora la prima 
idea degli « sventramenti » e dei « rettifili ». 

Già fin da quando si distrussero le fortificazioni del 
Castello, avanzo della . passata tirannide, s'era pensato ad 
erigere su quell'area maledetta un complesso tale di edifici 
che segnasse il compiuto trionfo della borghesia pensatrice 
e operatrice. 

Secondo un grandioso disegno dell' architetto Antolini, 
lo spazio prima occupato dai baluardi del Castello doveva 
ridursi ad un circolo del diametro di circa seicento metri, 
che s'apriva per centotrenta metri verso la città e per 
altrettanti, dalla parte opposta, verso la campagna. 

Il resto occupato in giro da quattordici maestosi edi- 
fìci; otto destinati per assemblee nazionali o per istituti 
di pubblica istruzione, quattro per la Borsa, per un Museo 
Nazionale, per un Pantheon e per un Teatro; due per la 
Dogana e le Terme. Poi magazzini, botteghe e case d'affitto 
ripartiti per dodici spazi designati ciascuno col nome di un 



dipartimento della Repubblica; tutti questi edifici congiunti 
da dodici colonnati dorici, di trenta colonne granitiche cia- 
scuno, che, combaciando coi portici dei vari stabilimenti, 
formavano due vasti ambulacri coperti dello sviluppo di 
circa settecento metri per parte. Nel centro il Castello, 
rifatto sullo stile classico dell'epoca: una profanazione, 
senza dubbio, ma una profanazione, che ben si può per- 
donare agli uomini del 1801. 

Ma questo non era che il principio. L'Amministrazione 
Municipale aveva ideato un completo piano regolatore che 
fu presentato a Napoleone il 17 Settembre del 1807, e ora 
si conserva nell' Archivio storico civico al Castello Sfor- 
zesco. 

L'arteria principale doveva essere una grande strada 
diritta, la strada Napoleone, che dal Foro Bonaparte met- 
tesse capo all'Ospedale Maggiore, niente di meno. Parallelo 
a questo un altro rettifilo doveva dal punto d'incrocio del 
Corso di Porta Vercellina colla Contrada di S. Giovanni 
sul Muro, radere la Piazza Borromeo e finire di fianco a 
S. Sebastiano. 

La sistemazione del Centro era subordinata al concetto 
di rendere il Palazzo Reale « centro delle civili comunica- 
zioni, decorosamente accessibile dalle varie parti della città 
e isolato dall'oppressione delle case circonvicine » : perciò 
si allargava di molto la Via Rastrelli, si formava, vicino 
al teatro della Canobbiana, una gran piazza, abbattendo 
la metà posteriore di quell'immenso palazzo, che allora 
era separato dal resto per mezzo della Via delle Ore. Anche 
alla Piazza del Duomo si pensava di provvedere in modo 
« che servisse alla maestà del Palazzo Reale », ma il disegno 
limitavasi alla demolizione del Coperto dei Figini (abbat- 
tuto poi nel 1862) e dell'isolato del Rebecchino (caduto 
sotto il piccone nel 1873), all'ampliamento della Via dei 
Profumieri, che immetteva nella Piazza dei Mercanti, e a 
quello della Via Cappellaio, per mezzo della quale il centro 



— '228 — 

avrebbe comunicato colla Strada Napoleone, quella, cioè, 
Ira il Foro Bonaparté e FOspedal Maggiore. 

Ancora in servizio del Palazzo Reale si pensava ad 
una radicai trasformazione intorno al Corso di Porta Renza 
od Orientale, e si tracciava una grande linea che, conti- 
nuando, da poco sopra la chiesa di S. Babila, quel corso, 
e mantenendone la larghezza, tagliava la Corsia dei Servi, 
oggi Vittorio Emanuele, sul punto dov'era la chiesa omo- 
nima da demolirsi (Piazza S, Carlo), e immetteva nella 
Piazza Fontana, ampliata di molto colla demolizione degli 
isolati che si trovavano, e si trovano, di fronte al Palazzo 
di Giustizia. Di quella piazza vote vasi fare un centro di 
pubblici uffici, sull'esempio degli antichi Fori delle città 
italiane, trasportandovi i tribunali e molti altri dicasteri 
che si trovavano allora riuniti nel Broletto di Piazza Mer- 
canti. Il nuovo Corso di Porta Orientale avrebbe davvero 
offerto « un colpo d'occhio senza confronto in Italia ». 

Né meno maestoso era l'altro gran rettifilo che, costi- 
tuito dall'allargamento di via Stella, continuava il Verziere, 
e, correndo parallelo all'odierno Corso di Porta Vittoria, 
metteva ai bastioni. E che dire di quello che, partendo dalla 
via Disciplini, formava in capo al Corso di Porta Romana 
la gran piazza, che ancor noi oggi desideriamo, intersecava 
la Strada Napoleone e riusciva nella Via dei Rastrelli, di 
tìanco al palazzo dove fu, sino a poco tempo fa, la Posta ? 

Era questo un grande poema edilizio! Era stato con- 
cepito in un momento di slanci generosi e più che la 
ragione pratica aveva lavorato la fantasia. I disegni di 
ampliamento miravano, più che ad altro, ad abbellire la 
città, non rispondevano a bisogni veramente sentiti e 
determinati da un rapido sviluppo di industrie e di com- 
merci o da un intenso aumento di popolazione. Perciò, se 
alcuni di quei disegni erano sì ben pensati da avere ai 
tempi nostri una identica o approssimativa esecuzione, 
molti altri le posteriori vicende edilizie di Milano dimo- 



— 229 — 

strarono oziosi e inattuabili. Fu illusione, quasi puerile, 
che un piano siffatto potesse attuarsi in pochi anni, quando 
lo sviluppo economico di Milano era ancora agli inizi. Il 
precipitare degli eventi politici e il declinare dell'astro 
napoleonico fecero sì che tutto rimanesse un sogno, ma se 
alla grande impresa si fosse posto mano, chi sa qual 
disastrosa crisi l'avrebbe allora troncata! 

Tuttavia agli uomini di quel tempo spetta il vanto 
d'aver portata m campo la questione del rinnovamento 
edilizio di Milano, e d'aver tracciato le prime linee del vasto 
disegno che più non cadde. Il sogno d'allora si tramutò 
presto in un problema seriamente studiato, cominciò a 
realizzarsi non appena cessata l'oppressione straniera ed 
oggi è un fatto compiuto. Non è male aver rievocato quel 
primo abbozzo, perchè, quando si son guadagnate le cime, 
piace volgersi indietro ed abbracciar collo sguardo la 
strada percorsa. 

Nell'industria, nei commerci, nell'agricoltura si cercava 
di favorire tutte le buone iniziative; si introducevano 
accademie e cattedre agrarie: le robinie, il platano, la 
patata, i merini, accrescevano le nostre ricchezze naturali: 
si istituirono premi a favorir l'industria delle api, del 
ferro nostrale, dei combustibili fossili. Il Re istruiva il 
pubblico sui vini, il Gautieri sui boschi, Dandolo sui 
bachi e sulle greggie, Bovara di Lecco inventava le bina- 
toie ad acqua: a Manfredini che introdusse il torchio da 
batter le monete all'anello e portò a mirabil finezza la 
fusione dei bronzi, si diedero ingenti premi. Distribuì vansi 
annui premi agli artieri ; si costituiva un fondo per la 
compera di macchine da filare da cedersi a chi garantisse 
di avere i mezzi per porle in attività e ne rimborsasse, 
entro quattro anni, il prezzo. 

Molti giovani erari chiamati agli impieghi; ingegneri 
e geometri lavoravano al censimento della nuova pro- 
vincia: i processi giudiziari fatti in pubblico aprivano un 



— 230 — 

campo all'eloquenza: mentre nessun esercizio d'armi ave- 
vano avuto i nostri nel secolo passato, ora possedevano 
un esercito nazionale, che faceva splendide prove nei ci- 
menti dove Napoleone lo spingeva; scuole militari risu- 
scitarono lo spirito guerresco all'entusiasmo della gloria e 
della speranza. 

Milano tornava ad avere una corte splendida come ai 
tempi di Lodovico il Moro. Una gaia e varia società si 
muoveva intorno al Viceré e alla bella e virtuosa Amelia 
Augusta di Baviera, donna esemplare per la modestia e 
le virtù domestiche: la nobiltà non fu più l'unico titolo 
per essere ammessi ai ricevimenti vicereali; ma il merito 
e la posizione sociale ebbero non minor valore. Il popolo 
era continuamente rallegrato da spettacoli di luminarie, 
da feste, or per celebrare le vittorie di Napoleone o le 
paci, o i parti della vice regina; e molte di queste feste 
eran tali da lusingare il nascente nostro orgoglio nazio- 
nale, come quella pel ritorno dal Baltico del generale 
Domenico Pino, milanese, alla testa della divisione colla 
quale aveva sconfitto gii Svedesi il 28 Febbraio 1808: 
quattro giorni di baldorie con luminarie, fuochi d'artificio, 
pranzi a Corte, balli nei teatri, corse di bighe all'Arena. 

Nei carnevaloni si faceva uno sfarzo non mai per 
l'innanzi veduto : di poema degnissima e d' istoria parve 
la mascherata del 1812, organizzata per iniziativa stessa del 
Viceré: sedici carri, tirati ciascuno da dodici cavalli rap- 
presentavano le quattro stagioni ed altre allegorie; il 
Governo voleva distrarre le menti da gravi preoccupazioni; 
si era alla vigilia della partenza dell'esercito per le infauste 
campagne di Russia ! 

Ma v'era il rovescio della medaglia: la mancanza di 
libertà, la prepotenza della polizia, F infierire conti imo 
delle imposte per far fronte alle guerre, io sperpero di vite 
della gioventù italiana sui campi detta Germania e detta 



— m - 

Russia, avevano mutato l' entusiasmo dei primi anni in 
un senso di stanchezza profonda. Caduto Napoleone anche 
il Regno d'Italia si sfasciò e Milano fu teatro dell'ultima 
tragedia. I partiti, in maggioranza avversi alla Francia e 
al Viceré Eugenio, concordi nel! 'abbattere il regime attuale, 
ma non concordi sui modi per ricostruire l'edificio, tumul- 
tuarono: la plebaglia si impadronì di Giuseppe Prina, 
ministro delle finanze, innocente capro espiatorio delle 
intollerabili vessazioni fiscali, e lo uccise, il 20 Aprile 1814. 
L'esercito austriaco guatava poco lungi da Milano in 
attesa degli eventi. In tali distrette il Municipio nominò una 
Reggenza provvisoria di governo, composta d'uomini tem- 
perati, avversi alla Francia i quali troppo ingenuamente, 
ma senza dubbio sinceramente, credendo che l'Austria 
avrebbe conservato il Regno italico, sott' altro Principe, 
e rispettatane la indipendenza, lasciava che il generale 
Austriaco Bellegarde intervenisse a ristabilirvi l'ordine. Ma 
l'Austria fece come aveva fatto Carlo V nel 1535 ; non 
rispettò nulla e dichiarò i Lombardi sudditi dell' Impera- 
tore, il 12 Giugno del 1814. 




Spettacolo nautico all'Arena nel t8i 

PER LA NASCITA DEL Re DI ROMA 



— &2 — 




L'antica piazza Mercanti 



CAPO XI. 

La seconda dominazione austriaca 



i. 

Milano nel 1820: Le impressioni "di Lady Morgan — La 
burocrazia: Risposte in ritardo — Le prime cospi- 
razioni — Gli impazienti ed i pacifici — Cantanti 
e ballerine. 

Milano tornava sotto l'antico dominio, non più blando 
come ai tempi di Maria Teresa, ma disposto a governo 
tirannico. I tempi eran mutati : il dispotismo napoleonico 
aveva prodotto dei mali, ma anche recato benefìci inap- 
prezzabili; aveva fatto di gran parte dell'Italia una nazione, 
abituato gli italiani alle arti di governo, creato un esercito 
nazionale, datoci una coscienza civile. Tutto questo non 
si poteva cancellare: l'Austria non lo comprese: volle 
tornare allo statu quo ante il 1796 e si scavò sotto i piedi 
l'abisso. Milano, che di quella splendida attività nazionale 
era stata il centro, diventò il centro dell'opposizione politica 
contro il nuovo despotismo. 

Nel 1820 veniva nella città nostra Lady Morgan, una 
inglese intelligente e colta che raccolse in una pregiata 
opera le impressioni del suo viaggio in Italia, Di spiriti 



— 234 - 

liberali, ella vedeva con rammarico la Lombardia caduta 
sotto il dominio dell'Austria che ne paralizzava tutte quelle 
iniziative le quali sì benefìci frutti avevano prodotto durante 
il regime napoleonico : « Il genio fu messo al bando dal- 
l' Impero — scrive la libera figlia d'Albione — lo spirito 
assoggettato al tribunale secreto della polizia; la scienza 
nel nuovo vocabolario imperiale fu chiamata eresia e im- 
moralità. « Signori, non domando loro scienza » aveva 
detto l'Imperatore ai membri dell' Istituto ; « non domando 
che religione e moralità » ; e a un ministro che gli chiedeva 
se era contento dell' istruzione : « A me basta che i miei 
sudditi sappiano leggere e scrivere ! » La poesia non stret- 
tamente classica dichiarata rivoluzionaria e sovversiva ; si 
fermavano alla frontiera le opere di Voltaire e di Rousseau; 
un milanese che aveva comperato a Parigi un'edizione di 
Voltaire, domandò il permesso di portarla con sé; si di- 
sturbò per questo l'Arciduca Governatore e il Consiglio 
aulico di Vienna; e la Morgan crede che i libri finissero 
per restar nelle mani degli ufficiali di dogana. 

Quantunque il Regno Lombardo- Veneto sia affidato a 
un Viceré, tutto emana da Vienna ; l'arciduca Ranieri non 
prende la minima iniziativa senza scrivere a Vienna; il 
conte Rapp, capo di polizia, gravemente ammalato, chiede 
il permesso di recarsi ai bagni? si scrive a Vienna, e il 
permesso arriva due mesi dopo la sua morte. I Milanesi 
chiedono il permesso di mascherarsi in carnevale? si scrive 
a Vienna, e la risposta arriva... la prima settimana di 
quaresima. Si chiede di allagare l'Arena, d'inverno, per 
procurare alla gioventù lo svago del pattinaggio? si scrive 
a Vienna, ed ecco... ai primi di luglio la risposta. 

A Lady Morgan sembrava che questo stato di cose 
non dovesse durar molto; già ella s'accorgeva d'un fer- 
mento febbrile nello spirito pubblico, e pronosticava coinè 
non lontano un rivolgimento che pollasse la libertà e 
l'indipendenza. Buona signora! Quanto tempo, quanti 



— 235 — 

dolori, quanto sangue occorsero prima che il suo augurio 
si effettuasse! 

Quando Lady Morgan fu a Milano, già per non dubbi 
segni s'eran preannunciate le aspirazioni alla indipendenza 
politica; nel 1814 stesso il Governo aveva sventato una 
congiura militare ordita da ufficiali dell'antico esercito 
napoleonico ; ora le cospirazioni carbonare cominciavano 
a stendere la loro rete nella nostra città e, non appena 
sbarcata in patria, la gentile signora riceveva la dolorosa 
notizia dell'arresto di Silvio Pellico; ma quelle aspirazioni 
erano ancora concentrate nelle classi elevate, fra alcuni 
nobili e fra i letterati; la gran maggioranza della popola- 
zione non aveva ancora aperte le sue fibre al fremito 
dell' indipendenza. 

Le sterminate catastrofi avvicendatesi nel primo quarto 
del secolo, le coscrizioni doppie o anticipate che avevano 
afflitto tante famiglie, l'impressione lasciata negli animi dal- 
l'eccidio di Giuseppe Prina, avevano prodotto nel paese un 
senso di stanchezza, un desiderio profondo di tranquillità 
e di pace. Così, nonostante il formarsi e il progredire di 
un partito nazionale, intervenne fra sudditi e Governo una 
luna di miele che si protrasse con uno strascico di reci- 
proca tolleranza fin verso il 1838. L'aristocrazia rigorosa- 
mente conservatrice aveva ripreso, fin dove le era stato 
possibile, le abitudini d'avanti il 1796. 

Il Circolo di famiglia, scrive la Morgan, è composto 
di un piccolo numero di persone che vengono a far la 
partita a tarocco, o a esaltare i meriti delle dame del 
biscottino, (una 'Associazione femminile con fondamento 
religioso, che per le case dei poveri faceva propaganda di 
dottrine reazionarie, distribuendo, a renderle più digeribili, 
biscottini e pasticcetti) ; o a rimpiangere i bei giorni di 
Beatrice d' Este, non la moglie di Lodovico il Moro, inten- 
diamoci, ma quella dell'arciduca Ferdinando, che regnava 
a palazzo prima del 1796, Gli habitués della casa sono di 



- 236 — 

solito l'antico cavalier servente, il cappellano che pettina 
il cagnolino e accompagna la signora alla Messa e ai Vespri, 
qualche predicatore dell'Ordine degli Oblati o di quello di 
S. Pietro Martire, sicuri di trovare ogni giorno la loro 
posata a tavola. Il tipo caratteristico di questa classe è la 
marchesa Paola Travasa, che Carlo Porta ha scolpito nel 
suo capolavoro: La nomina del cappellan. 

L'aristocrazia più liberale andava all'eccesso opposto 
ed era spensierata e gaudente : i ricevimenti mondani, gli 
spettacoli, il corso, le mascherate erano le occupazioni 
predominanti : la gioventù, salve, s'intende, le debite ecce- 
zioni, trascinava la vita in ozio snervante, ciondolando di 
giorno nei salotti, di sera ne' palchi della Scala attorno 
alle patrizie gonnelle. 

All'Austria non pareva vero di secondare queste ten- 
denze; accordava una lauta sovvenzione al teatro della 
Scala, lasciando che esso fosse per nove mesi il centro 
della vita cittadina; Rubini, Tamburini, Galli, Lablache, 
la Pasta, la Malibran deliziavano il pubblico colle opere 
di Rossini, di Bellini, di Donizetti ; Vigano teneva lo scettro 
della coreografìa, e il ballo, o meglio dramma pantomimico, 
era la maggiore attrattiva per il nostro pubblico ; i partiti 
per le Euterpi o le Tersicori dh r ampavano nel marasma 
dominante, come ai tempi delle fazioni circensi a Bisanzio ! 
Il Principe di Mettermeli, il Capo del Governo Austriaco, 
che allora aveva in pugno la politica europea, poteva van- 
tarsi di governar la Lombardia colle ballerine ! 

Il giuoco, che provvidamente Giuseppe II aveva abo- 
lito, tornava a regnare nel Ridotto del teatro e a ingoiare 
fortune! Perfino Alessandro Manzoni indulse, per un mo- 
mento, a quel vizio fatale. « Anche voi qui giovino tto » 
gli disse una sera Vincenzo Monti, battendogli una mano 
sulla spalla, mentre, nel Ridotto della Scala, era seduto 
al tavolino verde. Manzoni si voltò, arrossì, chinò gli occhi 
e, dicono, non giuoco più. 



— £87 — 

Gli alti ufficiali austriaci, parecchi uscenti da famiglie 
principesche, ricchi, di modi raffinati, venivano accolti 
cortesemente nelle case magnatizie e vi stavano ad agio. 
Dal canto suo il Conte Walmoden, comandante le truppe 
di Lombardia, apriva le sale del palazzo Cubani in Via Brera 
a balli frequentati dalla eletta società milanese. 

Il Governo austriaco aveva ristabilito le antiche distin- 
zioni di classe, che il napoleonico, lasciando il merito 
farsi innanzi a pari della nobiltà, aveva tolte di mezzo; 
onde quella classe di cittadini che si componeva della bor- 
ghesia e della piccola nobiltà il cui titolo si limitava al 
Don, era esclusa dalla Corte ; la classe in fondo più nume- 
rosa, più illuminata più rispettata, si chiuse in un digni- 
toso riserbo : e mentre la nobiltà dei quattro quarti apriva 
in sede più splendida, nel Palazzo Talenti in via S. Giuseppe, 
l'antico Casino Nobile, la borghesia acquistava il palazzo 
Spinola in Via S. Paolo e v'installava il suo club, col nome, 
che tuttodì conserva, di Società del Giardino. Solo verso il 
1848, nobiltà, borghesi e popolo si fusero in un mirabile 
accordo che rese possibile l'eroico sforzo delle cinque giornate. 





Milano fuori Porta Romana tra il 1840 ed il 1850 



238 — 



. IL 

Il Circolo di casa Porro. Il Gonfalonieri e le sue 
iniziative. Scuole, gas e battelli a vapore — I 

PRIMI PROCESSI POLITICI — LETTERATURA E PATRIOTTISMO 

— I Congressi. 

Ma non in tutti era, per fortuna, quella acquiescenza 
al nuovo stato di cose e quella apatia. 

La democratica Morgan deplorava di non aver potuto 
fare larghe conoscenze presso il ceto borghese, appunto 
pel riserbo in cui questo viveva: ma, per compenso, fre- 
quentò la parte migliore dell' aristocrazia. Frequentò festeg- 
giata i pranzi settimanali di Casa Porro. Il Conte riuniva, 
senza distinzione di classe, buon numero di persone d'in- 
gegno, e specialmente i collaboratori del giornale il « Conci- 
liatore » che T Austria aveva soppresso. Là vide, tra gli altri, 
Silvio Pellico, il Marchese Pecchio, il Borsieri, l'Abate di 
Breme, lo storico Sismondi. La casa Porro era, cosa allora 
straordinaria, illuminata a gas : il proprietario, insieme 
all'amico Conte Federico Gonfalonieri aveva assunto l'ini- 
ziativa per l'introduzione del gas in Milano ; ed era questa 
una delle tante benemerenze patriottiche di quei due in- 
signi cittadini, come ben li giudicava la Morgan quando 
diceva che il Porro e i suoi amici « si occupavano senza 
posa a procurare nel medesimo tempo il perfezionamento 
fisico e morale del loro paese e lo preparavano a ricevere 
quella libertà ancora in apparenza sì lontana ». Il Porro, 
colla generosità che caratterizzava tutte le sue imprese era 
allora occupato anche a fondare una Galleria per l'esposi- 



— m) — 

z,imi<> d'opero ripartisti viventi, una istituzione destinala 
ad incoraggiare i pittori che trattassero soggetti nazionali. 

II Conte Gonfalonieri fondava nel 1819 la scuola di 
mutuo insegnamento col sistema Lancaster, che in Inghil- 
terra e in Francia andava facendo sì buona prova; nel 
1820, quando il Conte condusse la Morgan a visitarla, vi 
eran già cinquecento cinquanta fanciulli molto avanzati 
nell'istruzione, e l'ordine, la proprietà, l'attività stupirono 
la intelligente visitatrice, alla quale non sfuggì l'alto signi- 
ficato patriottico di quella impresa. Il Confalonieri, il Porro 
e i loro amici s'eran messi alla testa di una società per 
la navigazione a vapore sul Po : già un vaporetto, il Lom- 
bardo, correva tra Milano e Venezia... il più agevole tra- 
sporto fluviale di merci, era un. pretesto : colla navigazione 
a vapore tende vasi a ravvicinare lombardi e veneti, affinchè 
agissero concordi, quando l'occasione si fosse presentata. 

Giacché nelle case del Porro e del Confalonieri non 
solo si promuovevano feconde iniziative pel progresso 
civile, ma si andava formando un centro di opposi- 
zione all'Austria, un partito politico per l'indipendenza 
nazionale. L'Austria se ne accorse; arrestato il Pellico 
colf amico Maroncelli, accusati di cospirazione carbonara, 
furon, dopo iniquo processo, mandati nelle orride carceri 
dello Spielberg, 1821; un processo ancor più iniquo man- 
dava a raggiungerli, nel 1824, Federico Confalonieri, quale 
capo d' un' associazione politica, i federati, che s' inten- 
deva col Piemonte e con Carlo Alberto, e altri cittadini 
illustri, come Pietro Borsieri e Giorgio Pallavicino. Il Porro, 
il Pecchio e quanti avevan potuto sfuggire all'arresto, 
abbandonarono, esuli, la patria. 

La persecuzione d'uomini egregi come quelli che an- 
darono a languire per anni e anni nel castello di Brùnn, 
cominciò a scavare l'abisso fra i Lombardi e l'Austria; 
nel 32 e nel 33 nuove persecuzioni contro i fautori delle 
idee mazziniane fecero far nuovi progressi al partito na- 



340 



zionale; e se nel 1838, quando, morto Francesco I, il suc- 
cessore Ferdinando I, che saliva al trono con un programma 
più liberale, potè essere incoronato con gran pompa in 
Milano e vedere intorno a sé gran parte della nobiltà sfog- 
giare le insegne cortigiane, fu quella si può dire l'ultima 
volta che ^milanesi s'avvicinarono al trono, l'ultimo atto 
di solidarietà col governo. E già li condannava l'opinione 
pubblica: « i nostri nobili » scriveva Cesare Cantù al Tom- 
maseo, «oh, i nostri nobili s'affrettarono a mettersi le livree 
e cercar l'ammirazione alla Corte e nella guardia; poi si 
tassarono per far fondere in bronzo il busto di Mettermeli! » 
E il Giusti lanciava il suo severo rabbuffo alla 

. . . rea ciurma briaca 
D'ozio imbestiata in leggiadrie bastarde 
che cola ingombro alle città lombarde 
Fatte cloaca. 

Le cospirazioni seducevano gli spiriti focosi e impa- 
zienti ; altri con mezzi più lenti *e più sicuri tendevano al 
medesimo scopo. La letteratura, anche quella che in appa- 
renza sembrava la più innocente, era divenuta arma effi- 
cace di opposizione e di, propaganda . Quando la Santa Alle- 
anza ripristinò le dominazione austriaca in Lombardia, 
fervevan le lotte fra i classici e i romantici; la lotta, in 
origine affatto letteraria, qui da noi assunse carattere poli- 
tico ; i conservatori tennero pei classici e si raggrupparono 
intorno" a un giornale, che l'Austria fu ben contenta di 
incoraggiare e sussidiare, la « Biblioteca italiana » ; gli spi- 
riti più liberali si schierarono per la scuola nuova; sorse 
così il « Conciliatore'» fondato dal nostro ContePorro ; era 
un foglio puramente letterario, eppure il governo austriaco 
che aveva buon naso, ne comprese lo spirito e lo soppresse. 

Ma la nuova scuola letteraria divenne invulnerabile 
trattata del genio di Alessandro Manzoni; egli riuscì a 
scuotere le generazioni che crescevano indifferenti e sem- 



241 



brava perdessero a poco a poco ogni memoria e ogni co- 
scienza di sé; egli riuscì a riprendere in Lombardia la tra- 
dizione dei grandi caratteri e dei grandi intelletti. Vi riuscì 
da solo, ben dice il Bontadini, allontanandosi da ogni 
complicità, da ogni attinenza colla politica contemporanea, 
creando una letteratura nuova e potente sotto cui i domi- 
natori non avevano potuto indovinare né punire l'alto 
sentimento di patria, rigettando il suo genio fra le tenebre 
dei secoli precedenti, per trovarvi corruttele e discordie da 
flagellare, virtù ed audacie da segnalare ad esempio dei 
tempi suoi. E lui seguirono negli intenti, se non raggiun- 
sero nel magistero dell'arte, gli scrittori romantici d'allora ; 
primi Cesare Canta e Giulio Carcano che, nel 1837, nella sua 
« Angiola Maria » affermava la patria essere una religione. 
Coi congressi scientifici gli italiani imparavano a riu- 
nirsi non più come cittadini di differenti Stati, ma come 
tutti appartenenti ad una stessa patria. Nel 1844 il Con- 
gresso degli Scienziati si tenne in Milano, presieduto dal 
conte Vitaliano Borromeo ; riuscì imponente pel numero e 
la qualità delle persone : basti dire che mille e cento cin- 
quantanove congressisti e cinquantasei deputazioni con- 
vennero fra noi da ogni parte 
d' Italia. La città accolse i fra- 
telli italiani più che con cordia- 
lità, con slancio d'amore; con- 
seguenza di un sì affettuoso 
affiatamento fu il poter formu- 
lare un programma nazionale, 
il formare un partito forte per 
uomini di grandissimo ingegno, 
che si contrapponesse alla pro- 
paganda repubblicana di Maz- 
zini, e tendesse alla indipen- 
denza per vie più corte e più 




sicure. 



Alessandro Manzoni 



— m 



in. 

Condizioni economiche e civili di Milano avanti il 1848. 
Progressi della grande industria. Le Società indu- 
striali. — Gli studi economico-sociali: Le «Riviste». 
Francesco Lampato e gli «Annali di statistica»: 
Cattaneo e il « Politecnico ». 

Agli scienziati convenuti in Milano il Comune offerse 
in omaggio una splendida pubblicazione in due volumi 
intitolata « Milano e il suo territorio » compilata, sotto la 
direzione di Cesare Cantù, da persone in vari campi emi- 
nenti quali Bartolomeo Catena, Giuseppe Sacchi, Achille 
Mauri, Giovanni Strambio, Giacomo Ambrosoli, Pompeo 
Litta, Carlo Zardetti, Giovanni Labus. 

L'opera, destinata ad illustrare con ampiezza di par- 
ticolari, la città in tutte le manifestazioni della sua vita, 
riuscì mirabile per copia di notizie e per eleganza di forma, 
ed è ancor oggi una fonte preziosa giacché in un grande ed 
armonico quadro ci rappresenta Milano a mezzo secolo XIX 
prima che la preoccupazione politica la distogliesse dal paci- 
fico lavoro per farle indirizzare tutte le forze alla creazione 
di una patria indipendente. 

L'asserzione della quale Arturo Joung tanto pareva 
compiacersi: essere cioè l'agricoltura l'unica ricchezza di 
Milano, valse a creare una specie di leggenda che s' andò 
via via ripetendo finché le ampie e precise statistiche del- 
Popera sopra indicata non la dimostrarono falsa. Il pro- 
gresso economico da noi poco addietro descritto se aveva 
potuto rallentare durante le convulsioni politiche del 
principio del secolo, aveva col consolidarsi del dominio 



— 243 — 

napoleonico ripreso vigore ed era, sotto l'austriaco, cre- 
sciuto cT intensità. 

Il commercio e P industria della seta contribuivano in 
gran parte alla prosperità della Lombardia : pullulavano i 
filatoi in tutto il contado, si adottavano i migliori e più 
moderni sistemi sull'esempio della ditta Gramer che aveva 
alla Cavalchina un impianto modello. S'esportavano ogni 
anno due milioni e cinquecento mila libbre di seta greggia ; 
tre milioni e cinquecento mila di lavorata a filatoio ; cinque 
milioni e mezzo ne consumavano di stoffe di cui una gran 
parte finivano a Vienna. E, ricordiamoci bene, questo av- 
veniva in una città la cui popolazione stabile superava di 
poco i centosessanta mila abitanti. Ad evitare le frequenti 
controversie s'impiantò uno stabilimento di stagionatura 
che riducesse le sete al medesimo stato di secchezza qua- 
lunque fosse la loro umidità e quella dell'atmosfera. 

Venti milioni all'anno produceva il commercio di for- 
maggi. Ingente era il transito : centomila quintali l'anno, 
onde il pensiero di costruire una grande dogana a sostituir 
la vecchia stipata negli angusti locali del Palazzo Marino. 
Florida e audace la banca: e già prosperavano le prime 
società d'assicurazione comparse fra noi nel 1827. 

Quello straordinario spirito d'associazione che ai nostri 
giorni ha dato vita ad imprese colossali, cominciava allora 
a creare più o meno robusti organismi: sorgeva una so- 
cietà per lo scavo dei combustibili fossili, una ad inizia- 
tiva dei Gramer, per le fogne mobili e la fabbrica dei 
concimi, una per l'illuminazione a gas della città: molte 
Imprese assunsero l'esercizio degli omnibus, delle diligenze, 
dei velociferi; rapido sviluppo prendeva la Navigazione a 
vapore sui laghi e società milanesi spingevano legni anche 
sul mare : il « Lombardo » destinato al Mediterraneo, ve- 
niva ornato da artisti milanesi sotto la direzione dell'ar- 
chitetto Crivelli che lo decorò all'interno con scene dei 
« Promessi Sposi ». Fischiava la vaporiera lungo i tredici 



■— mA — 

chilometri fra Milano e Monza; breve corsa invero, ma 
nell'aprile del '41, otto mesi dopo l'inaugurazione di quella 
linea, si costruiva il primo miglio della ferrovia per Como, 
e già dal ponte di Mestre si spingevano innanzi le metal- 
liche guide verso Milano, lungo la grande strada Ferdi- 
nandea. 

Negli ultimi trent'anni le manifatture avevano quasi 
raddoppiato la produzione. Nel 1814 battevano in Milano 
duemila telai, nel '44 eran quattromila solo quelli occupati 
nella tessitura di stoffe, trecento lavoravan maglie, due- 
cento nastri e serici passamani. I damaschi e le stoffe auro- 
seriche, destinate ormai ai soli paramenti sacri, mantene- 
vano l'antica fama e dall'officina Pescini uscivan capola- 
vori come il Baldacchino di S. Ambrogio : le fabbriche 
Osnago, De Gregori, Coizet, Lamberti e Fortis diffonde- 
vano in Italia e fuori i loro prodotti. 

Da pochi anni si esercitava la filatura dei cotoni e un 
grande stabilimento sorgeva nel '40 a Peregallo con sei- 
cento fusi messi in moto dal Lambro per mezzo di un ap- 
parecchio idraulico che pareva allora gigantesco: sparsi 
nella Provincia eran dodici altri stabilimenti e alcuni nomi 
dei proprietari d'allora i Turati, i Radice, i Gandiani, i 
Sioli, gli Stucchi, i Ponti, i Cantoni, figurano ancor oggi 
nella grande industria milanese : mille e venticinque mac- 
chine e millenovecentosessanta operai lavoravano a filar 
cotone. Due società attivavano la filatura del lino e della 
lana e negozianti, pur milanesi, imprendevano la fabbrica 
di stoffe di cotone : sorgevan frequenti stamperie e tintorie, 
e le stesse macchine cominciavano a fabbricarsi da noi 
negli stabilimenti Dufour, Miiller, Stiitz, Sicher e Gamba. 

Con queste manifatture il commercio milanese, se si 
eccettuano gli oggetti di lusso e di capriccio, s'era eman- 
cipato dall' estero. Si traeva buon profitto dall' acqua ab- 
bondante per crear forza motrice, importanti segherie mec- 
caniche sfruttavano la forza idraulica della cascina dei 



- 245 — 

Pomi e ad acqua eran mossi i torni pei' la lavorazione del 
ferro. Tra le industrie minori prosperava!! fabbriche di 
candele steariche e di prodotti chimici e farmaceutici, raf- 
finerie e fabbriche di zucchero di barbabietole. Nel campo 
delle arti industriali i bronzi dorati del Manfredini e del 
Pandiani, i mobili dello Speluzzi, i ceselli del Bellezza 
eran tenuti in alto pregio. Il Tinelli continuava la fabbri- 
cazione della porcellana per la quale tanti sforzi aveva 
fatto nel secolo precedente il buon Clerici, in uno stabili- 
mento fondato nel 1823 che dopo varie vicende passò alla 
ditta Richard. 

Le mostre annuali di manifatture e invenzioni, isti- 
tuite sotto il Regno d' Italia, non furono abbandonate dal 
governo austriaco ma continuarono a tenersi ogni anno, 
con alterna vicenda, nella Sala dei Pregadi in Venezia e 
nel Palazzo di Brera in Milano con premi cospicui ai per- 
fezionamenti nell'industria e nell'agricoltura. 

Alimentata da un importante produzione scientifica e 
letteraria fioriva F arte tipografica : quaranta tipografìe e 
duecento torchi lavoravano in Milano senza contare i tren- 
tasei torchi della stamperia reale. Una specialità dell'in- 
dustria libraria milanese eran le strenne e gli almanacchi 
letterari che avevan finito per soppiantare l'importazione 
straniera di quei libercoli allora tanto ricercati dalla moda. 
Il nuovo costume di adornar di figure le edizioni indusse 
alcuni a dedicarsi a quest'arte; il pittore Luigi Sacchi 
fondò uno stabilimento per V applicazione d' un nuovo me- 
todo di politipia : pregiati lavori uscivan dalle recenti li- 
tografie, tra le quali quelle del Vassalli e del Ricordi 
avevan già levato un bel grido: da qu est' ultima uscivano 
accurate illustrazioni dei « Promessi Sposi » su disegno di 
G. Gallina. 

Indice non dubbio dei progressi della coltura in Milano 
è la fortuna delle pubblicazioni periodiche, vale a dire delle 



— 246 — 

« Rassegne » o « Riviste », per le quali la città nostra non 
stava addietro a Firenze dove usciva la famosa Antologia 
fondata dal Viesseux. Uno scrittore a torto dimenticato, 
Davide Bertolotti, ha un vanto ben maggiore di quello 
d' essere stato a quel tempo il romanziere preferito nei sa- 
lotti eleganti : egli fu il primo a diffondere in Milano la 
Rivista a fascicolo. Aveva cominciato a pubblicare una 
redazione italiana dello Spedateur che il Maltebrun stam- 
pava a Parigi ; poi nel 1818 aveva fondato il « Ricoglitore », 
assunto nel '34 dal benemerito editore A. F. Stella, che 
lo trasformò nella « Rivista contemporanea » : e 1' uno e 
F altra ebbero larga e meritata diffusione, contarono tra i 
collaboratori, oltre Nicolò Tommaseo e Cesare Cantù, molti 
fra i più rinomati scrittori cF allora, e furono i veri conti- 
nuatori del celebre « Conciliatore » giacché, al pari di quello, 
facevano il contraltare alla classica e ortodossa « Biblio- 
teca italiana » tanto cara agli amici dell'Austria. Apprez- 
zato e diffuso era pure F « Indicatore » una specie di Ri- 
vista delle Riviste, diretta da Giacinto Battaglia. 

L' attività intellettuale delle classi colte si esercitava 
particolarmente colle « Rassegne » le quali mantenendo, a 
non lunghi intervalli, il contatto col pubblico, potevano 
con maggiore prontezza ed efficacia, che non i libri, dilet- 
tarlo ed istruirlo. Divulgatrici d' idee sane e feconde fu- 
rono sopra tutte le Riviste d' indole sociale ed econo- 
mica. Tre anni dopo la soppressione del « Conciliatore », 
Francesco Lampato immaginò di dar fuori un complesso 
di pubblicazioni periodiche le quali, sulF esempio dei Bol- 
lettini che uscivano in Francia sotto gli auspici del Ba- 
rone di Ferussac, esponessero le più fresche e vive dottrine 
in vari campi dello scibile. A questo ciclo doveva essere 
centro una Rassegna di scienze sociali sussidiata da altre 
sette rassegne di agricoltura, di fisica, di chimica, di chi- 
rurgia, di giurisprudenza, d' industria, di commercio. Era 
un sogno e pure, per la tenacia di quelF uomo straordi- 



— 247 — 

nario ch'era il Lampato, si avverò. Gii Annali Universali 
di economia pubblica e di statistica prosperarono fino al 
1871 colle loro Rassegne ausiliarie, alcune dalle quali vis- 
sero anche più a lungo ed una, il Giornale di Giurispru- 
denza, crediamo viva tuttora. Il Lampato ebbe e meritò la 
collaborazione di uomini insigni, a cominciare da Mel- 
chiorre Gioja, da Pietro Custodi, da G. Domenico Roma- 
gnosi, da Giuseppe Ferrari e da Carlo Cattaneo, intorno ai 
quali si strinsero le giovani forze lombarde. 

Nel 1839, per iniziativa e colla dfrezione del Cattaneo 
nasceva un' altra grande Rivista economico sociale r « Il 
Politecnico » che per trent' anni, fino alla morte del suo 
fondatore, andò discutendo i più vitali problemi. 

Gli « Annali » e il « Politecnico », vere cattedre citta- 
dine, come le chiamò il Massarani, rappresentano uno 
sforzo meraviglioso dell'ingegno e della coscienza lom- 
barda, contribuirono potentemente alla ricostituzione dello 
spirito pubblico assopito nei mortali silenzi che tennero 
dietro alla restaurazione austriaca; promossero quella ele- 
vazione morale che era indispensabile per raggiungere 
l'ideale supremo dell'indipendenza politica. In quei fasci- 
coli si andava a poco a poco dilatando il pensiero nazio- 
nale e si agitava senza posa la ricerca dei miglioramenti 
in prò delle classi più disagiate, nelle quali si ridestava 
la coscienza di una patria e si rinsaldava lo spirito di 
fratellanza con quelle più favorite dalla fortuna. Da ogni 
pagina di quelle Rassegne traspare il desiderio di far il 
bene in ogni campo mettendo in pratica le dottrine che 
vi si andavano esponendo ; onde una gara nell' occuparsi 
della delinquenza e dei mezzi per prevenirla, dei ciechi, 
dei sordomuti, dei trovatelli, degli illegittimi, degli Istituti 
di beneficenza, di previdenza, di mutuo soccorso, di coope- 
razione (già nel '30 Romagnosi ragionava di cooperative) di 
libertà di culto, di scuole professionali e serali; (la prima 
scuola fu aperta nel 1829), insomma d'ogni cosa buona. 



— 248 — 

Questo fervore di studi e di prove s'avventò nel Con- 
gresso del 1844 tenutosi in Milano: in quel memorando 
Congresso si toccaron questioni di cui a torto i moderni 
partiti riformatori si attribuiscono la paternità. Basti per 
esempio quella del lavoro dei fanciulli, sviscerata dal 
Sacchi, dal Calvi, dal Correnti, i quali, mentre la grande 
industria si andava anche da noi diffondendo, gittavano 
un grido d'allarme contro l'abuso dell'opera dei fanciulli 
per assistere il cieco lavoro delle macchine ed invocavano 
una legge che, con opportuni scambi e con sapiente intrec- 
cio d'orari graduati secondo le età, impedissero che la 
salute del corpo e il lume dell'intelletto e della coscienza 
fossero soffocati in germe nelle giovani generazioni. 

Così, allorché tutta la Penisola fu scossa da un fre- 
mito di rivolta, la Lombardia, su cui più direttamente 
pesava l'oppressione di quella Potenza che teneva in pugno 
le sorti d'Italia, la Lombardia era ben preparata a dare 
il segnale. Il Risorgimento che, dopo la caduta del do- 
minio Spagnuolo, aveva preso le mosse sotto gli auspici 
di Pietro Verri e Cesare Beccaria, non s'era mai arrestato 
per incalzar di vicende o per frapporsi d'ostacoli; le gio- 
vani e fresche forze del popolo lombardo s'erano spiegate 
lietamente, in faccia al sole, durante il regime napoleonico, 
quando il plauso salutava, le nobili audacie, s'eran, sotto 
l'austriaco raccolte, tacite, nell'ombra quando la reazione 
minacciava di soffocarle; ma avevano sempre operato vi- 
gili e sicure di raggiungere la meta luminosa. Potenza 
economica, alta e solida coscienza civile, concordia di pro- 
positi nel preparare il bene comune erano il frutto del- 
l'assiduo lavoro cominciato a mezzo il secolo XVIII. Ma 
ora il lavoro della mano e del pensiero aveva esaurito il 
suo compito ; la lenta e pacifica lotta colle armi civili era 
finita, ora si poteva guardare in faccia allo straniero da 
pari a pari ed affrontare i cimenti d'una lotta politica 
aperta e formidabile. 



249 



IV. 

La scuola politica in casa Cattaneo e in casa Correnti, 
nel Caffè della Peppina e nel Caffè della Cecchina 

— Le prime dimostrazioni — Un Comitato di signore 

— Le Cinque Giornate — Vittoria e confusione. 

L'idea nazionale guadagnava infatti rapidamente tutte 
le classi : erano scomparse le antiche barriere fra nobiltà e 
borghesia: la gioventù s'era ritratta dalla vita dissipata d'un 
tempo per raccogliersi in seria e profonda meditazione: 
aveva oramai trovato i suoi maestri. Cesare Correnti e 
Carlo Cattaneo formavano in quegli anni il carattere dei 
giovani lombardi e li preparavano ai cimenti del '48. In 
casa del Correnti si radunavano persone d'ogni classe so- 
ciale, preti, come il Mongeri e il Vignati ; giovani patrioti 
come Cesare Giulini, Guerrieri, Giovanni e Carlo d'Adda, 
Giulio Carcano ; artisti, professionisti : era quella una scuola 
viva di patriottismo. Correnti li incorava, li infiammava, 
si adoperava a render sempre più profonda la scissione tra 
popolo e governo. Carlo Cattaneo avea poca fiducia in 
un'azione pronta ed efficace, riteneva l'unità d'Italia inat- 
tuabile : era piuttosto repubblicano federalista : ma alla sua 
scuola si accendevan pur sempre gli animi al desiderio 
dell'indipendenza e della libertà. 

Ai due eletti circoli di Cesare Correnti e di casa Cat- 
taneo, facevan riscontro due ritrovi, più modesti, ma non 
meno attivi : il caffè della Peppina, dietro agli odierni portici 
meridionali di Piazza del Duomo, che accoglieva i seguaci 
delle dottrine repubblicane di Mazzini, inscritti alla Gio- 
vine Italia, tra i quali Attilio De Luigi ed Emilio Visconti 



— 250 — 

Venosta, Giovanni Cantoni, e i futuri martiri Giuseppe 
Finzi e Antonio Lazzati ; e il caffè della Cecchino,, di fronte 
al teatro della Scala, dove si radunavano specialmente i 
giovani di famiglie patrizie e ricche, quali Carlo e Giovanni 
D'Adda, Carlo Taverna, Rinaldo e Cesare Giulini, Carlo 
Alessandro Porro, i fratelli Jacini; intelligenti e generosi 
al pari degli altri, ma propensi a soluzioni diverse, cerca- 
Afano al di là -del Ticino, nel generoso Piemonte, alleati 
contro la dominazione straniera. In quei due bugigattoli 
si preparavano audaci disegni. 

Le acque tranquille, stagnanti da tanti anni della vita 
milanese, andarono ogni giorno più increspandosi e solle- 
vandosi : nel 1846 cominciavano le dimostrazioni ostili al- 
l' Austria: la prima si fece in occasione dei funerali di 
Federigo Gonfalonieri, il martire che aveva languito quat- 
tordici anni allo Spielberg: la Polizia aveva voluto che i 
funebri fossero modesti; e invece vi assistette una folla 
straordinaria che riempiva la chiesa e la piazza di S. Fe- 
dele. Una carestia in principio dell'anno seguente aveva 
causato agitazioni di contadini in varie parti della Lom- 
bardia. A Milano il pane era rincarato, il lavoro diminuito : 
si formò un numeroso Comitato di signore, presieduto dalla 
contessa Maria Borromeo d'Adda, coli' intento di fare una 
grande questua nella città e portar sussidi alle famiglie 
popolane; si continuava così, in pratica, quell'opera di 
fratellanza che s'era andata svolgendo negli scritti dei 
pensatori: questo atto di carità avveduta fece molto l'u- 
more: ognuno ne comprese il patriottico intento. 

Morto F arcivescovo Gaysruk, si volle e si ottenne un 
Presule italiano : se ne festeggiò F ingresso con solennis- 
sima pompa; tutto il popolo accorse ad acclamare il Ro- 
milli, al grido di Viva Pio IX, (già il nuovo Pontefice 
aveva pronunciate le fatidiche parole : « Gran Dio benedite 
l'Italia! »). La polizia voile arrestare la dimostrazione: vi 
fu un parapiglia, nei quale i cittadini ebbero un morto e 



— 251 — 

parecchi feriti : con quel primo sangue cominciava la lotta 
aperta fra i milanesi e il Governo austriaco. Il primo gen- 
naio del '48 si sparse nuovo sangue. Era corsa l'intesa di 
non fumar più, per far dispetto all'Austria e danneggiarla 
nei proventi del Monopolio sui Tabacchi. Soldati austriaci 
allo scopo di provocare, percorsero la città con più si- 
gari in bocca: nacquero, com'era naturale, zuffe cruente' 
la Polizia incrudelì sui cittadini ai quali di quelle zuffe, 
fu attribuita, con mala fede, la colpa : la città rimase sde- 
gnata ma non attonita: le proteste d'ogni ordine di cit- 
tadini e le dimostrazioni si succedettero con maggiore 
insistenza e con maggiore entusiasmo, finché il 22 febbrajo 
il Governatore Spaur pubblicava la legge marziale. Infine 
il 18 marzo scoppiò quella rivoluzione che prese il nome 
dalle « Cinque Giornate ». 

La mattina del 18 marzo cittadini di ogni ceto guidati 
dal Podestà, o Sindaco che dir si voglia, Gabrio Casati, 
invasero il Palazzo di Governo, in Via Monforte, e im- 
posero al Vice Governatore 0' Donnell che decretasse 
l'armamento della Guardia Nazionale e affidasse al Muni- 
cipio la sicurezza della città. Due cose che a quei tempi, 
volevan dire senz' altro « Rivoluzione ». Il Maresciallo 
Radetzki, che comandava le soldatesche austriache a Mi- 
lano, decise di opporsi al movimento e fece uscir le truppe 
dai quartieri: esse dopo una lotta accanita si impadro- 
nirono del Palazzo del Governatore e della residenza delle 
Autorità Municipali. 

Ma i milanesi corsero alle armi e innalzarono le bar- 
ricate : tutte le classi delia cittadinanza, perfino i sacerdoti 
e i seminaristi, fecero prodigi di valore, in mezzo al fra- 
stuono delle campane, alle grida di « Viva Pio IX » ed alle 
imprecazioni contro gii Austriaci. Il 22 marzo, sopraffatto 
dall'impeto di una insurrezione che aveva del miracoloso, 
Radetzki abbandonava Milano, per ritirarsi su Verona 
mentre tutta Italia era] in fiamme, [e l'esercito di Carlo 



- 252 - 

Alberto si avanzava a combattere la potente nemica e a 
liberare la Lombardia. 

Ma calmata l'ebbrezza della vittoria, l'ambiente si muta : 
non più l'energia, l'abnegazione, la concordia di tutti : i 
partiti si scatenano l'un contro l'altro, e il Governo prov- 
visorio, retto dal conte Gabrio Casati, è impotente è fre- 
narli : imperversano le discussioni politiche, spesso confuse 
e tumultuarie, specialmente in un circolo tipico, chiamato 
Palestra parlamentare, destinato a preparare, con una 
ginnastica vocale, i futuri oratori della Camera ; una schiera 
di chiacchieroni vi trattavano i più alti problemi con una 
disinvoltura meravigliosa in tanta inesperienza politica, e 
diffondevano purtroppo strani e deplorevoli concetti sulle 
faccende pubbliche. Basti dire che volevano abolito lo Sta- 
tuto promulgato da Carlo Alberto, e istituita une Costi- 
tuente: quale costituzione avrebbe potuto uscire da quella 
confusione d'idee, che un nugolo di giornali, di opuscoli, 
di libelli scaramuccianti, rendeva ogni giorno più intensa? 

Mentre sarebbe stato necessario secondare con prontezza 
ed energia gli sforzi dell'esercito piemontese, e organizzare 
efficaci soccorsi, si perdeva il tempo in dimostrazioni, in 
funzioni, in parate, in ricevimenti: si credeva, ingenua 
baldanza! che colla cacciata degli austriaci il problema 
fosse tutto risolto. 

La fusione col Piemonte appassionava fortemente gli 
animi: i monarchici la volevan subito; gli ingenui, gli 
illusi e i repubblicani, unitari con Mazzini, o federalisti 
con Cattaneo, o la volevan differita alla fine della guerra 
o non la volevano affatto. Alla votazione i primi furono 
561 mila, gii altri 681: ma gli avversi a Carlo Alberto, 
sebbene in pochi, facevan molto rumore e bastarono a far 
nascere tumulti. 

Intanto l'esercito piemontese, vittorioso in più luoghi, 
ma vinto a Cnstoza, si ritirò sopra Milano per difenderla : 
la difesa in città aperta era impossibile: i cittadini per 



— 253 - 

le sconfìtte e le discordie non avevan più il soffio anima- 
tore delle Cinque Giornate, Ad evitare un nuovo disastro 
si concluse con l'Austria un armistizio. Scoppiarori disor- 
dini; un gruppo di forsennati tirò fucilate contro il pa- 
lazzo Greppi dove dimorava Carlo Alberto, il 5 agosto del 
1848. Il Re di Piemonte abbandonò Milano, e vi entrò il 
generale Radetzki, proclamando lo stato d'assedio. 




Caricatura di Radétschi e Metternich 



- 254 



V. 

La vita in Milano nel decennio — Il salotto della 
Contessa Maffei — Carlo Tenca e il « Crepuscolo » 
— Il nuovo partito nazionale — L' Imperatore a 
Milano — Le lusinghe — Milano liberata. 

« Non è tutto perduto, si ricominci eia capo » fu la 
parola d'ordine dopo il disastro di Novara, col quale si 
chiuse la seconda campagna contro l'Austria tentata dal 
Piemonte nel 1849. S'iniziò allora il decennio della resi- 
stenza durante il quale i lombardi scrissero forse le più 
belle pagine della loro storia, meritaron gloria anche mag- 
giore che nelle Cinque Giornate perchè, dice il Visconti 
Venosta, « è più facile diventar un eroe in un giorno di 
battaglia che mantenere l'animo alto e fiero durante una 
prigionìa di dieci anni ». Milano diede in quel decennio 
l'esempio d'un paese che in nome della propria nazionalità 
vive completamente separato dagli stranieri che lo gover- 
nano : fu una guerra sorda e continua al governo, condotta 
con inflessibile disciplina : non vi fu bisogno di congiure ; 
era una congiura tacita, universale di tutte le classi affra- 
tellate nella comunione dell'ideale supremo. 

Quale squallore a Milano nei primi anni dopo il Qua- 
rantotto ! L'Austria aveva proclamato il più rigoroso stato 
d'assedio, la città somigliava ad un immenso accampamento. 
Chiusi quasi tutti i teatri e i pubblici ritrovi, e la Scala 
quasi esclusivamente frequentata da ufficiali austriaci : co- 
minciavano i propositi di resistenza e i milanesi non vo- 
levano aver più contatto alcuno coi dominatori. Nelle case 
private non ricevimenti, non balli se non intimi; e i fa- 



— 255 - 

miglia ri convegni frequentati non per dilètto ma per rian- 
nodare gli spezzati legami politici, per avvincere alla causa 
della patria i giovani, quei giovani che, mentre prima 
del '48 folleggiavano, inconsci, attorno alle danzatrici e 
giungevano persino a portare appesi al collo, con catenelle 
d'oro, i pezzi delle maioliche intime della Ellsler, s'eran 
d'un tratto cambiati in eroi sulle barricate. 

Asilo delle più pure idealità era il salotto della con- 
tessa Clara Maffei in Via Bigli ; ivi convenivano quanti col- 
tivavano la santa aspirazione all'unità e all' indipendenza 
d'Italia; «da quel salotto elegante e intelligente», dice 
uno dei frequentatori, il compianto G. Visconti Venosta, 
« si irradiava una luce e, direi quasi, una volontà direttiva 
di azione patriottica, ch'ebbe una grande influenza morale 
in quegli anni ». V'andava il conte Cesare Giulini, che 
aveva messo la sua persona e il suo censo a servizio della 
patria e del bene; Emilio Visconti Venosta, Carlo Tenca, 
Tulio Massarani, Giulio Carcano, Carlo De Cristoforis; e 
quando dai loro paesi venivano a Milano, non mancavano 
mai G. B. Camozzi di Bergamo, Giuseppe Finzi, Giuseppe 
Zanardelli, Giuseppe Verdi. Altri adunavansi presso la si- 
gnora Carmelita Fé, vedova di Luciano Manara; erari quasi 
tutti giovani reduci dalle ultime campagne, commilitoni 
del valoroso che aveva lasciato la vita alla difesa di Roma. 

Carlo Tenca aveva cominciato a pubblicare il giornale 
Il Crepuscolo, giornale che, sebben fosse letterario (politico 
la censura non avrebbe permesso), in ogni articolo lasciava 
intra vvedere un fine alto e patriottico; in ogni numero 
era una rivista che esponeva i fatti politici della settimana 
avvenuti in ogni parte del mondo, ma taceva dell'Austria, 
come non esistesse. Questo silenzio, che non poteva essere 
incriminato, fu una continua protesta. 

Col Crepuscolo Carlo Tenca e i suoi amici inaugura- 
vano un sistema di propaganda pacifica, in contrapposto 
a quello delle cospirazioni segrete preferito dai seguaci di 



— £56 — 

Giuseppe Mazzini. Erano suoi principali collaboratori : Tulio 
Massarani per la letteratura, Emilio Visconti Venosta per- 
le scienze sociali e politiche, Antonio Allievi, Innocente 
Decio per l'economia e statistica, Eugenio Camerini per la 
critica letteraria e Giuseppe Mongeri per la critica d'arte. 

Il Crepuscolo continuò la sua nobile e tipica lotta fino 
all'ultimo giorno della servitù : col principiare del 1860 
cessò le sue pubblicazioni. « Quella prima domenica in 
cui non comparve il A r ecchio e glorioso crepuscolo » dice il 
Visconti- Venosta, « fu mesto come il giorno in cui scompare 
per sempre un amico fidato col quale si son divisi i dolori 
e le ansie di giorni memorabili nella vita. Ma la missione 
del Crepuscolo era finita il giornale La Perseveranza aveva 
fin dal novembre principiato le sue pubblicazioni. 

Più fortunato, Carlo Cattaneo potè continuare ancora 
otto anni la pubblicazione del suo Politecnico pur esso, 
per altri titoli, glorioso. 

Fino al 1850 la maggioranza del Partito nazionale era 
rimasta fedele a Mazzini. Ma in seguito alcuni tristi avve- 
nimenti concorsero a scinderla. A Milano un non nulla 
bastava alla polizia per compiere assassina legali: un 
povero tappezziere, Antonio Sciesa, colto nell'atto di affig- 
gere un proclama rivoluzionario, il 31 Luglio del 1851, 
era stato il 2 Agosto condannato alla forca e fucilato per 
mancanza di giustiziere. Nel 1852 la polizia austriaca 
aveva scoperto le fila di una vasta cospirazione ordita in 
Mantova da ardenti patrioti seguaci del grande agitatore 
genovese, e, dopo un inicjuo processo, aveva mandato 
sulla forca, a Belfiore, uomini illibati come Enrico Tazzoli, 
Tito Speri, Carlo Poma ed altri eroi. Condannati a gra- 
vissime pene i milanesi Antonio Lazzati, Giuseppe Fin zi, 
il Dott. Luigi Pastro ed altri non pochi. A tanta ferocia un 
brivido d'orrore corse per tutta l' Italia ; e mentre da una 
parte crebbe l'odio contro i dominatori stranieri, si pensò 
dall'altra a nuovi metodi che potessero condurre all'indi- 



SENTENZA 



itile ore due e mezzo dopo la mezzanòtte del 30 al 51 
luglio ora decorso veniva su questo Corso di Porta- -Ticinese 
arrestato- da una pattuglia, per affissione in' quelle vi- 
cinanze ed in altre parti d< Ita Città di stampati Proclami 
incendiari » il Tappezziere jSciesa Antonio dei furono 
Ermenegildo e Teodolinda j Villa, d'anni 37, milanese, 
.ammogliato, cattolico» al qiale nella immediata personale." 
perquisizione si trovarono seJiet di quei Proclami co» ancne 
1* occorrente per affiggerli, f ;" 

In "seguito alla pronta legale fonstataztone del fatto e del- 
l'accusa, tradotto egli oggi! dinanzi al Giudizio statario 
militare ,' a termini del ftoHama 10 marzo 4810 in 
condannato alla morte eolM/forea, ed oggi stesso alle ore- 
due fucilalo per mancanza fili giustiziere, 

•; Milano, 'dalli. R. Coniando. • Militare della Lombardia, il % 



agosto ÌSSi< 



— 257 — 

pendenza senza insanguinare ad ogni tratto la strada da 
percorrere. L'ardire dei mazziniani era grande, era eroico, 
ma costava troppe vittime. 

A ribadire questo concetto contribuirono i moti mila- 
nesi del 1853. I mazziniani diretti da uno dei più fedeli e 
più generosi amici del Maestro, Giuseppe Piolti de Bianchi, 
avevano complottato di suscitare in Milano un moto rivo- 
luzionario: al mattino del (5 febbraio un corpo di gente 
armata, poco più di un centinaio, assalì e uccise alcuni 
soldati e sentinelle austriache ; ma il moto fallì perchè ad 
esso non corrisposero né il popolo né le classi agiate; 
la polizia arrestò i primi che le capitaron tra le mani e ne 
lece appiccare parecchi davanti al Castello. Altre vittime 
inutili. Si comprese che quel movimento, quantunque inspi- 
rato a nobilissimo fine, non avrebbe avuto altro risultato 
che quello di accrescere i sospetti e i rigori dell'Austria, 
e le file dei mazziniani si diradarono. 

Quando poi, al principio del 1854, comparve Cavour 
sulla scena politica, un rapido mutamento avvenne nell'o- 
pinione pubblica e le aspirazioni patriottiche assunsero la 
loro forma decisiva col programma: Italia con Vittorio 
Emanuele. 

Le prove di questa coalizione, di questa nuova situa- 
zione politica, si vedevano nel salotto stesso della contessa 
Maftéi, dove raccoglievansi tante persone influenti e ragguar- 
devoli. Chiarina, come la chiamavano gli intimi, era stata 
in passato gentile ed efficace interprete del verbo mazzi- 
niano : Italia una, Dio e popolo ; ma i fatti del 6 febbraio 
smorzarono in lei gli antichi entusiasmi; e i suoi amici, 
quasi tutti, andarono ripudiando i metodi dell'agitatore 
genovese. II conte Cesare Giulini, uno dei più assidui 
frequentatori, amico di Cavour, di Massimo D'Azeglio e 
dei principali uomini politici del Piemonte, era il tramite 
d'informazioni e di confidenze che più tardi dovevan con- 
durre a grandi risultati. 

17 



— 258 — 

Presso la Maffei era come dice il Visconti Venosta, 
lo Stato maggiore dei patrioti milanesi ; ma anche in altri 
convegni si teneva acceso l'odio contro lo straniero e il 
proposito d'una lotta incessante: presso donna Giulia 
Garcano si radunavano giovani ardenti, compagni dei figli, 
dei quali uno morì poi nella campagna garibaldina del 18(50, 
e un altro alla battaglia di Gustoza; presso la contessa 
Ermellina, moglie di Tullio Dandolo, gli antichi commili- 
toni di Enrico, morto combattendo sotto le mura di Roma. 

Le non dubbie prove di simpatia che ci venivan d'oltre 
Ticino ave van riacceso negli animi le più ardite aspirazioni; 
il patriottismo si spogliava di quel velo di tristezza che lo 
aveva reso negli anni scorsi più tosto espressione di dolore 
che slancio d'amore sereno e fiducioso, si faceva gaio e au- 
dace; parecchie case riaprivano le loro sale; nel teatro della 
Scala cominciava a ritrovarsi il fiore della società milanese. 

La Monarchia di Pieni onte dopo la partecipazione alla 
guerra di Crimea, sostenuta da Cavour, s'era alzata si può 
dire al livello delle maggiori Potenze; è oramai alla testa 
della rivoluzione; le speranze crescon di giorno in giorno, 
a Milano non si vive più che della, vita del Piemonte; i 
milanesi seguono con ansioso interesse le discussioni del 
Parlamento Subalpino, di quel magnifico Parlamento, vera 
accolta di coscienze adamantine, dove nessun partito pro- 
nunciò mai parole che non fossero espressione dei più alti 
e nobili pensieri. Piemonte e Lombardia erano già, mo- 
ralmente, una cosa sola. E così sempre più acuta divien 
la lotta contro l'Austria. Diventali di moda i duelli cogli 
ufficiali austriaci; era anche questo un mezzo per tener 
viva quella continua tensione degli animi. 

Viene l'Imperatore a Milano per dimostrare all'Europa 
che gli Stati italiani sono pacificati, e l'accoglienza dei 
Milanesi riduce il grande atto politico a un fiasco solenne ; 
lungo le vie percorse dal corteo imperiale poco popolo 
silenzioso ; le finestre chiuse ; aperte e adobbate solo quelle 



— 259 

die la Polizia è riuscita a far aprire e adobbare per forza. 
Al Crepuscolo, che non dà notizia del viaggio, neppure 
Tann Lincio dell'arrivo dell'Imperatore a Milano, per rap- 
presaglia si proibisce per sempre la rubrica politica. A 
quel viaggio i Milanesi rispondono colla sottoscrizione per 
cento cannoni da regalarsi al Piemonte e colle offerte pel 
monumento da erigersi all'esercito sardo in Torino. 

L'Austria vedendo che il terreno le mancava sotto i 
piedi ricorse alle blandizie e tentò di corrompere. Morto 
Radetzky, mandò come Governatore generale, l'Arciduca 
Massimiliano, con un largo programma di riforme liberali 
che avrebbero dovuto fare del Lombardo- Veneto uno Stato 
modello. Fu un momento critico : se i milanesi si fossero 
lasciati sedurre da qua! programma, se avessero accor- 
dato la loro coopcrazione per attuario, dall'Arciduca tanto 
desiderata, la causa dell' indipendenza correva un grave 
pericolo. I propositi dell'Arciduca erari nobilissimi senza 
dubbio, ma a que' giorni più odiosi delle bastonate di 
Radetzky. Bisognava formare il vuoto intorno a lui, biso- 
gnava rendergli impossibile l' attuazione di qualunque 
riforma. Fulminea corse l'intesa in tutti i convegni pa- 
triottici di Milano; il salotto di via Bigii fu il principal 
centro di questa cospirazione di nuovo genere, contro un 
uomo, che in fondo, a modo suo, voleva far del bene; 
bastaA^a che uno mettesse una volta il piede a corte perché 
venisse fuggito da tutti come un appestato: nel salotto di 
Chiarina si coordinavano le relazioni con Cavour e coi 
liberali del Piemonte, che si facevan sempre più intense, 
e Cesare Giulini correva tra Milano e Torino a portare le 
parole di speranza e di fede. 

Nel Gennaio del 1859, Vittorio Emanuele, pronunciava 
innanzi al Parlamento Subalpino le famose parole : « Non 
sono insensibile al grido di dolore che verso noi si leva da 
ogni parte d' Italia » ; la sera stessa ogni bocca lo ripeteva, 
a Milano. Poche sere dopo, si rappresentava la Norma alla 

17* 



— 260 — 

Scala; appena i sacerdoti druldici intonarono il coro: 
Guerra, guerra, tutto il pubblico scattò in piedi; dai palchi 
le signore sventolavano i fazzoletti ; e tutti ad una voce, anzi 
con uh urlo formidabile, gridarono « guerra guerra ». Gli 
ufficiali austriaci, esterrefatti guardavano... poi capirono e, 
si misero ad applaudire essi pure il guerra guerra. 

Poco dopo avveniva l' ultima dimostrazione contro 
l'Austria: il funerale di Emilio Dandolo, intorno al feretro 
convennero tutti : una folla serrata e imponente. All'uscir 
dalla chiesa una mano svelta, e inavvertita, poneva sulla 
cassa una corona di camelie bianche e rosse intrecciate 
con foglie verdi. Un urlo infinito si levò dalla moltitu- 
dine ai vedere sul nero cofano spiccare i tre colori della 
patria, e si propagò, fulmineo, lontano, e si andò ripe- 
tendo per la lunga A T ia di volta in volta che il feretro, 
portato a braccia dagli amici, si sollevava più alto sul- 
l' ondeggiar della folla. 

I tempi eran maturi ; pochi mesi dopo la Guerra santa 
s'iniziava; e l'S Giugno, Milano che nel successo dell'im- 
presa nazionale aveva per dieci dolorosissimi anni avuto 
tanta e sì robusta fede, accoglieva con delirante entusiasmo 
il Re Vittorio Emanuele e l' Imperatore Napoleone III. vin- 
citori dell'Austria, a Mont ebello, Palestro, Magenta. 

A questo punto la storia politica di Milano si con- 
fonde con quella nazionale. Ci resta una storia di pensiero 
e di lavoro sempre memorabile, perchè qui non posarono 
mai uè il moto delle idee né la febbre dell'azione. 

Nei primi anni vibrò l'eco delle vittorie militari e dei 
successi diplomatici che contribuivano a formare lo Stato 
italiano : feste pel compleanno del Re, feste per le visite 
di Garibaldi (1862) conquistatore del Regno di Napoli, 
feste per le commemorazioni delle battaglie di Solferino e 
di San Martino. Poi Milano si dedica tutta a organizzale 
il suo Municipio, si raccoglie nell'esame dei suoi problemi 
più vitali e nello svolgimento di quelle iniziative che do- 
vranno rendere profìcuo il beneficio della conquistata indi- 



mi 



pendenza. Velocemente si moltiplicarono le industrie e già 
nel 1881 Milano invitava gli italiani ad una esposizione 
Nazionale che riuscì, sotto tutti i rispetti, magnifica. 

La storia di Milano si concentra oramai nel moltipli- 
carsi delle sue istituzioni benefattrici, industriali, com- 
merciali, artistiche e scientifiche, nel suo sviluppo edilizio, 
nella rapida e sempre più perfetta trasformazione dei suoi 
servizi pubblici, nella passione colla quale si discutono i 
problemi sociali che agitano l'epoca presente e si cerca di 
attuarne la parte migliore. 

Perduta la funzione, che per tanti secoli tenne, di 
Capitale d'uno Stato, Milano non è ora che cooperatrice 
nel grande movimento nazionale. Lo storico futuro dirà 
quanta parte dei progressi e della prosperità dell'Italia 
nostra sarà dovuta all' ingegno, all' operosità, al patriot- 
tismo dei milanesi. 




Antonio Lazzati 



Conte Cesare Giuli ni Della Porta 




Cesare Correnti 



INDICE 



Indice dei capitoli 



CAPO I. — Le origini - Milano sotto la dominazione dei Romani. 

I. — I Primi abitatori. — Il nome di Milano. — La conquista 
romana. — Caio Giulio Cesare e gli asparagi di Va- 
lerio Leonte. — Milano Municipio romano . . Pag. 3 
II. — Milano al tempo dell'Impero. — Estensione della Città. 

— Monumenti. — Glie cosa ci dicono i marmi del 
Museo Archeologico. — Corporazioni. — Il calzolaio 
AtiliOj il tintore Novellio, il mimo Pilade, il Gladia- 
tore Urbico. — Industriali e negozianti „ 7 

III. — Il Cristianesimo — Influenza di S. Ambrogio. Peste 
religiose. Le nuove basiliche. I nuovi riti. — Attila 
a Milano. — Le litanie Ambrosiane ,, 11 

CAPO II. — Milano sotto il Dominio dei Barbari e nell'epoca 
feudale. 

I. — I Goti. — Vendetta di Vitige contro i milanesi. — La 
distruzione di Praia. — Conquista dei Langobardi. 

— Condizione dei milanesi sotto i medesimi . . Pag. 15 
IL — Conquista di Carlo Magno — Organizzazione feudale. 

I Conti e i Vescovi. — Il popolo di Milano e l'Arci- 
vescovo Ariberto — Le lotte contro i nobili . . . ,, 17 

CAPO III. — Milano nell'epoca comunale. 

I. — Risorgimento del popolo milanese — Lanzone da Corte 
e le vittorie popolari contro la nobiltà. — Il popolo 
durante le lotte religiose. — Preti ricchi e preti po- 
veri. — Arnaldo ed Erlembaldo . . ,, 21 



— 366 - 

IL — La prima Costituzione del Coltrane di Milano. — Osti- 
lità dei milanesi contro le altre città. — Federico 
Barbarossa contro Milano. — La distruzione. — I 
quattro borghi. — Persecuzione. — La riscossa contro 
l'Impero. — Ritorno dei milanesi in città. — La 

scultura di Porta Romana Pag. 24 

III. — Estensione di Milano prima del Barbarossa. — Monu- 
menti superstiti. — Chiese, monasteri, ospedali, luoghi 
pii. — La battaglia di Legnano. — La città rico- 
strutta. — Edifìci e canali. — Disordine politico del 
Comune. — Il primo protettore del popolo . . . Pag. -* 

CAPO IV. — La Signoria dei Torriani e dei primi Visconti. 

I. — Politica della famiglia Della Torre — Arti e lusso — 
Margherita di Borgogna, il Re di Francia, il Re 
d'Inghilterra e Papa Gregorio ;i Milano — Prime 
lotte fra Torriani e Visconti — Ottone Visconti Arci- 
vescovo — Rovina dei Torriani — Matteo Visconti 

Signore di Milano Pag: 33 

li. — Milano nel Sècolo XIII — Le descrizioni di Bonvicino 
della Riva e di Galvano Fiamma: Popolazione, edi- 
tici, parrocchie, ospedali: Commercio di commestibili: 
Alberghi: Industrie: Medici-Chirurghi e Professori: 
Il territorio e i suoi prodotti — Edilizia: I Coperti. ,. 38 
III. — Vita pacifica dei Milanesi ai tempi di Matteo — Super- 
stizioni religiose: Idee e vicende di Guglielmina 
Boema — Successori di Matteo ,46 

CAPo V, — Il secondo periodo della Signoria Viscontea. 

I. — Milano ai tempi di G. Galeazzo Visconti — Il Broletto 
e i suoi Statuti — I notai falsali — Banchieri, cam- 
bisti, ciarlatani Pag. 53 

IL — Milano ai tempi di G. G. Visconti — Giustizia Civile 
e Criminale — Delinquenza e processi — Processi di 
streghe: Sibilila e Pierina seguaci di Diana e di 

Erodiade 57 

III. — Milano ai tempi di G. G. Visconti — Progressi econo- 
mici — I mercanti milanesi sui mercati d'Europa — 
La fabbrica del Duomo: Il Vicario e il Podestà si 
fanno muratori: Le collette e le " cantegore „ : Le 
feste a "benefìcio dePDuomo : I benefattori : La caccia 
alle eredità. Dna Biblioteca pubblica in Duomo . . .. Iì2 



- 267 — 

IV. — Milano ;ii tempi di Gr. G. Visconti; 11 lusso e le leggi 
per frenarlo: Perle, guarnizioni, bottoniere, pellicole: 
I corredi nuziali e i cofani : La biancheria — Le " re- 
vertalie ,. e gli usi nuziali — I successori di Gr. Ga- 
leazzo Pag. 68 

Y. — Lettere ed arti in Milano nell'epoca Viscontea — Fran- 
cesco Petrarca a Milano — Poeti cortigiani : Mar- 
chionne, Vannozzo, De Boni, Galliano — L'Archi- 
tettura, la Pittura, la Scultura : I Campionesi e Bal- 
• doccio da Pisa ,.73 

VI. — Intermezzo repubblicano — La Repubblica Ambrosiana: 

Università e lotteria ..80 

CAPO Al. — Milano durante la Signoria degli Sforza. 

I. — Francesco Sforza e Galeazzo Maria Pag. 83 

IL — Milano ai tempi di Lodovico il Moro. — La coltura e 
Parte del Rinascimento a Milano: Bramante e Leo- 
nardo ,86 

III. — Milano ai tempi di Lodovico il Moro. — Il commercio: 

La Colonia straniera di Milano: Negozianti milanesi 
all'estero. — L'industria della seta, quella mineraria 
e quella delle» armi. — La Beneficenza : Il primo 
Monte di Pietà in Lombardia ,, 95 

IV. — Milano ai tempi di Lodovico il Moro. — La Corte nel 

Castello sforzesco. — Il tesoro. — Le feste: la rap- 
presentazione del Paradiso e Leonardo da Vinci. — 
Giasone e Medea, Enea e Bidone, il Coriolano, i fatti 
del conte d'Armagnac, la parodia del Conclave di 
Pio II in Piazza del Duomo. — Il teatro di commedia. 

classica ,, 101 

V. — ■ Milano ai tempi di Lodovico il Moro. — Feste in Ca- 
stello nella sala della Balla. — Vita di corte a Cu- 
sago e Vigevano. — Stranezze delle Duchesse. — Vita 
della nobiltà milanese. — Le " carrette ,, e Isabella 
d'Este. — I salotti. — I Pusterla e il Cavallo di 
Tropi. — Il lusso e le nuove mode: Le origini del 
guardinfante, la " Capigliara ,, ,, 108 

CAPO VII. — Milano durante il dominio dei Francesi e degli 
ultimi Duchi. 

I. — Caduta di Lodovico il Moro. — I sessanta giorni. — 



— 368 — 

Luigi ÌL11 Signore di Milano. — Le feste di via Ku- 
gabella. — Massimiliano Sforza e la vita gaia. — 
Gli svizzeri e le satire popolari. — Nuovo domi- 
nio Francese 1^'ih 115 

II. — Il Governo di Francesco II Sforza. — Triste stato di 
Milano tra il 1525 e il 1530. — La peste. — Le im- 
posizioni forzose. — Caccia allo spaglinolo. — Ven- 
detti' e saccheggi. — La carestia. — Prediche, tridui 
e processioni 121 

CAPO AHI. — Milano durante la dominazione Spagnuola. 

I. — Milano nel secolo XVI. — Le industrie : La filatura 
dell'oro. La seta e la lami. — La cultura: La Poe- 
sia dialettale e la Badia dei facchini. — L'arte. — 
Le arti industriali: L* •• azzimina ... L'armeria. La 
lavorazione del cristallo. L'intaglio. — Il lusso e 
le mode. Prospero Visconti e le provviste dei Duchi 
di Baviera. La tavola e la cucina '. . . . . . Pag. 125 

IL — Milano nel secolo XVI. — Il costume. — Gli svaghi: 
Mascherate e Cortei. — I Teatri precari e il primo 
teatro stabile. 136 

III. — La decadenza dopo il 1630. — Lo sfacelo delle indu- 

strie. — Il sistema industriale : Le Corporazioni e i 
Monopolii. — Le imposte. — Miseria delle campagne .. 112 

IV. — La delinquenza e la giustizia penale. — La compagnia 

di 8. Giovanni decollato e i protettori dei carce- 
rati. — I discoli. — I •• creati ... — Prepotenze dei 

nobili. — Due illustri furfanti. — I duelli 116 

V. — La vita e l'educazione della famiglia: Donna Quinzia 
e i tipi del Maggi: La signorina perfetta;. — La 
politica: Spagnoleschi e Xavarrini. — Religione e 
bigotteria: Prediche e Predicatori. La canonizza- 
zione di Carlo Borromeo: Quanto costava fare un 
santo. Le oblazioni civiche. — Streghe e untori . .. 151 
VI. — Le virtù dei milanesi nel Seicento. — Energia dei ma- 
gistrati cittadini. — L' inquisizione a Milano. — Il 
Vicario in carcere. — Principi di riforma econo- 
mica. — La Congregazione di Stato e le origini della 
" Provincia ... — Patrizi benemeriti. — Il Senato. — 
La Coltura: Gli storiografi del Comune : I Collezio- 
nisti 162 



- 269 - 

VII. — Impressioni di viaggiatori stranieri ;i Milano: Gilbert 
Burnet, Riéliard Lassels, Addison, Mabillon, Mon- 
conys. — I vétri alle finestre. — I eorsi di car- 
rozze. — L'albèrgo del Pozzo. — ■ Il Castello Sfor- 
zesco nel Seicento. — La Biblioteca Ambrosiana Pag. 169 
Vili. — La coltura empirica e barocca a Milano. — Il Museo 
Setta! a e le sue strabilianti collezioni. — Un passo 
del Somaglia e un passo del 'Forre. — Un funerale 
spettacoloso in Duomo ,. 174 

CAPO IX. — Milano durante la dominazione Austriaca. 

I. — La guerra contro la corruzione e i suoi tre Campioni. — 

I primi effetti delle riforme. — Le origini della 
Grande Industria: Gli Stabilimenti e la disfatta del 
Sistema corporativo. — Cesare Beccaria e la disci- 
plina degli operai: I primi scioperi Pag. 1<S1 

IL — Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano: Cover, 
Grosley, L alaude, De Brosses. — Il salotto di Clelia 
Borromeo. — Le accademie in Casa Agnesi. — Casa 
Simonetta, Casa Archinti. — Il Marchese Visconti e 
il Conte Castiglione — Il Capitano Arclienbolz e i 
" coureurs ,, ,, 190 

III. — Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano: Madame 

du Boccage e il Corso. — Il Vauxhall. — Arclien- 
bolz, Baretti e i cicisbei. — I teatri a Milano. — 
Pubblico scandaloso ,, 197 

IV. — Impressioni di viaggiatori stranieri a Milano. — Uomini 

di scienza e di lettere. — La Scuola. — La nobiltà 
e le riforme. — Visite agli stabilimenti industriali. — 
Arturo Joung a Milano e le sue idee sulla agricol- 
tura: Le fattorie Visconti e Bonomi: Le vaccherie 

del signor Bignami ,, 202 

V. — L'albergo del Pozzo. — Milano allo scuro. — Come si 
denominavano le strade e si indicavano le case. — 
Giudizii sul Duomo. — Il Foppone. — I palazzi. — 

II giardino di Casa Porta , 209 

CAPO X. — Milano nell'epoca napoleonica. 

I. — Bonaparte a Milano. — Confusione generale. — I De- 
magoghi e la Municipalità. — I giornali. — I Clubs. — 
Posa Sangiorgio alla bigoncia. — La guerra agli 



- -270 - 

stemmi ed alle immagini saere» — Intermezzo austro- 
russo. — Le nuove Repubbliche. — Il carneyale 
«lei 1802 Pag. 215 

II. — l! regno Italico. — La vita intellettuale a .Milano. — I 

Involi pubblici. — Un sogno edilizio. — La Corte. — 
11 rovescio «Iella medaglia. — La morte del Prina e la 
caduta del regno - 224 

CAPO XI. — La seconda dominazione austriaca. 

r. — Milano nel 1820. — Le impressioni di Lady Morgan. — 
La burocrazia: Risposte in ritardo. — Le prime co- 
spirazioni* (ili impazienti ed i pacifici. — Cantanti 

e ballerine J'»!/- 233 

lì. — [1 Circolo di Casa Porro. — 11 Confaloniefi e le sue 
iniziative. — Scuole, gas e battelli a vapore. — I 
primi processi politici. — Letteratura e patriot- 
tismo. — l congressi 2;->X 

III. — Condizioni economiche e civili di Milano avanti il 1848. 

— Progressi della grande industria. — Le società in- 
dustriali. — (Ili studi economico-sociali. Le ki Ri- 
viste 242 

IV. — La scuola politica in casa Cattaneo e in casa Correnti. 

nel catti' della Peppina e nel catte della Ceccbina. — 
Le prime dimostrazioni. — Un comitato di signore. — 

Le cinque giornate. — Vittoria e confusione 219 

V. — La vita in Milano nel decennio. — 11 salotto della con- 
tessa Maft'ei. — Carlo Tenca e il " Crepuscolo ... — 
Il nuovo partito nazionale. — L'imperatore a Mi- 
lano. — Le lusinghe. — Milano liberata 2:4 



271 



OPERE PIÙ FREQUENTEMENTE CONSULTATE OLTRE I DOCUMENTI DEL- 
L'ARCHIVIO DI STATO E DELL'ARCHIVIO STORICO CIVICO DI MILANO. 

Addison Joseph, Remavks <>n several parts of Itali/. London. 1761. 

Amati Amato, II Risorgimento del Comune di Milano. Milano. 1865, 

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— 374 - 

Indice delle illustrazioni 

TAVOLE 

La torre di Ansperto in via Bernardino Liiini l'ag. 16 

Tomba di Ariberto in Duomo ,17 

Un foglio della matricola dei Mercanti di lana (Secolo XIV) . ., 32 

Pianta di Milano nel 1420 33 

Statuti dei Negozianti di Milano (Codice del Secolo XV) 48 

(Jostnnii del Secolo .v » — Cappella «iella Regina Teodolinda 

nella Cattedrale di Monza 49 

(Museo Borromeo) Costumi del Secolo XV — 11 giuoco della palla .. (54 
(Museo Borromeo) Costumi del Secolo XV — Giuoco del tarocco .. 65 

Carrette di casa Sagredo AlligMeri — (Secolo XV) 80 

Pianta di Milano (Principio Secolo XVII) . . . . XI 

Supplizio di G. G. Moia e compagni 96 

6 Tua Grida spaglinola 97 

Costumi lombardi nell'epoca spagnuola — Festa nautica davanti 

le isole Borromee 112 

La mascherata dei tacchini 113 

Il palazzo ducale avanti la ricostruzione del Piermarini 128 

Carta dello Stato di Milano (Secolo XVII) 129 

La pianta di Milano di Nunzio Caliti Ili 

La Piazza dei Mercanti e il Palazzo della Provvisione 113 

Facciata ed ingresso della Biblioteca Ambrosiana 160 

Facciata del Regio Uffizio e Carceri del Capitano di Giustizia. .. 161 

Il Castello di Milano 176 

Uscita delle truppe dal Castello di Milano (2 gennaio 1739). . .. 177 

8. Maria della Scala 192 

La milizia urbana nel Secolo XVIII 193 

L* esercito italiano prima di partire per la Russia (1812) . . .. 208 

Pianta di Milano nel 1818 209 

Illuminazione in onore dell' Arciv. Rondili in Piazza Fontana . .. 221 

Gabrio Casati 225 

Barricate delle 5 Giornate 210 

Teatro della Scala verso il 1850 211 

Sentenza di Antonio Sciesa 256 

Proclama di Napoleone III 257 

INTERCALATE NEL TESTO 
Funerali della regina di Sardegna in Piazza del Duomo (1735) Frontispizio 

Situi a in bronzo con ligure . . . . j Pag. 6 

Lapide di Urbi co gladiatore , . .. 1C 

Atilio Giusto calzolaio caligarlo .... 13 



— 275 — 

Effige di S. Ambrogio ...'.. Pag. Il 

Ritorno dei Milanesi in nutria prima di Legnano 27 

Antica Porta Romana ,.32 

Sepolcro dell'Arcivescovo Ottone Visconti in Duomo .,..,, 37 

L'antico Palazzo del Connine . 15 

La statua di Bernabò Visconti ,, 52 

L'antica Loggia degli Osii ., 61 

La facciata dell'antica Cattedrale (S. M., Maggiore) . . . . . ,, 67 

Filippo Maria Visconti 72 

Bassorilievo dell'altare di Carpiano . ,, 79 

Arca di S. Pietro Martire, di Baldnccio da Pisa (1399) a 8. Enstorgio ,, 82 

Francesco Sforza ....,, 85 

Galeazzo Maria Sforza ,,91 

Veduta fantastica di Milano, incisione del secolo XV ....,, 100 

Lodovico il Moro . . ., 107 

Campanile di S. Gottardo ,, 113 

Scala a cavallo nel Castello Sforzesco ,, 111 

Beatrice d'Este. — Isabella d'Aragona. — G. Galeazzo Sforza . ,, 120 

Massimiliano Sforza. — Francesco li Sforza „ 121 

Costumi milanesi del secolo XVI , 135 

Lanzichenecco ,, 115 

Chiesa di 8. M. Podone e statua di S. Carlo del Bussola. (1600) ., 150 

Lodovico Settata ,. 161 

Manfredo gettala . . , 180 

Costumi milanesi nel secolo XVII. — Il giuoco del pallone nella 

piazza di S. Maria Podone , 189 

La villa della Simonetta ,,186 

Alessandro, Pietro e Carlo Verri ,, 201 

Ingresso di S. Nazaro (secolo XVIII) ,,208 

Il •' Foppone ,, , 211 

Francesco Melzi 223 

Spettacolo nautico all'Arena nel 1811 per la nascita del re di Roma ,, 231 

L' antica Piazza Mercanti 232 

Milano, fuori Porta Romana tra il 1810 ed il 1850 ,,237 

Alessandro Manzoni ,, 211 

Caricatura di Mettermeli e Radetzchi ., 253 

Antonio Lazzati — Conte Cesare Ginlini Della Porta 261 

Cesare Correnti ,, 262 

Monumento di Vittorio Emanuele II in Piazza del Duomo . . ,, 276 



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